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Struttura articolo
Introduzione; Prime attestazioni; La lingua letteraria; La lingua parlata; Latino medievale; Latino moderno
Il latino classico ridusse i dittonghi ad ae, oe, au; sostituì, fra l'altro, la desinenza -as del genitivo singolare dei temi in -a con -ae, e -oi con -o al dativo singolare dei temi in -o. L'accento nelle parole poteva risiedere solo sulla penultima e sulla terzultima sillaba. L'ordine delle parole nella frase era generalmente piuttosto libero, ma si tendeva a lasciare il verbo in fondo. La sintassi raggiunse nelle opere di alcuni autori un alto livello di complessità. L'uso della lingua toccò vertici di notevole raffinatezza nelle opere in prosa di Giulio Cesare, Cicerone e Livio e con la poesia di Catullo, Lucrezio, Virgilio, Orazio e Ovidio. Nelle opere di Seneca e in quelle di Tacito la lingua tendeva a comporre sentenze concise ed epigrafiche, cui si aggiunsero molti artifici retorici.
Questo periodo comprende anche il latino dei padri della Chiesa, o latino cristiano, con sue particolarità in campo sintattico e lessicale. Il latino tardo era una lingua molto meno rigida e conservatrice, aperta ormai all'influsso delle lingue delle numerose popolazioni dell'impero romano e delle tribù barbariche che vi facevano incursione. Fonetica, morfologia e sintassi erano molto più libere. Si perse gradatamente la distinzione fra vocali lunghe e brevi; i dittonghi vennero generalmente ridotti a una vocale sola; caddero -m e -n finali di parola. Il sistema dei casi si indebolì fino a ridurli a due (un caso del soggetto e un caso del complemento) e ad ampliare l'uso delle preposizioni. In molti casi, alle forme sintetiche si sostituirono forme perifrastiche (plus velox invece di velocior, laudatus sum invece di laudor, cantare habeo invece di cantabo).
Più esposta ai mutamenti fu la lingua parlata dal popolo (sermo plebeius) da cui si svilupparono le lingue romanze, caratterizzata da una maggior libertà nella sintassi, da un ordine delle parole più semplice e dalla ricerca di parole espressive. Ad esempio, equus (cavallo) fu sostituito da caballus (cavallo da soma), che è alla base del francese cheval, dell'italiano cavallo e dello spagnolo caballo; ugualmente, il francese tête e l'italiano testa non derivano dal latino classico caput, ma da un vocabolo volgare (testa), che letteralmente significava 'vaso di coccio'. Di questa lingua parlata non esistono testimonianze, perché le attestazioni letterarie del parlato riportano esempi del sermo cotidianus, un linguaggio intermedio fra il latino letterario e il volgare, usato dai cittadini romani più colti.
Dopo un periodo di grandissima instabilità della lingua (VII-VIII secolo d.C.), nel quale progressivamente l'uso del latino, come strumento di comunicazione quotidiana, venne abbandonato a vantaggio delle nascenti lingue romanze, Carlo Magno promosse un rinnovamento dell'istruzione e un ritorno allo studio della grammatica latina. Il latino sopravvisse accanto ai vernacoli come lingua della cultura e della Chiesa cattolica ed ebbe così una sua vitalità. Le vocali persero definitivamente la distinzione in base alla quantità; ci fu un tentativo di conservare il sistema dei casi, ma spesso fu necessario utilizzare le preposizioni; l'ordine delle parole nella frase divenne meno libero; la sintassi si semplificò ulteriormente, con apporti dalle lingue romanze (ad esempio la proposizione relativa introdotta da quod) e il lessico fu continuamente ampliato.
Nel XV e XVI secolo alcuni scrittori cercarono di ripristinare il latino di epoca classica, che divenne sostanzialmente la lingua degli intellettuali; vennero scritte in latino importanti opere religiose, filosofiche e scientifiche, ad esempio quelle di Erasmo da Rotterdam, Francesco Bacone e Isaac Newton. Il latino rimase la lingua della cultura e della diplomazia fino al Settecento e la lingua della liturgia cattolica fino alla seconda metà del XX secolo. È tuttora la lingua ufficiale dei documenti della Chiesa cattolica e viene usato in ambiente accademico per le opere di filologia. Anche se è impossibile ricostruire esattamente il modo in cui il latino era parlato, i metodi di pronuncia attuali sono sostanzialmente due, quello ecclesiastico e quello classico. La pronuncia classica è una ricostruzione della pronuncia d'età ciceroniana. Sue caratteristiche sono il suono duro di c e g anche davanti a i ed e, la pronuncia distinta delle vocali nei dittonghi ae e oe e la pronuncia del nesso ti davanti a vocale così com'è scritto (ad esempio, le parole proelium e anticipatio vengono lette rispettivamente 'proelium' e 'antichipatio'). Questo metodo è usato in Francia, in Germania e negli Stati Uniti. In Italia e in altri paesi europei è generalmente diffusa la pronuncia 'ecclesiastica', che legge in modo dolce c e g davanti a i ed e e legge ae, oe come e, e il nesso ti come zi (in questo caso, le parole proelium e anticipatio vengono lette rispettivamente 'prelium' e 'anticipazio').
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