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Vita di Galileo Dramma in quindici scene scritto da Bertolt Brecht; se ne hanno due stesure, una del 1938 e una del 1955, composta dopo il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki. È considerato, oltre che un’opera fondamentale della drammaturgia occidentale del Novecento, anche una sorta di testamento spirituale dell’autore, che quando morì (nel 1956) stava lavorando alla terza stesura.
Il dramma racconta la vita di Galileo dal 1610, quando le sue osservazioni astronomiche gli provano la giustezza delle teorie eliocentriche di Copernico, alla vecchiaia, imbevuta di solitudine e di amarezza, con lo scienziato, ormai quasi cieco, che lavora sotto l’occhio vigile della Chiesa. Nel mezzo stanno le speranze di Galileo a Roma, la sua delusione quando le teorie copernicane sono dichiarate eretiche, la scelta, obbligata, di piegarsi all’autorità della Chiesa, l’abbandono delle osservazioni astronomiche e infine l’abiura, davanti al tribunale dell’Inquisizione, nel 1633.
Dramma moderno e ancora attualissimo, Vita di Galileo indaga il problema del ruolo dello scienziato nella società, dei suoi doveri politici e dei suoi rapporti con il potere. Brecht consegna alla storia un eroe negativo, almeno in parte, perché si piega di fronte al potere della Chiesa, abiurando. Convinto che la scienza e i suoi risultati dovessero servire al progresso del popolo e non, come troppo spesso avviene, per confermare il potere della classe dominante, il drammaturgo considera la ritrattazione di Galileo un vero crimine: “Chi non conosce la verità è un imbecille, ma chi la conosce e la chiama menzogna è un criminale!”, fa dichiarare allo stesso Galileo. Il dramma fu rappresentato per la prima volta nel 1947 negli Stati Uniti, dove non venne capito, e anzi venne giudicato con sospetto, poi in Germania, dalla compagnia Berliner Ensemble diretta da Brecht stesso. In Italia la prima rappresentazione fu quella allestita da Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano nel 1962-63, con Tino Buazzelli come protagonista.
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