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    Nel Medioevo in Europa occidentale, con l'espressione lingua volgare si indicava la lingua parlata dal popolo (in latino vulgus), che con il passare dei secoli si era distaccata ...

  • Volgare come lingua

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Lingua volgare

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Introduzione

Lingua volgare Lingua comune parlata nell’Europa del Medioevo da tutti coloro che non conoscevano il latino, la lingua delle persone colte, dei litterati (ovvero di chi, conoscendo appunto le litterae latinae, veniva considerato alfabetizzato). L’aggettivo latino vulgaris deve quindi essere inteso nel significato etimologico di “proprio del volgo, del popolo”.

Nelle aree linguistiche in cui il latino era stato lingua ufficiale della cultura e dell’amministrazione si svilupparono gli idiomi romanzi, cioè quelle nuove espressioni derivate dall’evoluzione del latino stesso per effetto della semplificazione grammaticale dell’uso parlato, come pure delle influenze fonetiche e morfologiche delle lingue e dei dialetti originari, preesistenti alla diffusione del latino (fenomeno di sostrato linguistico), e delle lingue di genti successivamente venute a contatto con la realtà linguistica e culturale latina (fenomeno di superstrato linguistico).

Si può comunque usare il termine di lingua volgare (sempre in diretta opposizione al latino) anche per le aree linguistiche non romanze, come la Germania o le isole britanniche, dove va a indicare le forme, rispettivamente, del tedesco e dell’inglese antico.

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Diffusione del volgare in Italia

In Italia l’evoluzione della lingua volgare dal latino parlato è stata più lenta che nell’area della Gallia romanizzata, dove prima si sono sviluppate le lingue letterarie volgari come il francese e il provenzale, a loro volta modelli linguistici e tematici per i volgari letterari sorti in Italia. Per descrivere questo rapporto di emulazione Dante, nel De vulgari eloquentia, utilizzando come elemento discriminante il termine usato per dire “sì”, definisce i due principali volgari transalpini come lingua d’oïl e lingua d’oc, mentre le espressioni volgari italiche, pur nella frammentaria diversificazione municipale, possono essere catalogate sotto la definizione generale appunto di lingua del sì.

L’uso scritto del volgare si manifestò in Italia quasi contemporaneamente in varie aree. I primi ambiti testuali di diffusione furono quelli giuridici (i Placiti campani del X secolo; la Postilla amiatina dell’XI), commerciali (un Conto navale pisano dei primi decenni del XII secolo) e soprattutto religiosi (una formula di confessione umbra e un’iscrizione nella basilica di San Clemente a Roma, entrambi dell’XI secolo; e, tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, il Ritmo laurenziano, il Ritmo cassinese e il Ritmo su Sant’Alessio, che già rivelano embrionali forme di cosciente elaborazione letteraria).

Ancora precedente è la testimonianza del cosiddetto Indovinello veronese, proveniente da un contesto monastico, e dal valore a metà tra il religioso-propiziatorio e il gioco verbale. Un’area in cui l’uso del volgare fu precocemente adottato nella documentazione amministrativa fu quella sarda, eccentrica anche dal punto di vista linguistico rispetto all’evoluzione del latino sul continente: della fine dell’XI secolo sono alcuni privilegi interamente redatti nel volgare insulare, molto più conservativo dei tratti fonetici e morfologici originari latini, da giudici di Torres, nel Logudoro.

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I volgari d’Italia: lingue o dialetti?

Si potevano distinguere, nel variegato panorama dei volgari italici, tre grandi aree: quella settentrionale, delimitata all’incirca dall’arco alpino e dal crinale appenninico che segna il confine meridionale della Pianura Padana; quella identificabile a grandi linee con l’odierna Toscana; e la vasta area centromeridionale, che comprendeva i dialetti umbro-marchigiani fino, scendendo all’estremo sud, al volgare siciliano, pur con forti differenziazioni interne. Come si è detto, a se stanti sono da considerare l’area linguistica sarda, come pure quella dell’estremo nord-est, appartenente all’orbita ladina. Vedi anche Dialetti italiani.

Fino al tardo Duecento i volgari d’Italia convissero in condizioni di parità, ed è per questo che risulta improprio parlare di “lingua” e “dialetti” secondo alcuni storici della lingua italiana almeno fino a Dante, per altri fino alla codificazione di norme grammaticali riferite a un’ideale lingua letteraria comune, operata solo all’inizio del Cinquecento da Pietro Bembo.

La prima elaborazione letteraria del volgare italiano avvenne in Sicilia nella prima metà del Duecento alla corte di Federico II (vedi Scuola siciliana), ma già verso la fine del secolo si affermò il volgare letterario della Toscana grazie a tre principali cause: la particolare vicinanza, soprattutto vocalica, della varietà linguistica toscana (e fiorentina in particolare) al latino, e la maggiore accessibilità di questo dialetto per le persone colte, non toscane, che usavano abitualmente il latino (vedi anche Lingua italiana); la straordinaria vitalità culturale toscana che, rappresentata da grandi scrittori quali Dante, Petrarca e Boccaccio, si impose nel Trecento, progressivamente e senza ostacoli, nelle altre aree; il primato economico acquisito dalla Toscana, sempre a partire dal Trecento, e consolidato nel secolo successivo con l’egemonia finanziaria e politica della Firenze medicea.

Il primo ad avvertire l’esigenza di una unitarietà di espressione linguistica per la cultura italiana fu Dante, che già all’inizio del Trecento, se nel De vulgari eloquentia analizzava dettagliatamente e criticamente la mappa delle parlate regionali d’Italia, nel Convivio decideva di usare il volgare come strumento di esposizione – scelta rivoluzionaria per la tradizione della trattatistica – facendosi portatore di un programma di divulgazione della cultura che non poteva esimersi dall’adottare, come strumento linguistico, la nuova espressione parlata e compresa dalla stragrande maggioranza dei suoi compatrioti.

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