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Impero coloniale spagnolo Insieme dei territori che, a partire dalla fine del XV secolo, furono posti sotto la sovranità della Spagna. L’espansione coloniale spagnola è associata alla fondazione e al consolidamento di un vasto impero nelle Americhe; il processo ebbe inizio nel 1492, con il primo viaggio di Cristoforo Colombo verso occidente, e raggiunse l’apice nel XVIII secolo, quando l’impero spagnolo si estendeva dalla California e dal Texas fino alla Patagonia, con l’eccezione del Brasile e delle Guyane. Contemporaneamente all’espansione nel territorio americano, la Spagna iniziò nel 1565 a stabilire la propria presenza, anche se in misura minore, in Asia, con la conquista delle Filippine – così chiamate in onore del re Filippo II – e nell’Africa mediterranea. Quattro furono i fattori che permisero alla Spagna di emergere, alla fine del XV secolo, come la più grande potenza coloniale d’Occidente: l’estensione della sovranità spagnola sulle isole Canarie come conseguenza del trattato di Alcáçovas (1479), con il quale il Portogallo rinunciava alle sue rivendicazioni territoriali a beneficio di Isabella I; il superamento del Capo di Buona Speranza compiuto da Bartolomeo Diaz, che apriva così ai portoghesi la via per le Indie Orientali; la presa di Granada il 1° gennaio 1492, che completò il processo di Reconquista della penisola iberica; l’ostinazione di Cristoforo Colombo a raggiungere l’Asia navigando verso occidente.
La Spagna intraprese i primi viaggi di esplorazione nell’oceano Atlantico sulla scia dei successi conseguiti dai navigatori portoghesi e con il medesimo obiettivo di raggiungere le Indie, territorio di favolose ricchezze. A questo scopo i sovrani di Spagna, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, appoggiarono il progetto di Colombo, che nel 1492 partì da Palos e raggiunse le isole San Salvador, Cuba e Hispaniola. La spedizione di colonizzazione vera e propria fu però la seconda, salpata l’anno seguente da Cadice, che portò Colombo a fissare un insediamento stabile su Hispaniola e a occupare le isole di Guadalupa, Antigua e Dominica. A livello diplomatico si aprirono immediatamente le trattative con il Portogallo e con il papato: il papa Alessandro VI autorizzò, con la bolla Inter caetera, l’evangelizzazione a opera degli spagnoli e, nel 1494, fu concluso con il Portogallo il trattato di Tordesillas, che garantiva alla Spagna i territori al di là della cosiddetta “linea alessandrina”. Questa divisione permetterà al Portogallo di estendere il dominio su gran parte del Brasile includendo territori di pertinenza spagnola, considerata l’indifferenza degli spagnoli verso i territori privi di popolazione sedentaria e di ricchezze minerarie facilmente accessibili. Le nazioni marittime dell’Europa settentrionale (Inghilterra, Francia e Paesi Bassi) diedero poco valore ai trattati firmati dalla Spagna e, a partire dal 1520, i loro velieri s’introdussero sempre più frequentemente nel mar dei Caraibi, trasportando schiavi dall’Africa che barattavano con oro, perle e zucchero. Tuttavia, nessuno di questi potenziali rivali mostrò fino ai primi anni del XVII secolo l’intenzione di fondare colonie stabili sui territori dell’America centrale e meridionale.
Per tutto il XVI secolo gli unici ostacoli all’espansione spagnola furono costituiti dai limiti delle risorse materiali e umane a disposizione per le esplorazioni e per la colonizzazione, insieme agli impedimenti di natura geografica e, in alcune regioni, all’accanita resistenza opposta dalle popolazioni indigene. Entro la metà del XVI secolo gran parte delle isole dei Caraibi era stata conquistata e l’attenzione della Spagna si volse al Venezuela, all’America centrale – attraversata per la prima volta da Vasco de Balboa, il primo europeo a raggiungere l’oceano Pacifico – e al Messico. La celebre spedizione del 1519 di Hernán Cortés, che culminò due anni dopo con la conquista di Tenochtitlán, la capitale degli aztechi distrutta dagli spagnoli e ricostruita con il nome di Città di Messico, aprì una nuova fase nell’espansione coloniale spagnola, che raggiunse il suo apice nel 1533 con la conquista di Cuzco, la potente capitale dell’impero inca, da parte di Francisco Pizarro. Durante questi anni i conquistadores saccheggiarono senza freni l’America centromeridionale, la cui civiltà era ben più ricca e progredita di quella incontrata nelle isole caraibiche. Dal Perù partirono ulteriori esplorazioni dirette a nord verso l’Ecuador e la Colombia, e a sud verso il Cile. Una nuova spedizione condotta dalla Spagna, in cerca di altre rotte per il Sud America, portò alla fondazione di Buenos Aires nel 1536 e di Asunción, capitale dell’odierno Paraguay, nel 1537. La ricerca di nuovi territori condusse gli spagnoli in regioni ancor più remote, come quelle del Rio delle Amazzoni, del Messico settentrionale e degli altipiani della Guyana. Qui, come altrove, i colonizzatori si limitarono a installare postazioni isolate e temporanee, concentrando gli insediamenti permanenti nel Messico centrale e sulla Cordigliera delle Ande, dove, intorno al 1540, scoprirono le ricche miniere d’argento di Potosí (nell’odierna Bolivia).
I territori americani furono considerati un’estensione della Spagna e nel 1521 l’imperatore Carlo V d’Asburgo, re di Spagna, assunse anche il titolo di “re delle Indie e della Tierra-Firme del mare Oceano”. A livello amministrativo furono istituiti dei vicereami (Nuova Spagna, Nuova Granada, Rio de la Plata, Perù), governati da un viceré nominato direttamente dal sovrano di Spagna. Alle dipendenze del viceré si trovavano i governatori delle province (corregidores) e i capitani generali, i quali controllavano le municipalità (cabildos) cittadine. Tuttavia, la complessità della situazione, aggravata dall’ostilità e dall’opposizione dei cosiddetti encomenderos (conquistatori spagnoli che governavano direttamente sui territori conquistati), portò la Corona spagnola a limitare il numero delle encomiendas e a sopprimere i repartimientos (assegnazioni di corvées di indigeni a beneficio degli spagnoli). Dal punto di vista economico, i nuovi territori erano sfruttati a solo vantaggio della madrepatria, cui spettava il monopolio di tutte le risorse; il sovrano aveva inoltre diritto a una percentuale (chiamata quinto) dei guadagni ottenuti dalle estrazioni minerarie. Dai territori delle colonie arrivavano oro, argento, metalli, pietre preziose, spezie e prodotti agricoli (zucchero, cacao, indaco ecc.) che non furono però utilizzati per dare impulso economico al regno, ma solo come merce di scambio con gli altri paesi europei dai quali la Spagna continuava a importare armi, munizioni e derrate alimentari. A partire dal XVIII secolo l’allentarsi dei rapporti tra madrepatria e colonie permise il dilagare del contrabbando, compiuto soprattutto dalla Compagnia olandese delle Indie Occidentali e dagli inglesi. I rapporti con questi ultimi divennero così tesi da portare allo scoppio della guerra anglo-spagnola del 1739-1748.
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