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Risultati di Windows Live® Search Partito comunista dell’Unione Sovietica o PCUS Partito unico dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS). Le origini del Partito comunista dell’Unione sovietica (PCUS) risalgono al movimento bolscevico, nato nel 1903 in seno al Partito operaio socialdemocratico russo e protagonista degli avvenimenti politici e sociali che sconvolsero la Russia zarista culminando nel 1917 nella Rivoluzione d’ottobre. Il PCUS nacque ufficialmente nel 1925, in occasione del XIV congresso del Partito comunista russo (bolscevico), adottandone la linea programmatica nella fase di transizione dal capitalismo al socialismo. Sotto la guida di Stalin, il Partito comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica (la denominazione definitiva di Partito comunista dell’Unione Sovietica sarebbe stata adottata dal XIX congresso nel 1952) avviò la costruzione dello stato socialista sovietico e diventò il modello per tutti i partiti comunisti del mondo, che sostenne e controllò attraverso il Comintern, la Terza Internazionale. (Vedi anche Comunismo). Partito unico e monolitico, strutturato in modo fortemente centralizzato e verticistico, il PCUS governò il paese attraverso una nomenklatura locale e statale e una serie di organizzazioni di massa (sindacali, militari, giovanili). I principi del ruolo dirigente del partito, ispirati alla più rigida ortodossia marxista-leninista, furono consolidati da Stalin che impose il ruolo egemone del PCUS all’interno della società sovietica e dell’intero movimento comunista internazionale. Il PCUS costituì, fino al drammatico epilogo dell’esperimento comunista del 1991, il fulcro dello stesso stato sovietico. Il suo esteso apparato, sottoposto alla rigida disciplina del “centralismo democratico” e ricorrentemente colpito da sanguinose “purghe”, controllò capillarmente ogni aspetto della vita politica, sociale, amministrativa, economica dell’Unione Sovietica. In seguito alla morte di Stalin nel 1953, al vertice del partito salì Nikita Kruscev (1953-1964), il cui timido tentativo di riforma fu troncato da Leonid Brežnev (1964-1982). Dopo un breve periodo di transizione che vide avvicendarsi al vertice del partito Yurij Andropov (1982-1984) e Konstantin Černenko (1984-1985), Michail Gorbaciov (1985-1991) lanciò un radicale programma di riforma politica che fu tuttavia osteggiato dagli apparati più conservatori del partito. Il drammatico scontro, fattosi più aspro a partire dal 1989 – all’indomani della caduta del muro di Berlino e dei regimi socialisti esteuropei – culminò nel fallito colpo di stato dei conservatori dell’agosto 1991 e nella definitiva crisi del PCUS, che nel dicembre 1991, unitamente all’Unione Sovietica, venne sciolto dal presidente della Federazione russa Boris Eltsin. Nel decennio seguente, nella maggior parte degli stati nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, dalle strutture del PCUS hanno avuto origine altri partiti comunisti; tra questi il più importante è il Partito comunista della Federazione russa, attualmente il maggior partito politico russo.
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