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Pittorialismo Movimento artistico in ambito fotografico, affermatosi alla fine degli anni Ottanta del XIX secolo; corrispose al primo importante riconoscimento della fotografia come forma artistica indipendente.
Tra il 1880 e il 1890 grandi progressi tecnici trasformarono il mondo della fotografia, portando all’introduzione nel mercato di apparecchi sempre più semplici e leggeri, oltre che più efficienti, e di materiali innovativi, che permisero la diffusione dell’istantanea. Si moltiplicò il numero degli amatori e dilettanti, spesso iscritti alle organizzazioni nazionali, quali la Società Reale della fotografia di Londra o la Società francese di fotografia di Parigi. In reazione alla crescente popolarità della nuova tecnica un gruppo dei fotografi, poi detti pittorialisti, volle distinguersi, affermando le potenzialità artistiche ed espressive del medium fotografico, ritenute analoghe a quelle della pittura (da cui il nome).
Figura di primo piano tra i teorici del pittorialismo fu l’inglese Henry Peach Robinson, il quale, in consonanza con le principali correnti dell’arte moderna (dal romanticismo all’impressionismo al postimpressionismo), si fece promotore di una fotografia tesa a esprimere una visione soggettiva o particolare della realtà, superando il dato oggettivo e la riproduzione meccanica. L’estetica pittorialista riservò dunque un ruolo centrale alla resa atmosferica, attraverso la quale il fotografo poteva evocare o suggerire stati d’animo ed emozioni.
Al fine di creare immagini rispondenti all’intenzione espressiva e artistica dell’autore, ogni mezzo tecnico, già affermato oppure nuovo e alternativo a quelli tradizionali, era adottato e sfruttato in più modi, spesso inediti. Si sperimentarono nuove ottiche, che sovente comportavano effetti di distorsione e aberrazione; fu utilizzata la camera oscura con il foro stenopeico; frequente fu inoltre il ricorso alla scena artificiale, con fondali approntati appositamente, davanti ai quali i soggetti si dovevano disporre in pose studiate, quasi fossero attori di teatro. Perlopiù i pittorialisti prediligevano composizioni semplici, ben organizzate in aree di luce e di ombra; molti si ispirarono a immagini e generi pittorici di larga fortuna, realizzando paesaggi nebbiosi, nudi, ritratti di bambini e gruppi. Non mancarono iniziative originali: lo statunitense Fred Holland Day divenne famoso per le scene di argomento biblico, in cui egli stesso appariva nelle vesti di Gesù Cristo; Alfred Stieglitz stampò inedite riprese di edifici e scorci di New York; alto gradimento ottennero inoltre le ricostruzioni in studio di scene tratte da opere letterarie o mitologiche, interpretate da modelli istruiti all’uopo. Dopo l’impressione della lastra, il lavoro del pittorialista prevedeva interventi durante lo sviluppo e la stampa, che presupponevano una buona conoscenza delle tecniche e dei materiali fotografici. Al supporto fotosensibile già impresso potevano essere applicati pigmenti colorati, carbone, gomme, inchiostri grassi, al fine di modificare o fare risaltare alcune parti in rapporto alle altre (Gertrude Käsebier fu tra coloro che maggiormente ricorsero a tali procedimenti, per sfumare i contorni e ottenere suggestivi aloni luminosi); ci fu anche chi utilizzò strumenti appuntiti e lame per graffiare la lastra nei punti desiderati (come Frank Eugene).
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