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  • Amanita phalloides - Wikipedia

    L' Amanita phalloides nota anche come Tignosa verdognola ed Agaricus phalloides è un fungo mortale assai diffuso. È sicuramente la specie più pericolosa per via della sua ...

  • AMANITA PHALLOIDE

    Biografia, componenti e date dei concerti.

  • Amanita phalloides

    L'Amanita phalloides o Tignosa verdognola è uno dei tre funghi, con l'Amanita verna e l'Amanita virosa della specie amanita altamente velenoso e sicuramente mortale

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Amanita falloide

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Ciclo vitale di un fungo basidiomiceteCiclo vitale di un fungo basidiomicete
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Introduzione

Amanita falloide Fungo appartenente al phylum dei basidiomiceti, comunemente chiamato ovolo bastardo, o tigna verdognola. Si tratta di una specie velenosa letale, responsabile di circa il 90% delle morti per avvelenamento da fungo.

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Caratteristiche generali

Questa amanita è molto diffusa nei boschi di pianura e collinari; predilige le latifoglie, in prossimità delle quali il suo corpo fruttifero (il basidiocarpo, cioè la parte del fungo visibile sul terreno) si sviluppa tra agosto e ottobre, ma può crescere anche nei boschi di conifere. La facile reperibilità, l’ampiezza dell’areale e l’aspetto (che può essere confuso con quello di altre specie) sono purtroppo fattori che ne favoriscono il prelievo da parte di raccoglitori inesperti.

Nella sua forma più tipica, il fungo (o, come si è detto, il suo corpo fruttifero) è alto 8-11 cm, ha un cappello liscio, prima globoso e a maturità espanso. Largo 7-12 cm, il cappello è di colore variabile dal giallo-verde al verde oliva al giallo-crema; non sono infrequenti le forme albine (bianche), fenomeno abbastanza comune nel regno dei funghi. La superficie del cappello appare leggermente striata da linee sottili di tonalità più scura, che si irradiano dal centro senza raggiungere il margine.

La parte inferiore del cappello ha lamelle ben separate l’una dall’altra, di colore bianco e fitte. Anche le spore sono bianche. Il gambo è sempre di colore bianco; ha forma grossolanamente cilindrica, ed è più largo alla base; all’apice possiede un ampio anello (una sorta di membrana che ricade sul gambo stesso). Alla base si trova una volva sacciforme.

A seconda della sua colorazione e dello stadio di sviluppo, A. phalloides può somigliare ad altre specie di amanita meno tossiche (fra cui A. citrina), e a specie di altri generi, fra cui Russula, Agaricus, Tricoloma. Quando il corpo fruttifero è all’inizio del suo sviluppo ha una forma ovoidale che lo fa somigliare a A. caesarea, specie commestibile nota con il nome di ovolo buono.

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Avvelenamento da amanita

Il cappello di A. phalloides spesso si presenta eroso dalle lumache, molluschi che non subiscono gli effetti delle tossine contenute nel fungo: secondo alcune credenze, questa caratteristica è segno di commestibilità. In realtà, l’amanita contiene due piccole molecole proteiche del gruppo delle amatossine: l’alfa-amanitina e la falloidina, che nell’uomo colpiscono principalmente il fegato causandone la necrosi.

Poche decine di grammi del fungo (20-50 g, contenenti 5-7 mg di tossina) risultano letali. I sintomi dell’avvelenamento (sindrome falloidica) si manifestano dopo 6-8 ore dalla sua ingestione e consistono in forti dolori addominali accompagnati da diarrea e violenti conati di vomito, che possono durare per alcuni giorni, causando grave disidratazione. Dopo 4-5 giorni subentra l’insufficienza epatica grave: la morte può sopraggiungere per coma epatico, insufficienza renale, emorragie interne e disturbi di coagulazione del sangue, alterazione della glicemia. In caso di sospetto avvelenamento, è consigliato somministrare immediatamente alla persona avvelenata una soluzione di acqua e sale ogni mezz’ora fino all’intervento del medico. Solo un intervento tempestivo, entro 30-36 ore dall’ingestione, può avere buon esito: il paziente viene sottoposto a diuresi forzata per l’eliminazione delle tossine, sotto costante controllo medico.

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Un formidabile produttore di tossine

Nel novembre 2007 uno studio dell’Università del Michigan sul patrimonio genetico di questa specie ha dimostrato che essa possiede una regione di geni “specializzati” nella sintesi di tossine, soggetta a grande variabilità: ciò si traduce nella possibilità per il fungo di elaborare rapidamente molte varianti delle molecole nocive. Il DNA che compone questi geni determina la sintesi diretta delle corte catene proteiche (a 7-8 amminoacidi) che costituiscono le due tossine di A. phalloides oggi conosciute; invece, in altri funghi il DNA “comanda” la sintesi di enzimi che a loro volta assemblano le molecole tossiche. Il processo di sintesi diretta di tossine in A. phalloides sembra quindi molto più efficiente, ed è oggetto di interesse dei ricercatori, che da esso potrebbero comprendere meccanismi utili per la sintesi di farmaci.

Classificazione scientifica: L’amanita falloide è classificata Amanita phalloides nella famiglia delle agaricacee, ordine imenomiceti, sottoclasse olobasidiomiceti, phylum basidiomiceti.

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