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Risultati di Windows Live® Search Placiti campani Quattro documenti giuridici emanati, nel contesto di cause di proprietà o per controversie di confine, nel 960 da un giudice di Capua e nel 963 dalle cancellerie di Sessa Aurunca e di Teano. Questa produzione documentaria si colloca in un preciso contesto storico: nell’883 la ricca abbazia di Montecassino era stata distrutta da ripetute incursioni saracene. Anche i suoi beni immobili erano andati perduti, a vantaggio di feudatari limitrofi del principato longobardo di Capua e Benevento. Alcuni decenni dopo, gli abati di Montecassino intrapresero una sorta di battaglia legale per farsi riassegnare le proprietà usurpate da signori laici. Tali documenti, chiamati in senso estensivo “placiti”, cioè “sentenze”, e conservati nell’abbazia di Montecassino, sono scritti in latino ma contengono, sostanzialmente identica, una formula di giuramento in volgare perché pronunciata da persona non colta. La più nota è quella del “placito” di Capua, in una causa che vide contrapposti il nobile Rodelgrimo e l’abate di Montecassino, e in cui un contadino attesta i diritti dell’abate affermando: Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti, “So che quelle terre, entro quei confini che sono qui (cioè in questo documento) riferiti, le possedette per trenta anni il monastero di San Benedetto”. Il testo in volgare citato riporta tratti dialettali campani, come la riduzione del nesso qu- a k- (il latino quod > ko; le forme toscane quelle, qui > kelle, ki); o come l’assenza del dittongo –ie- in contene. Tuttavia il referto giuridico rivela un intento linguistico normalizzatore: la forma sao, ricavata per analogia su altre forme verbali come dao (do), stao (sto), è una variante meno popolare di saccio, tipico esito meridionale del latino sapio; così pure l’inserzione di formule direttamente prese dal lessico giuridico latino, come parte Sancti Benedicti, che definisce tecnicamente l’appartenenza di un bene di proprietà o il legittimo godimento di diritti, serve a valorizzare, in quanto testimonianza scritta, una fonte orale riportata in forma di discorso diretto. I Placiti campani costituiscono le prime attestazioni di come, intorno al X secolo, in alcune aree della penisola il volgare fosse ormai percepito come realtà linguistica autonoma rispetto al latino. La motivazione pratica (la necessità di produrre documenti legali dal significato comprensibile anche dal vasto pubblico di laici illetterati) spinse giudici e notai, detentori di conoscenze e tecniche tradizionalmente espresse in latino, a prendere in considerazione la diffusa presenza del volgare e a dargli dignità di scrittura.
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