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Odissea Poema epico in 24 canti attribuito a Omero e composto in esametri dattilici probabilmente tra il IX e l’VIII secolo a.C. Insieme all’Iliade è uno dei capolavori della letteratura greca dell’età arcaica e una delle opere fondamentali della cultura occidentale.
L’Odissea racconta le vicissitudini di Ulisse dalla fine della guerra di Troia al ritorno a Itaca, isola di cui è re. Il poema si può suddividere in tre parti: i canti I-IV, detti anche Telemachia, raccontano di Telemaco, il figlio ventenne di Ulisse, che parte alla ricerca del padre; i canti V-XII sono dedicati alle peregrinazioni dell’eroe, durate circa nove anni; i canti XIII-XIV narrano le vicende accadute dopo il ritorno di Ulisse in patria. Sul monte Olimpo gli dei discutono il destino di Ulisse il quale, dopo avere lasciato Troia, da molti anni è trattenuto sull’isola di Ogigia dalla ninfa Calipso, che vorrebbe farne il suo sposo. Atena, protettrice di Ulisse, sostiene che è venuto il tempo perché l’eroe torni a casa. Zeus concorda e decide di inviare a Calipso un messaggero che le ordini di lasciar partire Ulisse. Intanto Atena si reca a Itaca e, sotto mentite spoglie, suggerisce a Telemaco di mettersi in viaggio alla ricerca di notizie del padre (canto I). Prima di partire, il ragazzo, ispirato dalla dea, raduna in assemblea il popolo di Itaca perché lo aiuti a liberarsi dei proci, i nobili itacesi che mirano a usurpare il trono inducendo Penelope a sposare uno di loro. A loro volta i proci, che hanno scoperto l’inganno di Penelope (dopo aver promesso che avrebbe scelto tra di loro un nuovo marito quando avesse terminato di tessere una nuova tunica per il suocero Laerte, rimandava il momento della decisione disfacendo di notte la tela che aveva tessuto di giorno), insistono nel pretendere che ella si rassegni alla scomparsa di Ulisse e faccia la sua scelta; rifiutano inoltre a Telemaco la nave per partire. Atena, di nuovo sotto mentite spoglie, fornisce al ragazzo la nave e Telemaco parte (canto II). Prima va a far visita al re di Pilo, Nestore, che combatté a Troia al fianco di Ulisse (canto III), poi a si reca a Sparta, alla corte di Menelao; qui, dopo aver ascoltato da Elena alcuni espisodi della guerra di Troia, apprende dal re che Ulisse si trova sull’isola di Calipso. Nel frattempo a Itaca i proci preparano un agguato contro Telemaco (canto IV), mentre a Ogigia il messaggero degli dei, Ermes, convince Calipso a liberare Ulisse. L’eroe costruisce una zattera e si mette in mare, ma una tempesta suscitata da Poseidone lo fa naufragare sull’isola dei Feaci (canto V). Nausicaa, figlia di Alcinoo re dei Feaci, incontra Ulisse sulla spiaggia e lo accompagna dal padre (canto VI). Il naufrago non rivela subito la propria identità, ma viene ugualmente accolto con benevolenza (canto VII) e festeggiato con un banchetto durante il quale un aedo canta le eroiche vicende di Troia. Al ricordo della guerra Ulisse si commuove (canto VIII) e, dopo aver svelato il proprio nome, comincia a raccontare le sue avventure: aveva lasciato Troia insieme ad alcuni compagni e, superate le terre dei ciconi e dei lotofagi, aveva raggiunto il paese dei ciclopi; qui era stato fatto prigioniero da Polifemo ed era riuscito a fuggire dopo avere accecato il gigante, che aveva invocato contro di lui la vendetta del padre Poseidone (canto IX). Dopo altre avventure, era giunto sull’isola della maga Circe (canto X), rimanendoci per un anno; desideroso di rientrare a Itaca, era sceso nell’oltretomba per interrogare l’indovino Tiresia, che gli aveva rivelato la ragione dell’avversità di Poseidone (canto XI); grazie ai suggerimenti di Circe, era riuscito a resistere al canto delle sirene facendosi legare all’albero della nave e otturando con la cera le orecchie dei compagni e aveva evitato le insidie di Scilla e Cariddi. Era infine sbarcato sull’isola del dio Sole, dove i suoi compagni avevano osato uccidere e mangiare alcune giovenche sacre ad Apollo, attirando l’ira del dio, che aveva scatenato contro di loro una terribile tempesta. Dal naufragio si era salvato solo Ulisse, che era approdato sull’isola di Ogigia dove era stato accolto da Calipso (canto XII). Terminato il racconto, Ulisse viene rapidamente accompagnato a Itaca dai Feaci (canto XIII); travestito da mendicante, si presenta al fedele Eumeo, che lo accoglie benevolmente e gli racconta dell’arroganza dei proci e della fedeltà di Penelope (canto XIV). Intanto Telemaco, consigliato da Atena, rientra a Itaca evitando il tranello dei proci e si reca da