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García Pérez, Alan

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García Pérez, Alan (Lima 1949), uomo politico peruviano, presidente del Perù (1985-1990; dal 2006). Figlio di un dirigente dell’Alleanza popolare rivoluzionaria americana (APRA), si dedicò fin da giovane alla politica aderendo all’organizzazione giovanile del partito. Compì studi giuridici a Lima e a Madrid, dove si trasferì nel 1968, e sociologici alla Sorbona di Parigi. Rientrato in patria, nel 1979 assunse la guida della segreteria organizzativa dell’APRA.

Eletto nel Parlamento nazionale nel 1980, si distinse per un’intransigente opposizione al governo conservatore di Fernando Belaúnde Terry, scalando la gerarchia del partito fino a diventarne segretario politico nel 1982. Nel 1985, a soli trentasei anni, si aggiudicò le elezioni presidenziali con un programma rivolto a combattere la corruzione degli apparati dello stato e la diffusione della violenza politica, nonché fortemente critico nei confronti delle politiche neoliberiste adottate dal suo predecessore.

García Pérez non fu tuttavia in grado di affrontare i gravissimi problemi politici, economici e sociali del paese, inseguendo una politica contraddittoria che gli valse il nome di caballo loco (“cavallo pazzo”). Le sue scelte economiche (sospensione del pagamento del debito e nazionalizzazione del settore bancario) gli alienarono il sostegno del Fondo monetario internazionale, provocando un esteso boicottaggio nei confronti del paese. Priva di misure coerenti, la strategia economica di García Pérez causò una profonda instabilità, la crescita impetuosa del debito pubblico, la svalutazione della moneta e un incontrollabile aumento dell’inflazione (che raggiunse il 2700% nel 1989 e il 7500% nel 1990).

Destinati a un analogo fallimento furono i suoi tentativi, peraltro modesti, di moralizzare la vita politica, che durante il suo mandato raggiunse livelli di corruzione elevatissimi. Infine, García Pérez non fu in grado di porre rimedio alle profonde ineguaglianze sociali e a fermare la violenza politica, rimanendo impotente di fronte all’offensiva guerrigliera (tra cui soprattutto quella di Sendero Luminoso). Una Commissione di pace, istituita pochi mesi dopo il suo insediamento, ebbe breve vita per l’ostilità dell’esercito e le divisioni all’interno del governo, che da allora, nel tentativo di frenare la spirale della violenza, fece un continuo ricorso allo stato d’emergenza.

García Pérez fu altrettanto impotente di fronte allo strapotere dei militari e alla repressione brutale da questi messa in atto (con il ricorso sistematico agli “squadroni della morte”) contro la guerriglia e le opposizioni, che raggiunse il culmine nel 1986, quando l’esercito soffocò nel sangue la protesta animata dalla guerriglia nelle carceri causando la morte di 400 detenuti e un’ondata di critiche internazionali.

Dopo l’elezione alla presidenza di Alberto Fujimori (1990), García Pérez fu sottoposto a una serie di indagini da parte della magistratura. Sospeso e poi riammesso al suo seggio senatoriale, nel 1992 tornò nel mirino di Fujimori, riuscendo fortunosamente a evitare la cattura. Recatosi in esilio prima in Colombia e poi in Francia, nel 1993 fu condannato per corruzione e abuso di potere; fu poi radiato dal Senato e colpito da un mandato di cattura internazionale. Dopo la fuga ignominiosa di Fujimori (2000), García Pérez rientrò in patria grazie alla concessione di benefici di legge. Candidato alle elezioni presidenziali dell’aprile 2001, fu sconfitto di misura da Alejandro Toledo. In seguito riprese la guida dell’APRA, riconquistando la presidenza del Perù nelle elezioni del 2006.

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