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Risultati di Windows Live® Search Free jazz Corrente di musica jazz nata negli anni Sessanta del Novecento e caratterizzata da una duplice natura estetica e politica. La parola free (libero) indica sia l’adozione di una libertà di struttura che richiede il totale abbandono all’improvvisazione svincolata da ogni schema precostituito, sia la spinta ideale da parte di molti musicisti afroamericani verso la libertà della propria cultura, in analogia con le ideologie radicali che contraddistinguevano il movimento nero negli Stati Uniti in quel periodo. La definizione “free jazz” fece la sua prima comparsa nel 1960, quando Ornette Coleman incise l’album Free Jazz. Il disco raccoglieva una doppia session di libera improvvisazione e divenne ben presto un modello per molti altri artisti che seguirono questa strada espressiva. L’idea che animò questo genere di progetti era quella di determinare un momento di rottura tra il nuovo che sopraggiungeva e tutto quello che aveva preceduto (bebop, cool, jazz tradizionale ecc.). L’atematismo, la rinuncia delle modalità ritmiche tradizionali, la negazione dello swing, contrapposte all’energia collettiva, alla scelta di timbri aspri e taglienti, all’esasperazione degli aspetti rumoristici furono alcune delle caratteristiche fondamentali del free jazz. Tra i musicisti che diedero impulso all’estetica del movimento free vi furono, oltre a Coleman, Cecil Taylor, Don Cherry ed Eric Dolphy. Nel contempo percorrevano strade parallele John Coltrane, che successivamente si avvicinò al radicalismo improvvisativo dei più duri, Albert Ayler, una delle figure più estreme della nuova scena, Gato Barbieri, Archie Shepp, Pharoah Sanders. Una delle esperienze germinate dal modo improvvisativo di fare musica fu la costituzione di un gran numero di collettivi musicali, sorti per tutelare i musicisti e per rendere maggiormente condivisa un’idea di collaborazione tra chi produceva musica, in contrapposizione alla competizione e alla concorrenza imposte dal mercato discografico. Il movimento free non ebbe lunga durata, ma si configurò come una tra le più importanti esperienze musicali del Novecento e generò un gran numero di esperienze radicali anche in Europa, dove crebbero collettivi e orchestre dedite all’improvvisazione. Tra queste spiccarono la Jazz Composers’ Orchestra di Carla Bley e Mike Mantler, il Willem Breuker Kollektief e gli statunitensi Art Ensemble of Chicago. Tra i musicisti inscriviibili all’interno di esperienze analoghe a quelle del free jazz si ricordano, tra tutti, Lol Coxhill, Evan Parker, Steve Lacy e Anthony Braxton.
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