Eumeo (canto XV), dove Ulisse gli rivela la propria identità; insieme progettano di vendicarsi sui proci (canto XVI). Ancora travestito da mendicante, Ulisse arriva al palazzo reale e si commuove quando il suo vecchio cane Argo lo riconosce, gli si avvicina e, dopo averlo salutato, muore. A palazzo subisce gli insulti e gli scherni dei proci (canti XVII-XVIII), accetta l’ospitalità che Penelope gli offre e si lascia lavare i piedi dalla vecchia nutrice Euriclea, che lo riconosce ma è costretta da Ulisse a tacere. Penelope racconta al falso mendicante lo stratagemma della tela filata di giorno e disfatta di notte e gli confida che l’indomani intende sottoporre i proci a una prova nella quale il marito era campione: far passare una freccia attraverso gli anelli di dodici scuri messe in fila; al vincitore darà se stessa come trofeo (canto XIX). Il giorno successivo viene allestito il banchetto per i proci (canto XX) e Penelope propone la gara, ma nessuno riesce a tendere l’arco di Ulisse. Il finto mendicante, tra le risate dei proci, chiede di tentare l’impresa e riesce a superare la prova senza fatica (canto XXI). Ulisse si rivela ai proci ormai terrorizzati e ne fa strage, aiutato da Telemaco, Eumeo e Filezio; poi ordina che la reggia venga pulita e purificata (canto XXII). Penelope non riesce a credere al ritorno del marito e mette alla prova la sua identità chiedendogli di trasportare il loro letto nuziale, ma Ulisse conosce il segreto del letto, che non può essere trasportato perché lui stesso lo ha intagliato nel tronco di un albero di ulivo. Penelope, in lacrime, lo abbraccia (canto XXIII). Mentre le anime dei proci scendono nell’Ade e Ulisse ritrova il padre Laerte, i parenti dei proci chiedono vendetta contro Ulisse, ma l’intervento di Atena riporta definitivamente la pace sull’isola di Itaca (canto XXIV).
Il tema fondamentale dell’Odissea è quello del ritorno: Ulisse torna a casa dopo un’assenza durata quasi vent’anni, dieci dei quali passati a Troia e nove trascorsi in viaggio e segnati da innumerevoli prove da superare. L’altro tema importante del poema è l’iniziazione alla vita adulta di Telemaco, il figlio che Ulisse ha lasciato bambino e che ora, cresciuto, prima si mette sulle tracce del padre, poi combatte da uomo al suo fianco. Nell’opera risaltano anche altri motivi, che corrispondono ai valori apprezzati dalla società omerica. Il valore più alto è la fedeltà: quella di Penelope, che resiste ai suoi pretendenti per anni e con ogni mezzo (compreso l’inganno), ma anche quella del porcaio Eumeo, della nutrice Euriclea e del cane Argo. Un altro valore importante, quasi sacro e segno di una società caratterizzata da un alto livello di civilizzazione, è l’ospitalità: Telemaco viene accolto e festeggiato da Nestore e da Menelao, Ulisse viene benevolmente ospitato da Calipso, Circe, Alcinoo e, infine, dalla stessa Penelope. L’intelligenza, l’astuzia, la capacità di risolvere rapidamente i problemi sono altri aspetti apprezzati nell’Odissea: ne sono esempio l’espediente della tela utilizzato da Penelope e soprattutto i trucchi di Ulisse (come quello di mescolarsi alle pecore per fuggire dalla caverna di Polifemo ormai accecato) e i suoi azzeccati travestimenti. Non ultimo è il tema del rispetto verso gli dei – che, se offesi, possono diventare nemici terribili, come Poseidone – e della sottomissione alla volontà del fato (ad esempio Ulisse, prima di mettere in atto la sua vendetta sui proci, ascolta i presagi del cielo).
L’Odissea, così come l’Iliade, è frutto della raccolta e della rielaborazione di materiale epico di età precedenti tramandato a voce. Anche i due poemi omerici furono composti per essere recitati dai cantori e ascoltati, e solo più tardi vennero trascritti su papiro e poi su pergamena. Già nel VII secolo a.C i due capolavori di Omero erano noti e apprezzati ed esercitavano una profonda influenza sugli scrittori dell’epoca. In seguito, ebbero grande importanza nello sviluppo della poesia latina, che nacque appunto con la traduzione dell’Odissea da parte di Livio Andronico e raggiunse il suo apice con Virgilio, che considerò Omero il proprio modello ideale. Dopo un lungo periodo di disinteresse nel Medioevo e nel Rinascimento, la poesia omerica venne rivalutata a partire dal Preromanticismo e dal Romanticismo, che ne esaltarono la fantasia e la naturalezza primitiva e popolare. In Italia le prime traduzioni dell’Odissea e dell’Iliade furono realizzate in età neoclassica, da Ugo Foscolo, Vincenzo Monti, Ippolito Pindemonte.
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