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Psicomotricità

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Introduzione

Psicomotricità Disciplina pedagogica che finalizza l’attività motoria al raggiungimento di una maggiore consapevolezza di sé, delle proprie relazioni con l’ambiente esterno e con gli altri; in particolare, alla strutturazione dello schema corporeo, ovvero della percezione istintiva del proprio corpo e delle sue diverse parti in relazione allo spazio, agli oggetti e agli individui circostanti, sia in condizioni di movimento sia statiche. Propone il superamento della tradizionale barriera tra corpo e psiche, ricercando una possibile integrazione tra i due aspetti.

La psicomotricità, o psicocinesi, trova le sue radici nei primi decenni del Novecento nella neuropsicologia degli psicologi russi Aleksander Lurija e di Aleksej Leont’ev, dello psicologo francese Henry Wallon e soprattutto nella visione educativa dello psicologo francese Jean Piaget. Il fondatore della psicomotricità come vera e propria scienza applicata è considerato il medico e insegnante francese Jean Le Boulch.

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La seduta psicomotoria

L’attività psicomotoria viene praticata soprattutto con i bambini e i ragazzi fino agli 11-12 anni; si svolge in un ambiente che non sia lo stesso dove il bambino vive le altre attività quotidiane (ad esempio, in una sala specifica della scuola e non nell’aula in cui avviene l’attività didattica), in cui si trovano attrezzi ginnici e oggetti di materiali diversi (come stoffa, cartoncino, plastica). Nel corso di una seduta di psicomotricità, il bambino vive dapprima un momento di libera appropriazione dello spazio; quindi un momento di interazione con gli altri, secondo le proposte dello psicomotricista che in molti casi privilegiano situazioni ludiche; infine, una fase di verbalizzazione del proprio vissuto, in cui, ripercorrendo l’attività svolta, il bambino mette in luce, più o meno consapevolmente, le proprie emozioni, il rapporto con gli altri, eventuali difficoltà o inibizioni. In tal modo, l’educazione psicomotoria può costituire uno strumento per un più armonioso sviluppo corporeo, ma anche per la comprensione dei bisogni dell’individuo.

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Lo schema corporeo

L’immagine corporea di se stesso non è propria del bambino alla nascita, ma si delinea attraverso un percorso che si protrae fino agli 11-12 anni. La percezione del proprio corpo è resa possibile dai propriocettori presenti in ogni regione corporea; i differenti segnali che questi inviano costantemente al sistema nervoso permettono al cervello di ricostruire una sorta di immagine tridimensionale e conoscere in ogni istante la posizione di ogni parte e la sua relazione con lo spazio circostante. Le vie nervose afferenti che vanno dai propriocettori al sistema nervoso centrale maturano fino agli 11 anni. L’educazione psicomotoria può dunque intervenire a migliorare la strutturazione dello schema corporeo: ciò avviene attraverso il controllo della respirazione, lo sviluppo dell’equilibrio e della lateralità, la comprensione dei rapporti spazio-tempo e percezione sensoriale-attività motoria, il controllo del tono muscolare e lo sviluppo della capacità di rilassamento, esercizi di coordinazione in movimento. L’attività motoria così intesa diventa una educazione alla scoperta delle potenzialità del proprio corpo; si distanzia dalle metodiche dell’addestramento motorio in cui attraverso la ripetizione di movimenti si intende potenziare il sistema muscolo-scheletrico e rendere automatici esercizi necessari a una specifica specialità sportiva.

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Schema corporeo e apprendimento

L’importanza che nella psicomotricità viene data alla percezione dello schema corporeo ha diverse implicazioni, assai più ampie di quelle del solo sviluppo delle capacità motorie. Il concetto di schema corporeo e la capacità di comprendere le relazioni spaziali tra elementi diversi sono fondamentali perché il bambino acquisisca la percezione dello spazio nella scrittura, nella lettura, nel disegno, nella geometria; dunque, sono importanti nell’apprendimento. L’educazione psicomotoria svincola l’attività fisica da ogni componente che la renda meccanica; la ricerca di una libera espressione del movimento è priva degli aspetti agonistici che spesso caratterizzano le attività sportive in genere. In tal modo, il bambino apprende anche una modalità di interazione con gli altri di collaborazione e non competitiva.

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