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Introduzione; Prime attestazioni; La lingua letteraria; La lingua parlata; Latino medievale; Latino moderno
Lingua latina Lingua dell'antica Roma e dei territori confinanti. Il latino fu portato nella penisola italica in epoca preistorica da popolazioni provenienti dal nord. Con l’estendersi del dominio romano raggiunse ogni parte del mondo antico e divenne la lingua dominante dell'Europa occidentale. Appartiene alla sottofamiglia italica delle lingue indoeuropee ed è il capostipite delle moderne lingue romanze; presenta particolari affinità con il sanscrito, il greco e le sottofamiglie delle lingue germaniche e celtiche. Secondo la moderna classificazione delle lingue, il latino è una lingua flessiva. A differenza dell'indoeuropeo ricostruito presenta un accento intensivo e uno più musicale; conserva sei degli otto casi indoeuropei, i tre generi nominali (maschile, femminile e neutro), ma ha perso il duale, conservando solo il singolare e il plurale.
Originariamente era il dialetto della regione intorno a Roma. Fra le lingue italiche il latino, il falisco e altri idiomi formavano un gruppo distinto da altre lingue come l'osco e l'umbro. Le prime iscrizioni datano al VI secolo a.C.; i più antichi testi che mostrano chiaramente il latino di Roma sono del III secolo a.C. In Italia, il latino subì influssi dalle lingue celtiche a nord, dall'etrusco (lingua non indoeuropea) al centro e dal greco nel meridione, dove esso era parlato sin dall'VIII secolo a.C.
Il latino è una lingua meno flessibile e aggraziata del greco, con un vocabolario più ristretto e inadatto a esprimere concetti astratti, che i romani perlopiù mutuarono dal greco. Il rigore della sintassi e l'incisivo vigore delle sue espressioni, però, fecero del latino un portentoso veicolo di cultura nel corso dei secoli. Anche la lingua letteraria latina ha un notevole debito nei confronti della cultura greca, da cui prese a prestito quasi tutti i generi letterari, le teorie sull'arte e gran parte del lessico filosofico e grammaticale. Il latino è noto principalmente attraverso testi scritti, e la lingua letteraria ha un carattere fortemente conservatore, teso alla ricerca della purezza e della perfezione stilistica; solo in alcuni autori, quali Plauto e Petronio, affiorano tracce di quella che doveva essere la lingua parlata, la cui evoluzione fu molto più complessa e indipendente rispetto alla lingua della letteratura. Il latino usato dagli scrittori può essere suddiviso in quattro periodi, che corrispondono – molto approssimativamente – alle età della letteratura latina: arcaico, classico, tardo e medievale, cui si può aggiungere una fase moderna.
Secondo alcuni studiosi, alle origini il latino aveva un accento intensivo sulla sillaba iniziale, che provocò i fenomeni fonetici della sincope (aetas proviene da un supposto ae[vi]tas) e dell'indebolimento delle vocali brevi interne (conficio da un supposto confacio). Del sistema vocalico indoeuropeo il latino arcaico conservò le vocali a, e, i, o, u lunghe e brevi, i dittonghi ai, ei, oi, eu, ou, au e la -d in fine di parola (med, sed divennero in latino classico me, se). In morfologia è da notare la desinenza -as del genitivo singolare dei temi in -a (familias invece del classico familiae), la desinenza -oi nel dativo singolare dei temi in -o, la desinenza -ier dell'infinito passivo (conficier divenne confici). I primi testi in latino sono brevi iscrizioni come la Lapis niger o la Fibula praenestina (anche se di quest’ultima recenti studi hanno messo in dubbio l’autenticità epigrafica) e testi di carattere religioso, come il Carmen Arvale, o giuridico, come le Leggi delle dodici tavole. I principali autori di questa fase arcaica furono Ennio, Plauto e Terenzio.
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