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Introduzione; Il diario di un’analisi; La figura dell’“inetto”; Il ruolo della psicoanalisi; La fortuna dell’opera
La coscienza di Zeno Romanzo di Italo Svevo, iniziato nel 1919, compiuto nel 1922 e pubblicato nel 1923 dall’editore Cappelli di Bologna. È l’opera più celebre dello scrittore triestino e quella che lo rese famoso in Italia e all’estero.
La coscienza di Zeno si presenta come il diario immaginario di Zeno Cosini, un uomo maturo che, dopo vani tentativi per liberarsi del vizio del fumo, si rivolge come ultima risorsa a uno psicoanalista, il quale lo invita a mettere per iscritto gli episodi più importanti della sua vita. Il testo è preceduto da una prefazione dello psicoanalista – il sedicente Dottor S – che tenta di giustificare il fallimento del trattamento terapeutico di Zeno e sostiene l’inattendibilità del diario. Segue un preambolo nel quale Zeno, raccontando gli inizi della sua analisi, denuncia ironicamente i limiti della terapia psicoanalitica. Si succedono quindi grandi capitoli tematici dove il protagonista rievoca alcuni avvenimenti della sua vita: i vani tentativi di smettere di fumare culminati con il volontario ricovero in una casa di cura e la successiva fuga, la morte del padre, il maldestro corteggiamento delle sorelle Malfenti e il matrimonio con quella che gli piaceva meno, la relazione extraconiugale con una ragazza del popolo, il fallimento di un’iniziativa commerciale e il suicidio dell’amico-rivale Guido. Nell’ultimo capitolo, intitolato “Psico-analisi” e datato 1915-1916, Zeno rivela di avere interrotto l’analisi e di essere guarito grazie all’avvento della prima guerra mondiale.
Il filosofo tedesco Schopenhauer, che Svevo conosceva bene, distingueva nel genere umano due diverse tipologie, il “lottatore” e il “contemplatore”: uno destinato a prevalere nella lotta per la vita, l’altro a soccombere. Zeno Cosini, come del resto tutti i protagonisti dei romanzi sveviani, appartiene alla seconda categoria. Personaggio grigio, abulico e nevrotico, incarna la figura dell’“inetto” incapace di lottare e di partecipare alla vita professionale, sociale e affettiva. È il prototipo dell’anti-eroe, che tanto seguito avrà nella letteratura novecentesca (si pensi, a solo titolo di esempio, all’“uomo senza qualità” di Musil) e che esprime il disagio esistenziale dell’uomo contemporaneo e l’impossibilità di combattere per l’affermazione di sé.
L’incontro di Svevo con la psicoanalisi, avvenuto attorno al 1911 attraverso il cognato dello scrittore, in cura da Freud, svolse un ruolo fondamentale nella concezione e nella composizione della Coscienza di Zeno. Non solo perché la trama del romanzo è la storia di un’analisi, ma soprattutto perché senza la conoscenza della teoria freudiana lo scrittore triestino non avrebbe potuto introdurre nel suo libro quelle modificazioni della tecnica narrativa che hanno condotto al superamento del naturalismo e alla nascita del romanzo moderno. Al canone dell’impersonalità e al narratore onnisciente del realismo ottocentesco Svevo sostituì la narrazione in prima persona, perciò il racconto non presenta la verità oggettiva dei fatti, ma l’interpretazione che ne fornisce la coscienza del protagonista: Zeno sceglie tra gli eventi del suo passato che cosa dire e che cosa tacere, operando spostamenti, rimozioni, mistificazioni, lapsus, e seguendo una sequenza temporale che non rispetta la successione naturale degli avvenimenti ma segue gli imprevedibili percorsi dell’inconscio.
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