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Concetto Rappresentazione astratta e generale di una cosa o di un fatto. Nel concetto (dal latino conceptus, participio passato del verbo concipere, “prendere insieme”) sono raccolti insieme i caratteri permanenti di un gruppo di oggetti individuali, fra loro simili; in questo senso il concetto esprime ciò che un certo oggetto ha in comune con altri oggetti della sua stessa specie o del suo genere, ovvero esprime la comune essenza di questi oggetti. Proprio perché questa essenza è universale, essendo comune a tutti gli individui di un certo gruppo o insieme, per arrivare al concetto bisogna fare astrazione dagli aspetti puramente individuali di una certa cosa. Nella storia della filosofia, secondo un’opinione che risale ad Aristotele, lo scopritore del concetto fu Socrate, il quale impostò domande del tipo: “che cos’è il bene?”, “che cos’è il coraggio?”, intendendo in tal modo pervenire alla definizione del carattere universale che accomuna tutti i casi individuali di una certa virtù.
Dal punto di vista più strettamente logico e linguistico si usa distinguere tra “estensione” e “comprensione” (o “intensione”) di un concetto, ovvero fra “denotazione” e “connotazione”. L’estensione è l’ampiezza o universalità di un concetto, ossia la sua capacità di abbracciare un gruppo più o meno esteso di oggetti o di altri concetti; la comprensione indica invece la maggiore o minore ricchezza di note distintive. Il concetto di animale, ad esempio, ha una maggiore estensione del concetto di uomo (perché comprende concetti come quelli di asino, cane, uomo ecc.), ma la sua comprensione è minore, perché racchiude meno note che lo distinguono da altri concetti; viceversa il concetto di uomo ha una maggiore ricchezza di note distintive (oltre animale, anche bipede, sociale, razionale ecc.) che consentono di distinguerlo da quello di asino, cane ecc. Queste premesse implicano chiaramente che l’estensione di un concetto è inversamente proporzionale alla sua comprensione. Ciò significa anche che più un concetto è generale, più tale concetto accoglie sotto di sé altri concetti, ma è meno specifico. In questo senso il concetto di essere ha la massima estensione, ma la minima comprensione.
Il problema dell’origine e della realtà dei concetti si affacciò già nella filosofia greca antica: Platone identificò i concetti universali con le idee, modelli eterni e perfetti di cui le cose sensibili sarebbero solo imitazioni. Aristotele invece affermava che i concetti sono il frutto dell’attività dell’intelletto che, con l’ausilio indispensabile dei sensi, astrae dagli oggetti individuali la loro essenza. Nel Medioevo uno dei temi più dibattuti dai filosofi scolastici fu la questione se ai concetti universali (come animale, uomo ecc.) corrispondessero delle realtà altrettanto universali, ovvero se tali concetti consistessero solamente di nomi. Da qui nacque la distinzione fra i sostenitori del realismo concettuale e del nominalismo; da quest’ultimo indirizzo prese avvio anche la corrente del concettualismo, che ebbe tra i suoi maggiori rappresentanti Abelardo e Occam.
Nella filosofia moderna all’opposizione fra realismo e nominalismo ne subentrò un’altra, che riguarda l’origine innata o empirica dei concetti. Cartesio, ad esempio, introdusse una distinzione tra i concetti innati (o idee innate) e i concetti attinti dall’esperienza. Dal canto suo il filosofo inglese John Locke, e con lui tutti i fautori dell’empirismo, affermò contro Cartesio l’origine empirica e a posteriori di tutti i concetti, i quali sarebbero solo il frutto dell’esperienza. Immanuel Kant, alla fine del Settecento, teorizzò il carattere a priori dei concetti puri o categorie, che non sono il prodotto di esperienze, ma che rendono viceversa queste possibili. Georg Wilhelm Friedrich Hegel vide nel concetto l’essenza stessa della realtà, intendendolo dunque non come una semplice forma del conoscere. La filosofia a lui successiva non si è però attenuta a questa concezione idealistica, che identifica il pensiero con la realtà, ma è proceduta in altre direzioni. Ad esempio, Ernst Mach teorizzò la funzione “economica” dei concetti, intesi come il risultato di operazioni riassuntive che ci consentono di organizzare nel modo più economico ed efficace la molteplicità dei dati di senso. Nella filosofia contemporanea, in particolare a partire dalla riflessione avviata dal logico tedesco Gottlob Frege, il problema del concetto si è configurato soprattutto in relazione alla teoria del significato. Altri filosofi, ad esempio i neokantiani, hanno insistito sul valore logico dei concetti, inteso come fondamento della scienza, distinguendolo dal problema dell’origine psicologica dei concetti stessi, che non godrebbe di alcuno statuto epistemologico.
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