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Manierismo Tendenza stilistica dell’arte, sviluppatasi tra il primo e l’ultimo decennio del XVI secolo principalmente tra Roma, Mantova e Firenze, e rapidamente diffusasi in Italia e in Europa. Tratto caratterizzante del manierismo fu l’allontanamento dall’equilibrio dell’arte rinascimentale a favore di una maggiore complessità, drammaticità e movimento della composizione. Dal punto di vista teorico, la corrente tese all’abbandono del tradizionale criterio artistico dell’imitazione della natura, sostituito dall’intento di rifarsi in primo luogo ai capolavori dei maestri.
Il termine deriva da “maniera”, che già nella letteratura artistica quattrocentesca (ad esempio negli scritti di Lorenzo Ghiberti e di Leon Battista Alberti) era stato utilizzato con il significato di “stile personale”, ovvero il peculiare modo di esprimersi di un artista. In tale accezione il termine appare anche nelle Vite del Vasari, usato tuttavia anche per indicare, in modo più generale, lo stile caratteristico dell’epoca. Vasari scrive che la maniera moderna è esemplata sui modelli imprescindibili di Leonardo, Raffaello e Michelangelo: l’imitazione della loro opera, nella quale ebbero splendida trasposizione figurativa gli aspetti più felici della natura, avrebbe consentito agli artisti dei secoli a seguire di raggiungere il più alto grado di bellezza ideale. Destinate prevalentemente a una fruizione colta, create in ambienti aristocratici e raffinati, le opere manieriste si segnalano per la ricercata politezza formale; per il modellato fortemente plastico delle figure, allungate e assottigliate, colte in pose inusuali; per le composizioni talvolta bizzarre, in cui emergono aspetti inquietanti della realtà; per la drammaticità delle scene; per l’uso di una gamma cromatica antinaturalistica, spesso presente in accostamenti raffinati quanto artificiosi. Fu la frequenza con cui tali scelte stilistiche vennero adottate dagli epigoni dei grandi artisti del Cinquecento, insieme al confronto con la purezza e la classica semplicità delle opere del primo Rinascimento, a far giudicare nel corso del XVII secolo tale arte come fredda e artificiosa, quasi un esercizio di virtuosismo privo di sincera ispirazione e fine a se stesso. Nella seconda metà del Seicento Giovan Pietro Bellori qualificò la produzione artistica degli anni centrali del Cinquecento come eminentemente “formale”, sottovalutandone la portata storica e, soprattutto, dimenticandone gli esiti innovativi. Considerazioni simili furono sviluppate anche dall’abate Luigi Lanzi, letterato e storico dell’arte al quale forse si deve il termine “manierismo”. Dopo la rivalutazione compiuta negli anni Venti del Novecento a opera della critica tedesca, che riconobbe ai manieristi una consapevole presa di posizione anticlassica, la critica attualmente è propensa a intendere questo fenomeno come naturale sviluppo e superamento del Rinascimento maturo, individuando i primi segni del mutamento già nell’opera dei tre campioni del primo Cinquecento. Ad esempio, in quest’ottica il Giudizio universale del Buonarroti (1536-1541, Cappella Sistina, Vaticano) presenterebbe elementi e stilemi figurativi addirittura più estremi di quelli di molti manieristi.
Le prime esperienze in direzione manierista si ebbero a Firenze nel secondo decennio del Cinquecento, dove la partenza di Leonardo e Michelangelo nel 1506 indusse gli artisti locali (Andrea del Sarto, fra Bartolomeo) a meditare con uno sguardo nuovo e più inquieto sulle opere dei maestri; i più giovani in particolare, tra cui Rosso Fiorentino e Pontormo, elaborarono soluzioni che preannunciavano la svolta. Quest’ultima si compì pienamente a Roma, dove nel 1527 si ruppe drammaticamente, con il sacco della città da parte dei lanzichenecchi di Carlo V, quel clima di intensa creatività e ricercato estetismo che si era affermato presso la corte di Clemente VII grazie agli artisti allievi di Raffaello (Polidoro da Caravaggio, Perin del Vaga) o di altra provenienza (Parmigianino). La diaspora di maestri che ne derivò fu determinante per la diffusione del manierismo in tutta Italia. Lontano dall’Urbe, si segnalarono in particolare Domenico Beccafumi, attivo a Siena e in Toscana, e Giulio Romano, il più brillante allievo di Raffaello, operoso a Mantova presso la corte dei Gonzaga. Tra i capolavori del manierismo, diffuso anche oltralpe e in modo particolare in Francia (Scuola di Fontainebleau), sono la Deposizione di Rosso Fiorentino (1521, Pinacoteca civica, Volterra); gli affreschi di Pontormo con le Storie della Passione (1522-1525, Certosa di Galluzzo); la Natività della Vergine (1544, Pinacoteca, Siena) di Domenico Beccafumi. La Madonna dal collo lungo del Parmigianino (1535 ca., Uffizi, Firenze) è considerata tipicamente manierista per l’estrema verticalizzazione della figura umana e le ambigue relazioni spaziali della composizione. Un allievo di Pontormo, il Bronzino, estese lo stile manierista al ritratto e alla pittura allegorica, con la sua famosa Allegoria del trionfo di Venere (1550 ca., National Gallery, Londra). Alla fine del Cinquecento operarono i fratelli Taddeo e Federico Zuccari, rappresentanti del tardo manierismo a Roma. Tra gli scultori manieristi si ricordano il Giambologna, di origine fiamminga ma attivo in Italia, e lo scultore e orafo fiorentino Benvenuto Cellini. In ambito architettonico, tra le più importanti opere manieriste si annoverano Palazzo Te di Giulio Romano a Mantova (1525-1535 ca.) e i progetti di Michelangelo per la Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze (1523-1559).
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