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Bush, George W. (New Haven, Connecticut 1946), quarantatreesimo presidente degli Stati Uniti. George Walker Bush è membro di una delle famiglie più ricche e potenti degli Stati Uniti: il nonno Prescott fu senatore dal 1952 al 1963; il padre George fu prima vicepresidente con Ronald Reagan e in seguito presidente (1989-1993). Compiuti gli studi in economia e in storia nelle università Yale e Harvard, partecipò senza esito alle elezioni del 1978 per la Camera dei rappresentanti. Fu per un periodo dedito all’alcol, dal quale emerse grazie al sostegno della moglie Laura e della setta protestante dei “Cristiani rinati” (Born again Christians) cui aveva aderito. Diventato un uomo d’affari del settore petrolifero, dopo la sconfitta subita dal padre nelle presidenziali del 1992 per opera di Bill Clinton, nel 1994 e nel 1998 vinse le elezioni per la carica di governatore del Texas, assicurando (insieme con il fratello John Ellis, detto “Jeb”, diventato a sua volta governatore della Florida) la continuità della famiglia Bush nella vita politica statunitense. Nel 2000 George W. Bush fu candidato dal Partito repubblicano per la presidenza degli Stati Uniti. Pur ottenendo un consenso popolare inferiore a quello del democratico Al Gore, si impose sul suo avversario conquistando più “grandi elettori” solo alla fine di un movimentato scrutinio e di una controversia giudiziaria alla quale pose fine una sofferta sentenza della Corte Suprema.
Sul piano interno, Bush basò la sua iniziativa su una drastica riduzione delle imposte e sul taglio delle spese sociali, affidando - ispirandosi a una visione definita “ moderatismo compassionevole” – la cura delle fasce più deboli della società alle organizzazioni religiose e caritatevoli; sostenne poi la pena di morte e attaccò la libertà d’aborto, assecondando la base religiosa e più marcatamente conservatrice del suo elettorato. Sul piano internazionale, Bush impresse una ridefinizione di impronta “unilateralista” agli obbiettivi strategici americani, annunciando il rifiuto di ratificare il protocollo di Kyoto e una serie di altri importanti trattati internazionali (armi batteriologiche, armi leggere, mine antiuomo) e il rilancio del progetto dello “scudo spaziale” avviato da Ronald Reagan negli anni Ottanta. Diversamente dal suo predecessore Bill Clinton, Bush mostrò poco interesse per le sorti del processo di pace israelo-palestinese, mentre esercitò forti pressioni sui paesi latinoamericani per indurli ad aderire agli accordi di libero scambio del NAFTA. L’offensiva terroristica che colpì New York e il Pentagono l’11 settembre 2001 segnò una decisiva svolta nella strategia del nuovo presidente americano. Ritenendola un vero e proprio atto di guerra contro gli Stati Uniti, Bush prese di mira il terrorismo internazionale di matrice islamica, lanciando in ottobre l’operazione “Enduring Freedom” (Libertà duratura) contro l’Afghanistan, il cui regime dei taliban ospitava le basi dell’organizzazione terroristica fondamentalista islamica Al Qaeda di Osama Bin Laden. L’operazione, che trovò un ampio sostegno internazionale, si concluse agli inizi di dicembre con la sconfitta dei taliban e l’instaurazione di un governo provvisorio affidato ad Hamid Karzai. Nel 2002 Bush pose definitivamente al centro dell’attività della sua amministrazione la “guerra al terrore”, individuando in un “asse del male” (Iraq, Iran e Corea del Nord) il nuovo bersaglio della sua offensiva e definendo se stesso come “presidente di guerra”. Nei mesi successivi lanciò una virulenta campagna contro l’Iraq, accusandolo di sostenere il terrorismo internazionale e di detenere armi di distruzione di massa (le accuse, corredate di prove vaghe, si sarebbero rivelate in seguito del tutto infondate); per l’opposizione di Germania, Francia, Russia e Cina, Bush non riuscì tuttavia a ottenere dal Consiglio di sicurezza dell’ONU l’autorizzazione all’uso della forza. Nel marzo 2003, ignorando le risoluzioni delle Nazioni Unite, con il sostegno determinante della Gran Bretagna lanciò l’operazione Iraqi Freedom (“Libertà per l’Iraq”), abbattendo in poche settimane il regime di Saddam Hussein. Bush non riuscì tuttavia a impedire lo sviluppo di una forte resistenza all’occupazione. Il deteriorarsi della situazione in Iraq e l’alto prezzo di sangue versato dalle forze statunitensi lo indussero così a riavvicinarsi alle Nazioni Unite; nel giugno 2004 ottenne una nuova risoluzione, la quale, prendendo atto della situazione determinatasi in Iraq, stabiliva dei termini per restituire la sovranità al paese, dotandolo di un Parlamento e di una Costituzione. Nel novembre 2004, alla fine di una lunga e aspra campagna elettorale, condizionata dagli sviluppi della guerra in Iraq e dominata dai temi del terrorismo e della sicurezza nazionale, Bush riconquistò la Casa Bianca, prevalendo, con uno scarto di più di tre milioni di voti, sul candidato democratico John F. Kerry.
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