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Se vi è necessità di disporre di un numero adeguato di cellule staminali umane da destinare alla ricerca, in linea teorica la cosiddetta clonazione terapeutica potrebbe essere una soluzione al problema: produrre embrioni che sono cloni di individui adulti, prendendo nuclei di cellule somatiche e inserendoli in cellule uovo a loro volta denucleate. Ciò eviterebbe l’utilizzo (da alcuni ritenuto eticamente inaccettabile) degli “embrioni sovrannumerari”, cioè degli embrioni ottenuti con fecondazione in vitro e non destinati all’impianto nell’utero materno perché eccedenti, dunque mantenuti a tempo indeterminato in appositi congelatori. Insomma, la scelta parrebbe tra “embrioni costruiti” ed “embrioni naturali”. In realtà, il dibattito è acceso, e le implicazioni etiche, biologiche, legislative, religiose sono numerose. La decisione del presidente statunitense George W. Bush, dell’agosto 2001, permetteva soltanto l’utilizzo delle 64 linee cellulari embrionali già esistenti e brevettate, ma vietava l’investimento di fondi pubblici in studi con nuove linee di cellule staminali di embrioni, sia sovrannumerari sia clonati. A tale decisione si allineò il ministro della Salute italiano Girolamo Sirchia. La Convenzione di Oviedo del 4 aprile 1997, approvata dal Consiglio d’Europa, vieta la clonazione terapeutica ma non vieta l’uso degli embrioni sovrannumerari, rimandando a ciascun governo dell’Unione la scelta. A infiammare la discussione è intervenuta la decisione della Gran Bretagna che, primo paese a emanare un simile provvedimento, nel 2002 ha autorizzato la clonazione terapeutica. Alcuni ritengono inaccettabile tout court l’uso di embrioni e ritengono che le cellule staminali prelevate da adulto rappresentino una valida alternativa, così come quelle derivanti dal cordone ombelicale e dal midollo osseo. Altri ricercatori ritengono invece che la sperimentazione debba procedere parallelamente su entrambi i tipi di cellule, embrionali e adulte, e che possa addirittura integrarsi con le tecniche di ingegneria genetica per modificarne alcuni geni. Nel caso del team di Bethesda sopra citato, nelle cellule embrionali è stato modificato un gene in modo da indurle a svilupparsi in neuroni sani; le cellule sono state impiantate nel tessuto cerebrale degli individui malati e hanno permesso la scomparsa dei sintomi più gravi e la sopravvivenza dei ratti. Nei primi tentativi di trattare il Parkinson con trapianto cellulare si erano usate cellule neuronali fetali non geneticamente modificate, ma si era in seguito osservata la scarsa capacità di queste cellule di regolare correttamente la produzione del neurotrasmettitore dopamina, correlato con la malattia. Malgrado le polemiche, nel luglio 2004 la Gran Bretagna ha inaugurato la prima banca mondiale delle cellule staminali, alla quale i laboratori di tutto il mondo potranno afferire per la custodia, la clonazione e lo scambio di queste preziose risorse. La speranza è quella di coordinare gli sforzi dei team internazionali e di favorire la messa a punto di terapie effettivamente applicabili ai malati di Parkinson, e altre malattie neurodegenerative. Il centro è chiamato UK Stem Cell Bank ed è situato presso il NIBSC (National Institute for Biological Standards and Control), istituto pubblico di ricerca già noto a livello internazionale come ente specializzato nel controllo degli standard qualitativi di prodotti biologici come vaccini e derivati del sangue.
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