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Vico, Giambattista (Napoli 1668-1744), filosofo italiano. Figlio di un modesto libraio, studiò diritto presso l’Università di Napoli, dove fu professore di eloquenza e retorica dal 1699 al 1741. Al suo insegnamento si collegano le Orazioni inaugurali, con le quali Vico inaugurò gli anni accademici dal 1699 al 1708. Nel 1710 pubblicò il De antiquissima italorum sapientia (L’antichissima sapienza delle popolazioni italiche). L’opera più nota di Vico si intitola Principi d’una scienza nuova intorno alla natura delle nazioni (1725, arricchita con le successive edizioni del 1730 e 1744), chiamata per brevità Scienza nuova. Autore anche di un’interessante Autobiografia (1725), nel XX secolo Vico vide riconosciuta la sua originalità di pensatore soprattutto grazie alla rivalutazione del suo pensiero effettuata da Benedetto Croce.
Vico si oppose alla pretesa di Cartesio di ridurre ogni conoscenza umana all’evidenza razionale e alla ragione intesa secondo il modello deduttivo della dimostrazione matematica. Il metodo razionalistico della filosofia cartesiana non riesce, secondo Vico, a render conto dell’autonomia del “probabile” e del “verosimile” rispetto al “vero”, e dunque dell’autonomia dell’eloquenza, della retorica e della poesia rispetto alla conoscenza matematica. Questa, tuttavia, gli appare una conoscenza vera solo perché consiste, in ultima analisi, in una costruzione umana, di tipo convenzionale: “Noi dimostriamo le proposizioni geometriche perché le facciamo; se potessimo dimostrare quelle della fisica, le faremmo”. Vico teorizzò infatti il criterio conoscitivo in base al quale la conoscenza di un oggetto è possibile solo da parte del soggetto che l’ha prodotto. Appellandosi all’analisi etimologica di alcuni termini latini, Vico voleva dimostrare come gli antichi abitatori dell’Italia concepissero i concetti di “vero” e di “fatto” come identici: può conoscere qualcosa con verità solo chi ne è l’autore. Questo criterio, che inizialmente era introdotto da Vico solo in relazione alla geometria e impiegato per escludere la fisica dal campo della conoscenza dimostrativa, assunse via via nella sua riflessione un significato nuovo ed estremamente fecondo: esso venne infatti esteso, nella Scienza nuova, alla conoscenza storica, in quanto la storia era intesa da Vico come opera dell’uomo. La storia, contrariamente alla scarsa rilevanza che le era assegnata dal razionalismo seicentesco, diventava in Vico l’oggetto più proprio della conoscenza umana, a differenza del mondo della natura (conosciuto con verità solo da Dio), e analogamente ai campi della geometria e dell’aritmetica.
Per Vico la storia non si riduce a una semplice congerie di fatti, ma deve comprendere il “mondo civile” dal punto di vista della sua “storia ideal eterna”, ossia di quell’ordine razionale che è alla base di tutti i progressi e della decadenza delle diverse nazioni. I principi della nuova scienza (ossia di quel sapere che in seguito, nell’età del romanticismo, sarà chiamato “filosofia della storia”), vanno ricavati, secondo Vico, da una metafisica della mente: poiché la storia è fatta dall’uomo, le leggi che ne regolano lo svolgimento saranno le stesse che sono alla base del funzionamento della mente umana. Ora, la mente umana si sviluppa attraverso tre età fondamentali, che sono l’età del senso (l’infanzia), l’età della fantasia (la giovinezza) e l’età della ragione (la maturità). Gli uomini, infatti, “prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura”. A ciascuna di queste tre fasi dello sviluppo della mente corrisponde, secondo Vico, un’epoca della storia delle nazioni. Nella prima epoca, detta età degli dèi, gli uomini interpretavano i fenomeni naturali come manifestazioni delle divinità ed erano dominati soprattutto da un senso di timore delle divinità, esorcizzato attraverso i miti religiosi e tenuto a freno da governi teocratici; nell’epoca seguente, l’età degli eroi, gli uomini diedero vita a governi aristocratici, intesi come governi dei più forti; nell’ultima epoca, l’età degli uomini, essi si basano sulla ragione per dar vita a un ordinamento civile in cui tutti in pari misura sono chiamati al rispetto della legge. Vico propugnò nondimeno una teoria ciclica della storia, secondo la quale la società umana procede attraverso una serie di “corsi e ricorsi” storici: al progresso dalla barbarie alla civiltà può infatti subentrare una ricaduta nella barbarie. Nonostante la marcata accentuazione del ruolo dell’uomo quale motore della storia, Vico teorizzava anche la presenza di una forza che agisce nella storia insieme con gli uomini, spingendoli al progresso: la Provvidenza. La visione ciclica della storia umana portava Vico a sviluppare originali interpretazioni dei miti e dei linguaggi dei popoli, secondo un processo parallelo che, partendo dalle potenti invenzioni della fantasia, si esaurisce nella razionale indagine della prosa. Di particolare rilievo è la sua concezione della “sapienza poetica” che caratterizzava l’umanità primitiva: Vico perveniva in questa maniera a una rivalutazione della fantasia e delle sue creazioni, costituite dal mito e dalla poesia, e si impegnava in una discussione relativa ai poemi omerici, mettendo in dubbio la loro paternità unitaria.
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