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Comico

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Pulci: La professione di fede di MarguttePulci: La professione di fede di Margutte
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Introduzione

Comico Espressione della letteratura, delle arti plastiche e figurative o dello spettacolo, ma anche propria anche dell’esperienza comune, che va dalla parodia alla satira, dall’ironia alla caricatura e al gioco di parole. Il termine ha anche un significato diverso se viene usato in un’accezione strettamente retorico-letteraria.

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Estetica e ideologia del comico

Il comico è parte essenziale della comunicazione umana, essendo legato al sorriso e al riso. Riguardo al valore estetico e comunicativo del riso esistono diverse teorie: aggressione dell’avversario secondo Thomas Hobbes; ribellione alla riduzione della vita e del corpo a espressione meccanica per Henri Bergson; liberazione di energie psichiche represse nella teoria di Sigmund Freud; “sentimento del contrario” seguendo una celebre definizione di Luigi Pirandello; il riso, in altri ambiti di riflessione filosofica, si presenta come una diversa e alternativa forma di conoscenza.

Le forme in cui il comico può manifestarsi sono pressoché infinite e comportano una complicità e spesso un coinvolgimento reattivo col destinatario, come si vede nel rapporto tra attori comici e pubblico. Il comico è un modo per mettere in discussione la realtà attraverso una rappresentazione trasgressiva o straniata o comunque critica, giocando sul rovesciamento e sullo spostamento delle forme correnti e delle convenzioni, sia per suggerire il cambiamento, ovvero, al contrario, per ristabilire l’ordine, evidenziando l’asocialità di certi comportamenti.

Da questo punto di vista, il comico è ambiguo e polivalente e ideologicamente neutro. Sono le singole situazioni contingenti e gli specifici contesti che indicano la direzione ideologica del comico. Comunque la sua forza sta nel far leggere la realtà in modo diverso o alternativo rispetto a quello convenzionale o istituzionalizzato, liberando una disposizione ludica e perfino anarcoide per un verso, ma suggerendo un diverso orizzonte morale e obiettivi pedagogici per un altro.

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Il basso-corporale e la parodia

Sul piano storico, il comico è il linguaggio proprio di un mondo plebeo o subalterno, che nei secoli ha subìto divieti ed emarginazione da parte del potere e che rivendica un sapere diverso e rovesciato rispetto a quello dominante. È il caso del comico dei giullari e specialmente del comico carnevalesco. Quest’ultimo si caratterizza per l’esaltazione del corpo, del sesso, del cibo, delle funzioni corporali, anche quelle più censurate, per il rovesciamento delle gerarchie sociali, così come per quelle del corpo, per l’assunzione a valore della follia rispetto alla ragione, della poltroneria rispetto all’iniziativa e al lavoro.

In letteratura, e per restare nell’ambito italiano, questo tipo di comico ha le sue registrazioni nel Morgante di Luigi Pulci, in tutta la tradizione della poesia maccheronica e nella sua opera più esemplare, il Baldus di Teofilo Folengo, e ancora nelle opere del Ruzante, in cui si profila anche un codice rovesciato rispetto ai valori della proprietà (Betia), e nella figura di Bertoldo creata da Giulio Cesare Croce. Questo tipo di comico, con la sua forza alternativa, lo si ritrova alle origini della Commedia dell’Arte, e viene conservato, sia pure in forma attenuata, nella strutturazione delle varie “maschere”. Maschere che oggi propone il cinema piuttosto che la commedia, la quale si è sostanzialmente evoluta nelle forme del dramma borghese.

Altra forma del comico è quella della parodia, che ha avuto largo impiego in letteratura. Le prime testimonianze al riguardo risalgono alla pseudo-omerica Batracomiomachia; e, per restare in Italia, basti ricordare la Nencia da Barberino, per molti anni attribuita a Lorenzo de’ Medici, e una sorta di suo duplicato, la Beca da Dicomano di Luigi Pulci, per arrivare alla parodia del poema epico, che trova il suo archetipo nella Secchia rapita (1622) di Alessandro Tassoni, e ancora più avanti, fino alle feroci parodie disseminate nell’opera di Carlo Emilio Gadda.

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Il significato retorico-stilistico

Il secondo significato, quello retorico-letterario, risale al Medioevo e alla teoria dei tre stili (che, a sua volta, rimanda a Quintiliano e a Cicerone), secondo cui la letteratura era classificata a tre livelli espressivi o “stili”: “alto”, “medio” e “basso”, ovvero, secondo una denominazione più tradizionale, “tragico”, “comico” ed “elegiaco”. Ma la bipartizione fondamentale resta quella tra stile “tragico” (o “alto”), impiegato per tematiche e personaggi cortesi e per la sublimazione del concetti astratti (“armi”, “amore” e “virtù”) con l’impiego di un lessico selezionato e solenne; e stile “comico”, riservato alla realtà materiale, alla dimensione dell’esperienza sensoriale, ai personaggi socialmente bassi oppure ai conflitti politici e alle battaglie letterarie, con l’impiego di un lessico allargato e capace di registrare la realtà quotidiana e anche i suoi aspetti meno belli.

Il codice del linguaggio “comico”, impiegato spesso dagli stessi scrittori che usano il linguaggio “tragico”, è tendenzialmente, ma non necessariamente, parodistico, e quindi tende a riecheggiare in forme stravolte, anche rovesciandola, la letteratura alta. La Commedia di Dante fa riferimento nel titolo al livello linguistico prevalentemente impiegato (anche se esso è più tipico dell’Inferno). Dante impiega il linguaggio “comico” nella tenzone con Forese Donati, così come, in altre circostanze, fanno i maggiori rappresentanti dello Stilnovo (che si esprime in stile rigorosamente “tragico”), come Guinizelli e Cavalcanti.

Nel secolo XIII si è sviluppata la poesia comico-realistica (Cecco Angiolieri, Folgore da San Gimignano ecc.), tenuta sul registro “comico” e non sempre in funzione parodica. La tradizione dei poeti “comici” è stata continuata nel Quattrocento dalle rime del Burchiello, dalla poesia burlesca toscana e, in particolare, da Luigi Pulci e, più avanti, dalle Rime di Francesco Berni, le quali hanno dato origine a un genere giocoso codificato, con forme metriche varie. Tale genere ha trovato grande sviluppo nel Cinquecento (Giovanni Mauro, Agnolo Firenzuola, Anton Francesco Grazzini, Cesare Caporali e altri), e poi nel Seicento (Nicola Villani, Pier Salvetti, Ludovico Leporeo, Francesco Melosio) fino al Settecento, anche con Baretti e Parini. Ma l’eredità di questo genere è passata, in forme del tutto originali, nella poesia dialettale del Sette-Ottocento, culminata con Porta e Belli.

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