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Arte olandese

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Introduzione

Arte olandese Produzione artistica dei Paesi Bassi dall’inizio del XV secolo ai giorni nostri. Tra Quattrocento e Seicento, la tradizione artistica di questa regione era pienamente condivisa, in una comunanza o identità culturale corroborata in diversi periodi anche da un’effettiva unità politica, dalle popolazioni di un’area geografica molto più estesa di quella dell’attuale Olanda, comprendente le Fiandre (oggi incluse nel Belgio) e parte della Francia settentrionale.

2

La scuola pittorica fiamminga

Nella storia dell’arte viene qualificata globalmente come “fiamminga” la tradizione pittorica affermatasi tra XV e XVII secolo nella regione storica delle Fiandre e nel vasto territorio confinante, corrispondente alle antiche contee d’Olanda, Zelanda, Artois, Hainaut, Namur, al vescovado di Liegi e ai ducati di Brabante, Limburgo e Gheldria.

A lungo sottomesse ai potenti duchi di Borgogna, queste terre, con le loro floride città al centro di intensi commerci, entrarono a far parte dell’impero degli Asburgo nel 1477. Nel 1555 Carlo V cedette il dominio della regione al figlio Filippo II, re di Spagna, la cui politica assolutista, nutrita di intransigenza cattolica nei confronti del protestantesimo, provocò la ribellione delle città settentrionali, calviniste. La divisione politica e religiosa tra l’Unione di Utrecht (sottoscritta da Olanda, Utrecht, Groninga, Zelanda, Frisia, Overijssel e Gheldria), protestante e ribelle alla Spagna, e l’Unione di Arras, che raccoglieva le province meridionali, cattoliche e fedeli al re asburgico, comportò l’inizio di una graduale ma irreversibile differenziazione culturale tra Nord e Sud della regione, pienamente definita nel corso del secolo successivo.

A partire dal Seicento si distinguono quindi un’arte “olandese” (sviluppata nei Paesi Bassi settentrionali) e un’arte “fiamminga” in senso eminentemente geografico, ovvero di artisti delle province meridionali e del Belgio (Fiandre), non più accomunati da un’effettiva consonanza stilistica riconoscibile come viva tradizione.

2.1

Il Quattrocento fiammingo

La scuola di pittura fiamminga prese corpo nel corso del XV secolo, trovando i suoi punti di irradiamento in ricche città commerciali come Bruges, Gand e Anversa. Rispetto al Rinascimento italiano, che costituì un rinnovamento radicale in tutte le arti, la pittura fiamminga va intesa piuttosto come coerente sviluppo e perfezionamento di una tradizione che aveva visto la luce nel XIV secolo.

Una delle caratteristiche fondamentali di questa scuola fu l’attenzione alla realtà oggettiva. I pittori fiamminghi del periodo si contraddistinguono per la resa fedele e meticolosa degli interni borghesi, degli oggetti, degli sfondi paesistici e, pur senza seguire le leggi della prospettiva, riescono a riprodurre con notevole efficacia rappresentativa la profondità spaziale.

Un’innovazione di grande importanza introdotta dalla scuola quattrocentesca fiamminga fu il perfezionamento della tecnica della pittura a olio, destinata a determinare una vera e propria svolta nella storia dell’arte. I colori a olio permettevano infatti di ottenere una nitidezza e una luminosità maggiori di quelle consentite dalla tempera, e di rendere un’estesa gamma di toni e trasparenze attraverso sottilissime stesure della miscela pigmentata, chiamate velature.

Iniziatore della scuola fu Jan van Eyck, il quale, dopo avere esordito come miniatore, nel 1432 eseguì per la chiesa di San Bavone di Gand il Polittico dell’Agnello mistico: spiccano, nel paesaggio descritto nei minimi particolari, elementi di novità, quali ad esempio i personaggi ritratti con un realismo attento sia ai dettagli dell’abbigliamento, sia a quelli anatomici. Nel 1434 dipinse il Ritratto dei coniugi Arnolfini (National Gallery, Londra), uno dei primi ritratti universalmente riconosciuti di scuola fiamminga, fedele rappresentazione di un interno borghese.

