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Reportage (fotografia) Genere di grande importanza nella storia della tecnica e dell’estetica della fotografia, che lo ha visto in costante evoluzione. Se da un certo punto di vista tutta la fotografia può essere definita reportage, in quanto registrazione di una realtà oggettiva, lo scopo per cui viene realizzata una ripresa fotografica ne può modificare il timbro fondamentale, la qualità riconosciuta dal fruitore.
Già agli albori della storia della fotografia, negli anni Quaranta del XIX secolo, veniva individuata una differenza basilare tra la fotografia in studio e la presa diretta su una realtà spontanea, registrata così come si presenta all’osservatore. Tra 1850 e 1860 i progressi della tecnica – con la messa a punto del calotipo e dei procedimenti al collodio – favorirono l’affermazione del genere reportage, inteso come riproduzione fedele di paesaggi, monumenti, costruzioni, oggetti del mondo sia naturale sia urbano (si veda la produzione di Hippolyte Bayard, Carleton Eugene Watkins, Timothy O’Sullivan, Eadweard Muybridge). In verità, non sfuggiva già ai pionieri della nuova arte come ogni pretesa assoluta oggettività nella fotografia si riveli, a una attenta valutazione, impossibile, in quanto nella stessa scelta del punto di vista si cela una sorta di “deformazione” prospettica, un intervento artificiale. Il grande balzo nell’evoluzione del reportage si ebbe tuttavia verso la fine del secolo, quando l’attenzione dei fotografi si volse verso i fatti storici e sociali. La fotografia fu riconosciuta allora come un potente mezzo di comunicazione di larga portata, al pari della stampa, e ben più efficace della semplice illustrazione al tratto. In questa epocale conquista, il successivo sviluppo del reportage era già contenuto in nuce: il passo dalla cronaca all’interesse analitico alla presa di posizione politica e ideologica non è lungo, e presto il reportage si nutrì di preoccupazioni etnologiche e sociologiche, prestando il suo contributo ai movimenti di mobilitazione della coscienza collettiva e della propaganda riformista (si distinsero tra gli altri Edward Weston, Tina Modotti, Edward Sheriff Curtis, Lewis Wickes Hine, Ben Shahn, Dorothea Lange, Jack Delano, Gisèle Freund, Ernst Haas). Lo sconvolgimento della prima guerra mondiale portò all’ulteriore svolta. La grande Storia aveva ucciso, distrutto, calpestato l’uomo e tutto ciò che di più vero e intimo lo sorregge nella vita. Nonostante i drammi privati e collettivi, ciascuno doveva ora rimboccarsi le maniche e tornare a lavorare, conducendo la sua esistenza tra le macchine e i vapori soffocanti delle nuove industrie, le strade sporche delle periferie e le squallide abitazioni, ritagliandosi tuttavia spazi di serenità e di svago. La fotografia di Henri Cartier-Bresson, Germaine Krull, Brassaï, Margaret Bourke-White, Bill Brandt documentò queste nuove realtà con uno sguardo attento e consapevole, non disgiunto da una tecnica molto raffinata. I nuovi apparecchi leggeri messi a punto in Germania negli anni Trenta, adatti alle istantanee, diedero forte impulso al reportage, sempre più richiesto anche dalla stampa illustrata (Erich Salomon). La tragedia della seconda guerra mondiale fu seguita passo passo dall’obiettivo dei fotografi, che con la stessa coscienza storica fissarono sulle loro pellicole i volti di vincitori e sconfitti nelle grande conferenze internazionali (Alfred Eisenstaedt, William Eugene Smith, Chim Seymour, Robert Capa). A fronte dell’impegno della fotografia politica e sociale degli anni Cinquanta (Roger Fenton, Robert Frank), si affermò il realismo poetico di fotografi che guardavano alla vita dei sobborghi cittadini e delle campagne con occhio emotivamente partecipe (Robert Doisneau); mentre soprattutto negli Stati Uniti tra 1950 e 1960 la nascita della complessa cultura urbana contemporanea fu testimoniata nei suoi molteplici aspetti da fotografi attenti e talvolta spietati (Weegee, Diane Arbus, Walker Evans, Andreas Feininger). Gli anni Settanta e Ottanta furono segnati dall’interesse per le condizioni di vita dei popoli lontani dalle ricche metropoli del Nord del mondo, alle prese con guerre e povertà endemiche, che sfociò in grandi reportage di enorme valore documentario e politico, oltre che estetico: si distinsero tra gli altri René Burri, Werner Bischof, Romano Cagnoni, Marc Riboud, Sebastião Salgado, Ferdinando Scianna. Intanto, si andava affermando una tendenza intimista ed esistenziale di grande successo, che allontanò il reportage dalla primitiva ossessione oggettivistica (William Klein). I decenni più recenti hanno visto una sempre maggiore contaminazione di generi nella fotografia, come nelle altre arti: tra gli ambiti più fecondi di intervento spicca la moda e il mondo dello spettacolo, già esplorati in precedenza, ma oggi al centro della comunicazione massmediatica; e la ricerca sul mondo industriale, presente come passato (Gabriele Basilico).
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