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Fronte islamico di salvezza

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Fronte islamico di salvezza o FIS Formazione politico-militare algerina di ispirazione islamica. Il FIS (dal francese Front Islamique du Salut) nacque nel 1989 dall’unione di diversi movimenti cresciuti durante gli anni Ottanta intorno a una rete di moschee e di associazioni di beneficenza.

All’interno del FIS, già dalla sua creazione, si confrontarono due tendenze. La prima, capeggiata da Abassi Madani, già membro della resistenza antifrancese e del Fronte di liberazione nazionale (da cui si era allontanato negli anni Settanta), perseguiva un’islamizzazione del regime algerino, che tuttavia non metteva in discussione. Quella capeggiata da Ali Benhadj, giovane professore e predicatore carismatico, imprigionato dal 1983 al 1987 per le sue incitazioni alla lotta armata, rappresentava invece la parte più intransigente del FIS e comprendeva nelle sue file molti veterani del jihad antisovietico in Afghanistan.

Tempratosi nelle rivolte popolari del 1988, il FIS raccolse la protesta sociale e propose nel contempo una nuova identità culturale arabo-islamica alle masse povere del paese, diventando la principale forza di opposizione al regime algerino. Il FIS attirò infatti nelle sue file giovani disoccupati (di cui molti diplomati e laureati), artigiani, piccoli commercianti, contadini, ma anche cospicui settori delle classi medie urbane stanchi del predominio del Fronte di liberazione nazionale e della corruzione degli apparati pubblici.

Affermatosi nelle elezioni comunali del 1990, le prime elezioni libere dall’indipendenza del paese nel 1962, il FIS sfruttò abilmente il potere conquistato per rafforzare la sua rete politico-religiosa e la sua propaganda ideologica contro l’occidentalizzazione del paese (significativa, a questo proposito, fu l’offensiva lanciata contro la lingua francese, diffusissima nei centri urbani, e le antenne paraboliche, regolate nella gran parte dei casi per ricevere i canali francesi).

Nel primo turno delle elezioni legislative che si svolse nel dicembre del 1991, il FIS perse più di un milione di voti rispetto alle precedenti comunali, risultando ciononostante il primo partito algerino. La sua ascesa al potere venne tuttavia fermata nel gennaio del 1992 dalla sospensione del processo elettorale e dalla proclamazione dello stato d’emergenza. Nel marzo 1992 il FIS venne messo al bando e migliaia di suoi militanti deportati in campi di detenzione nel deserto. Migliaia di altri membri si diedero alla clandestinità, riorganizzandosi nell’Armata islamica di salvezza (AIS) creata nel 1994 oppure confluendo nei più intransigenti Gruppi islamici armati (GIA), che negli anni successivi avrebbero alimentato, insieme con altre sigle minori della galassia fondamentalista islamica, un violentissimo conflitto civile.

Indebolito dalla repressione e dai regolamenti di conti interni e deciso a prendere le distanze dalla deriva sempre più efferata delle bande armate dell’AIS e del GIA, il FIS partecipò a un tavolo negoziale con altri partiti dell’opposizione algerina rivolto a trovare una soluzione politica e pacifica alla crisi algerina. Il FIS fu così tra i firmatari della “piattaforma di Roma” sottoscritta nel gennaio del 1995, che purtroppo non ebbe gli esiti sperati. Nel 1998, con la tregua dichiarata dall’AIS, ripresero le trattative, che si conclusero, dopo l’elezione alla presidenza di Abdelaziz Bouteflika, con l’approvazione della legge di “concordia nazionale” (luglio 1999).

In seguito gran parte dei suoi membri, compresi i due leader Madani e Benhadj, hanno goduto dell’amnistia e sono tornati in libertà. Essi giocano oggi un ruolo marginale nella vita politica del paese e hanno una scarsa influenza sui settori moderati della società islamica algerina, attratti da altre formazioni. Né hanno influenza sui settori radicali, che si sono riorganizzati nel Gruppo salafita di preghiera e combattimento, ribattezzato nel gennaio 2007 Al Qaeda per un Maghreb islamico (vedi Al Qaeda).

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