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Emocromatosi Malattia rara di origine genetica che determina un graduale accumulo di ferro nell’organismo, i cui effetti si manifestano verso i 40-50 anni di età. È anche classificata tra le malattie metaboliche poiché è causata da un’anomalia nel normale processo di assorbimento ed eliminazione del ferro assunto con l’alimentazione. Rappresenta comunque la più frequente malattia genetica dei paesi occidentali. All’origine dell’emocromatosi è un difetto del gene HFE posto sul cromosoma 6; il gene malato è recessivo, il che significa che la sindrome si manifesta solo negli individui che possiedono due copie malate del gene (individui omozigoti recessivi), ereditate ciascuna da ognuno dei due genitori. I soggetti che possiedono una copia malata e una copia normale (detti eterozigoti) sono portatori sani: non sviluppano l’emocromatosi ma possono trasmetterla ai figli.
Il danno principale, con il progredire della malattia, si verifica a carico del fegato, che tende a ingrossarsi a causa dell’accumulo del metallo e a sviluppare la cirrosi, da cui possono seguire gravi complicanze. Altri organi possono essere compromessi e dare luogo a patologie apparentemente non correlate alla emocromatosi: da disturbi del pancreas può derivare il diabete mellito, se risulta colpita l’ipofisi possono seguire squilibri ormonali; il danno può interessare anche le articolazioni, l’apparato riproduttore, causando sterilità, e il cuore, che può essere soggetto a cardiopatie. In realtà, le ricerche del team dell’ospedale San Luigi di Orbassano (Torino), svolte in collaborazione con l’Università di Atene e pubblicate nel dicembre 2002, sembrano dimostrare che esistono ben cinque forme diverse di questa malattia genetica, correlate ad altrettanti geni localizzati su cromosomi differenti, e precisano il meccanismo che scatenano il difetto metabolico. Il difetto genetico impedirebbe la normale sintesi di una proteina, detta epcidina, che svolge il ruolo di “regolatore” nell’assorbimento intestinale del ferro ingerito con l’alimentazione.
Poiché i sintomi si manifestano piuttosto tardi, un sospetto può derivare dal riscontro nelle analisi del sangue di valori elevati della ferritina plasmatica e della transferrina, parametri legati al metabolismo del ferro. Alcune condizioni particolari determinano l’innalzamento dei livelli ematici del metallo, in particolare frequenti trasfusioni di sangue oppure terapie a base di ferro, necessarie in alcuni tipi di anemia e nella talassemia; inoltre, un terzo dei malati di epatite virale cronica accusa un sovraccarico di ferro. In assenza di tali presupposti, il riscontro di valori elevati in successivi controlli motiva la diagnosi di emocromatosi e ulteriori accertamenti. Si esegue l’analisi molecolare del gene HFE ed eventualmente anche una biopsia del fegato per il dosaggio del ferro intraepatico. Dato che l’emocromatosi è una malattia che colpisce il patrimonio genetico, una cura definitiva non è attualmente possibile. Si può cercare di limitare i danni agli organi, rimuovendo l’eccesso di ferro; ciò avviene mediante salassi, ovvero tramite un prelievo settimanale di sangue (circa 400 ml). Questa pratica ha lo scopo di stimolare la formazione di nuovi globuli rossi (eritropoiesi) per la quale è richiesto l’utilizzo di ferro: in tal modo il metallo viene mobilizzato dalle riserve presenti negli organi e non si accumula. Se particolari condizioni del paziente non permettono la terapia a base di salassi, si impiegano farmaci detti chelanti del ferro, come la desferioxamina, infusi per via sottocutanea. La speranza è che da scoperte come quella torinese derivino nuovi metodi diagnostici di tipo molecolare che permettano la diagnosi precoce, e farmaci che eliminino l’eccesso del metallo; questi potrebbero essere impiegati anche nei pazienti politrasfusi o che presentano sovraccarico di ferro di altra natura.
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