Un’altra figura di primo piano alle origini di questa tradizione artistica fu Petrus Christus, che tra il 1454 e il 1463 contribuì grandemente a diffondere la pittura fiamminga nel resto dell’Europa. Il suo stile, che tende a una semplificazione geometrica delle forme, appare vicino a quello di pittori italiani come Antonello da Messina. Tra le sue opere si segnalano le due Deposizioni (Metropolitan Museum, New York, e Musées Royaux des Beaux-Arts, Bruxelles), il Ritratto di fanciulla (1470, Gemäldegalerie, Staatliche Museen, Berlino) e il Ritratto d’uomo (County Museum, Los Angeles), in cui è evidente il tentativo di operare una sintesi essenziale della figura, insieme alla capacità di penetrazione psicologica.

Rogier van der Weyden, anch’egli seguace di Van Eyck, è considerato uno dei più importanti esponenti della scuola fiamminga. Benché rimangano di lui poche notizie biografiche e nessuna opera firmata e datata, gli vengono attribuite con sufficiente certezza la Deposizione (Museo del Prado, Madrid) e il Trittico della Crocifissione (1440 ca., Kunsthistorisches Museum, Vienna), notevoli per l’intensità espressiva dei personaggi e per la sapiente costruzione delle scene. Nel 1450 Van der Weyden fu in Italia, presso la corte di Lionello d’Este a Ferrara: qui dipinse uno dei suoi capolavori, la Deposizione nel sepolcro (Galleria degli Uffizi, Firenze), da un lato influenzato dalla coeva pittura italiana, dall’altro stimolo a sua volta per la nascente scuola ferrarese. Una delle sue ultime opere è il grande Giudizio universale (Hôtel Dieu, Beaune), largo oltre cinque metri e alto più di due.

Tra i successori di Van der Weyden si segnala Dierick Bouts, cui è attribuito il polittico dell’Ultima cena (1464-1467, chiesa di Saint-Pierre, Lovanio).

Altro grande maestro fiammingo fu Hugo van der Goes, che intorno al 1475 dipinse il Trittico Portinari (Galleria degli Uffizi, Firenze) per l’italiano Tommaso Portinari, incaricato di curare gli interessi commerciali della famiglia Medici a Bruges. Il dipinto suscitò molto scalpore presso i contemporanei per il realismo quasi brutale della raffigurazione. Posteriori al trittico sono l’Adorazione dei Magi (Gemäldegalerie, Berlino), in cui è evidente l’influsso della pittura italiana, e la Morte della Vergine (Stedelijke Museum, Bruges), pervasa da un forte sentimento religioso.

Pur se di origine tedesca, appartiene alla storia della pittura fiamminga anche Hans Memling, allievo di Van der Weyden, autore di dipinti caratterizzati da un’attenta scansione spaziale. A lui si devono ritratti di borghesi (Ritratto di Tommaso Portinari e la moglie, Metropolitan Museum, New York) e numerosi opere di soggetto religioso: ricordiamo la Passione di Cristo (Pinacoteca Sabauda, Torino), il Trittico del Giudizio universale (Centralne muzeum Morskie, Danzica), eseguito su commissione di un altro agente dei Medici, tra il 1466 e il 1473; e soprattutto i quattordici Episodi della vita di sant’Orsola (1489, Sint Janshospitaal, Bruges), debitori della ricca tradizione della miniatura fiamminga.

Ultimo maestro della scuola fiamminga del Quattrocento fu Gérard David, originario dei Paesi Bassi settentrionali: nel 1485 venne nominato maestro di pittura nella città di Bruges, dove eseguì due tavole con episodi della Giustizia di Cambise (1498, Groeningemuseum, Bruges), caratterizzate da una chiara ricerca di monumentalità nel rapporto tra figura e spazio, e il trittico col Battesimo di Cristo (1508 ca., Musée Communal, Bruges), in cui nello splendido paesaggio che unifica i tre pannelli sono inserite figure di severa icasticità e di grande rilievo plastico.

Tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento Hieronymus Bosch elaborò uno stile pittorico assolutamente inedito, visionario, che ebbe larga influenza sugli artisti delle generazioni seguenti. Nel Trittico del carro del fieno e nel Giardino delle delizie (Museo del Prado, Madrid) illustrò i peccati e le pene dell’inferno in scene ricchissime di personaggi, particolari, oggetti enigmatici e mostri, dando espressione a una fantasia inquietante e sfrenata.

2.2

Il Cinquecento fiammingo

Nel XVI secolo l’arte della regione delle Fiandre risentì fortemente dell’influenza del Rinascimento italiano. Anversa divenne il primo porto europeo e un importante centro di scambi, svolgendo un ruolo primario anche nella diffusione degli stili e delle scuole artistiche di ogni parte del continente. Tra gli artisti del periodo, ricordiamo Jan Mostaert (Haarlem 1475 ca. – Hoorn? 1555 ca.) che, pur assimilando i soggetti rinascimentali, conservò l’attenzione al dettaglio e l’oggettività tipicamente fiamminga, in diverse pale d’altare e ritratti.

Nella prima metà del secolo si impose la personalità di Luca di Leida, pittore e incisore, le cui opere maggiori (Ecce Homo, 1510) dimostrano la sua abilità nelle arti grafiche, affinata attraverso lo studio delle stampe di Marcantonio Raimondi (basate su disegni di Raffaello) e di Albrecht Dürer.

Il primo pittore fiammingo che visitò l’Italia fu il ritrattista Jan van Scorel; il suo allievo Anthonis Moor van Dashorst godette di buona fama in tutti gli stati dell’impero asburgico. Verso la metà del Cinquecento Maarten van Heemskerck, altro seguace di van Scorel, produsse quadri e ritratti a soggetto religioso in un prezioso stile manierista. Poco più tardi l’influsso dell’ultima fase del manierismo si fece sentire non solo a Haarlem – dove Karel van Mander, Cornelisz van Haarlem e Hendrick Goltzius fondarono un gruppo noto come Accademia di Haarlem – ma anche a Utrecht, ad esempio nella produzione di Joachim Wtewael e Abraham Bloemaert. Nel 1604 Karel van Mander pubblicò Het Schilderboeck (“Il libro dei pittori”), un manuale contenente le vite dei principali artisti nordeuropei, composto sul modello delle biografie raccolte da Giorgio Vasari.

Intorno alla metà del secolo si distinse Pieter Aertsen, autore soprattutto di nature morte e pittura di genere: ricordiamo le tele Festa paesana (Museum Mayer van der Bergh, Anversa), Scena di cucina (Musées Royaux des Beaux-Arts, Bruxelles) e Banco di macelleria (1551, Uppsala). Fondò un attivo laboratorio e le sue opere conobbero una larga diffusione, grazie alle numerose stampe che ne furono tratte; la sua arte ispirerà Velázquez nei suoi primi dipinti sivigliani.

Tra i più alti rappresentanti del Cinquecento fiammingo è da annoverare Pieter Bruegel il Vecchio. Pur avendo conosciuto direttamente il Rinascimento italiano grazie a un viaggio nella penisola, Bruegel operò scelte stilistiche che mostrano la sua volontà di restare fedele alla realtà e alla cultura locale: di grande efficacia sono le sue rappresentazioni del paesaggio e della natura (esemplare la serie dei Mesi, 1565 ca.) e le scene ispirate alla vita quotidiana dei villaggi delle Fiandre. Dei suoi due figli, Pieter il Giovane fu pittore noto per le raffigurazioni dell’Inferno, dai colori accesi, e per le repliche di dipinti del padre; Jan Bruegel soggiornò a Napoli, a Roma e a Milano: tra i suoi committenti un ruolo di primo piano ebbe il cardinale Federico Borromeo.

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