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Progresso

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1

Introduzione

Progresso Termine che in filosofia definisce una trasformazione per gradi, ciascuno dei quali costituisce un miglioramento rispetto a quello precedente e tutti insieme si inscrivono in un processo lineare e continuo. Si può parlare di progresso limitatamente a un aspetto della civiltà umana (ad esempio, la scienza o la tecnologia), oppure in riferimento alla civiltà nel suo complesso. Specialmente in questo secondo caso viene sottintesa una concezione della storia universale per la quale essa tenderebbe verso un miglioramento continuo e illimitato – inteso come accumulo di conoscenze, di avanzamenti nel campo delle condizioni materiali oppure morali dell’umanità – che non esclude momenti di stasi o di parziale regresso, senza che ne sia però intaccata la tendenza di fondo. A questo proposito, vedi anche Filosofia della storia.

2

Cenni storici

La nozione di progresso è, nel complesso, estranea al pensiero greco, in cui prevale l’idea della storia come decadenza da una perfezione originaria (l’età dell’oro) o come ripetersi ciclico di vicende cosmiche. Essa contraddistingue invece il pensiero moderno. Antesignani dell’idea di progresso furono, nel Rinascimento, il filosofo Giordano Bruno e, alle soglie dell’età moderna, Francesco Bacone.

2.1

Dall’età moderna all’Illuminismo

Bacone non si limitò a tracciare un bilancio del progresso che si è realizzato, rispetto all’antichità, nelle scienze e nelle tecniche, ma affermò con forza che lo sviluppo del sapere può estendere il potere umano sulla natura. Con questa affermazione fece la sua comparsa la concezione secondo cui il sapere costituisce un’impresa comune, che si arricchisce del contributo congiunto di molti studiosi e di diverse generazioni e che cresce su se stessa nel tempo. In seguito, nella Digressione sugli antichi e i moderni (1688), Bernard de Fontenelle rivendicò la superiorità dei moderni sugli antichi, poiché i primi possono giovarsi delle scoperte precedenti.

È però nell’età dell’Illuminismo che l’idea di progresso, collegandosi alla fiducia nella ragione umana, determina la fioritura di numerose filosofie della storia d’impronta ottimistica. La concezione più coerente di un progresso continuo e indefinito è quella riscontrabile nel pensiero di Condorcet. Tuttavia, è da parte di alcuni pensatori dello stesso ambito illuminista, come il ginevrino Jean-Jacques Rousseau, che provengono le prime critiche alla concezione secondo cui il progresso delle scienze e delle arti coinciderebbe col progresso morale dell’uomo.

2.2

L’Ottocento

Il pensatore tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel concepiva la storia come progresso dello spirito universale verso la piena libertà e autocoscienza, che egli vide realizzarsi nella sua età. Da alcune premesse del pensiero hegeliano prese le mosse Karl Marx, il quale però ricercava il progresso nelle nuove condizioni economiche create dal capitalismo e nel passaggio a una nuova società senza classi. L’idea di progresso che prevale nel XIX secolo è però quella espressa dai pensatori positivisti, come Auguste Comte e Herbert Spencer. Il primo, in particolare, ritenne di evidenziare un progresso umano che si realizza attraverso passaggi successivi da uno stadio teologico, a uno metafisico e infine a uno stadio scientifico-positivo. L’evoluzionismo di Charles Darwin introdusse nella concezione positivistica del progresso l’idea che esso affondi le sue radici nella selezione naturale, processo capace di assicurare la sopravvivenza degli individui più adatti.

In generale, le concezioni di progresso che prevalsero nell’età del positivismo lo intendono, sebbene con accentuazioni diverse, come uno svolgimento necessario e illimitato. Ma nell’Ottocento si diffusero anche le prime critiche all’ottimismo sotteso alla concezione del progresso (ad esempio, sia pure entro differenti orizzonti progettuali, con Kierkegaard e Schopenhauer); l’idea della storia come un processo lineare, teso verso un illimitato miglioramento, fu abbandonata da pensatori come Friedrich Nietzsche, che le contrappose la sua concezione dell’eterno ritorno e, in seguito, esplicitamente rovesciata da altri filosofi, in particolare da Oswald Spengler, autore di Il tramonto dell’Occidente.

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