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Introduzione; Principali sistemi di coltivazione; Coltivazione estensiva: il maggese; Coltivazione intensiva
Sistemi di coltivazione Insieme delle tecniche agricole e degli orientamenti produttivi adottati nella coltivazione di un terreno. Nelle diverse aree geografiche ed epoche storiche, lo sviluppo dei sistemi di coltivazione è stato condizionato da molteplici fattori, come le conoscenze agronomiche, il tipo di suolo e la relativa fertilità, la manodopera disponibile, l’economia locale e il livello tecnologico. Aspetto fondamentale dei diversi sistemi di coltivazione è la necessità di ripristinare le risorse nutritive del terreno dopo che queste sono state consumate dalle colture. In base alla capacità delle specie vegetali di modificare le caratteristiche di fertilità del suolo, si distinguono: colture depauperanti, il cui sviluppo vegetativo impoverisce il terreno; preparatrici, che richiedono elevate cure di cui beneficiano anche le colture successive (ad esempio, particolari lavorazioni del terreno o concimazioni); miglioratrici, qualora migliorino la struttura del terreno. Queste ultime rendono il suolo meno compatto e più sciolto per azione del loro apparato radicale (come le graminacee pratensi, quali Lolium perenne, Festuca arundinacea, Festuca rubra, Phleum pratensis), e possono intervenire sulla sua fertilità (in particolare, le leguminose pratensi come l’erba medica, Medicago sativa, e i trifogli, Trifolium pratense, T. repens, T. hybridum sono in grado di arricchire il terreno di azoto per la presenza sulle radici di noduli in cui vivono batteri azotofissatori).
Si possono distinguere due categorie principali di sistemi di coltivazione: i sistemi estensivi e quelli intensivi. L’agricoltura estensiva, caratterizzata da produzioni modeste, viene realizzata su ampie superfici e praticata in aree con bassa potenzialità agronomica; in genere ha un impatto ambientale contenuto, e comprende pratiche molto antiche quali il maggese, rotazioni eseguite su più anni e consociazioni. L’agricoltura intensiva mira a ottenere la massima produttività per unità di area coltivata; prevede l’utilizzo di molti mezzi produttivi (macchine, concimi, diserbanti ecc.) e viene praticata da aziende organizzate in maniera adeguata; risulta adatta ad ambienti con elevata vocazione agronomica.
Nei sistemi di coltivazione estensivi, l’impiego di risorse produttive e tecniche è limitato. Il più rappresentativo sistema estensivo è il maggese, il cui principio è quello di consentire al suolo il ripristino della sua naturale fertilità alternando periodi di riposo più o meno lunghi a lunghi periodi di uno-due anni in cui si coltivano le specie vegetali di interesse (come orzo, avena o grano). Tale pratica nella sua forma tradizionale non determina vincoli nella scelta delle specie o nella successione che occorre adottare per impiantarle. Il maggese ha origini preistoriche; si definì nel Neolitico, con il costituirsi di insediamenti umani stabili e la nascita di un’agricoltura di tipo stanziale. Probabilmente, esso seguiva uno schema irregolare in cui si alternavano la fase colturale e la fase di riposo. I greci e gli etruschi resero regolari i cicli di coltivazione e sostituirono a un maggese irregolare il sistema dell’avvicendamento biennale, in cui una coltura cerealicola con ciclo vegetativo autunno-primavera veniva seguita dalla fase di riposo. I romani diffusero la pratica del maggese in tutta Europa e la perfezionarono, utilizzando il terreno durante la fase di riposo come pascolo per il bestiame. Questa pratica prende il nome di maggese vestito, a differenza di quella del maggese nudo in cui il terreno a riposo è mantenuto privo di vegetazione. Nel maggese vestito, il terreno viene ripulito dalle erbe infestanti; nel tempo che trascorre dalla raccolta della coltura precedente alla prima lavorazione successiva si ha la formazione di una vegetazione erbacea che può essere utilizzata per l’alimentazione del bestiame. Gli effetti del maggese sono positivi in quanto consentono di limitare le perdite di umidità per evaporazione, di permettere la mineralizzazione della sostanza organica e il controllo delle malerbe. Dopo il raccolto, i residui colturali vengono sovesciati, cioè rivoltati in modo da portarli al di sotto dello strato superficiale del terreno, e apportano al terreno nuova sostanza organica; anche le deiezioni degli erbivori, depositandosi come concime sul terreno a maggese, contribuiscono al suo arricchimento.
Dal sistema di coltivazione a maggese è derivato il sistema di avvicendamento. Questo prevede la successione di colture diverse su uno stesso appezzamento; in tal modo, si opera una successione di specie, ognuna delle quali risente delle condizioni lasciate da quella precedente e a sua volta ne prepara altre per la successiva, lasciando i propri residui nel terreno (forza vecchia). Qualora non sussista un predeterminato ordinamento colturale l’avvicendamento si dice libero; quando invece si organizza un piano colturale preciso, per cui le colture ritornano ciclicamente sui medesimi appezzamenti, si parla di avvicendamento chiuso o rotazione. Nell’ambito dell’avvicendamento ci possono essere colture principali e colture intercalari che si frappongono tra una coltura principale e la successiva. Oggi sono più diffusi gli avvicendamenti liberi; infatti, l’attuale regime di mercato non induce alle rotazioni, in quanto non consentono di adeguare agevolmente l’offerta di prodotti alla domanda di mercato. I vantaggi dell’avvicendamento sono molteplici: viene migliorato lo sfruttamento della fertilità del terreno, vi è un miglior controllo dei parassiti vegetali e animali e delle infestanti; viene evitato il fenomeno della stanchezza del terreno che produce sensibilmente meno a causa dell’impoverimento in microelementi, la scomparsa dei batteri utili, l’aumento di sostanze tossiche prodotte dalla coltura.
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