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Introduzione; Struttura e funzione del mito; Mito, storia e ragione; Mitografia occidentale moderna; Interesse moderno per la mitologia; Mitologia e linguistica; Mito e conoscenza; Mitologia e antropologia; Psicologia e mitografia
Mitologia Disciplina che si occupa dello studio e dell’interpretazione del mito; il termine “mitologia” (dal greco mythos e logein, “discorrere razionalmente del racconto poetico”) indica anche il corpus dei miti che costituisce il patrimonio di una determinata cultura.
Il mito è un fenomeno culturale complesso, che può essere esaminato da prospettive differenti; generalmente è costituito dall’insieme di narrazioni orali o letterarie e da rappresentazioni figurative o drammatiche, incentrate sulle vicende di alcuni personaggi e situate al di fuori del tempo storico. Il corpo del mito è formato dall’intersecarsi e dal comporsi di tali vicende, che sono generalmente diverse in ogni narrazione o rappresentazione. Il mito non interpreta la realtà né la descrive ma, piuttosto, la rappresenta e, attraverso le caratteristiche tipiche (o, secondo alcuni studiosi, simboliche) delle figure che in esso agiscono e degli elementi narrativi che lo compongono, la rende riconoscibile alla comunità che condivide il racconto. In tal modo il corpo mitologico non solo diventa patrimonio comune del gruppo, cui richiama immediatamente il complesso dei codici sociali cui fa riferimento, ma arriva spesso a comprendere la rappresentazione degli elementi fondamentali della cultura cui appartiene, e contribuisce a sua volta a conservarli vivi nelle coscienze e attivi nello sviluppo ulteriore della cultura stessa. Per tali motivi, il racconto mitico può essere esportato verso altre culture solo se gli elementi che lo compongono sono in esse riconoscibili: ad esempio, nella mitologia romana confluirono solo quegli elementi greci che potevano essere riconosciuti in una cultura che non condivideva con la greca l’inclinazione alla speculazione metafisica, e che aveva una struttura sociale e una storia differenti, le quali favorirono invece l’affermarsi di miti autoctoni indipendenti. Dal punto di vista formale, i miti differiscono dalle favole e dalle leggende perché si riferiscono a un tempo che generalmente precede il costituirsi della società all’interno della quale il mito è condiviso (nei miti escatologici ne segue la fine); per questa dimensione spaziotemporale straordinaria che investe esseri e processi sovrannaturali, la mitologia di una cultura è stata spesso interpretata come un aspetto della sua religione, e talvolta a essa sovrapposta: è il caso, ad esempio, della mitologia greca, in cui si fanno confluire indistintamente tanto le figure sacre, ovvero quelle che implicavano un culto e una devozione come gli dei dell’Olimpo, quanto i personaggi dei racconti mitici di origine prevalentemente poetica, ancorché orale, quali ad esempio gli eroi protagonisti della guerra di Troia o delle tragedie del ciclo tebano.
Per il fatto che il mito arriva a pervadere molti aspetti della cultura e della vita sociale, le sue funzioni non sono percettibili nel tempo e nel luogo in cui sono attive, ma possono essere individuate e decodificate solo dall’esterno, così come una persona che parla non è cosciente dei fenomeni logici e linguistici che mette in atto e delle norme sociali e comportamentali che applica parlando, ma essi sono individuabili solo da chi ascolta (o da chi parlava, ma in un’analisi successiva). Proprio per la sua natura onnipervasiva, dunque, l’analisi del mito è stata spesso usata come strumento atto a gettar luce su molti aspetti della vita dell’individuo e della società; ma l’analisi stessa della comunicazione (colloquiale o mitica che sia), nel momento in cui provoca la coscienza del meccanismo in atto, ne compromette immediatamente la spontaneità. Mentre nelle altre civiltà la narrazione mitica costituiva e costituisce tuttora un’espressione non mediata della realtà, nella civiltà europea l’eredità culturale greca ha instaurato un’opposizione tra la visione diretta del mythos e la razionalità discorsiva (logos), considerata a partire da Aristotele l’unica via per giungere alla conoscenza della verità. La tradizione ebraico-cristiana ha invece opposto al concetto di mito quello di storia, a partire dal fatto che il Dio degli ebrei e dei cristiani, benché esistente oltre il tempo e lo spazio, si era rivelato all’umanità entro la storia e la società. Ma le distinzioni tra razionalità e mito, e tra mito e storia, benché fondamentali, non sono mai state assolute: Aristotele giunse alla conclusione che in alcuni primordiali miti cosmogonici logos e mythos coincidevano; Platone utilizzò il mito come un’allegoria e un espediente retorico per sviluppare un argomento; inoltre, mythos, logos e storia si sovrappongono nel Prologo al Vangelo di Giovanni, in cui Gesù è definito come Logos, il Verbo, venuto dall’eternità nel tempo storico.
Dopo la conversione al cristianesimo dei popoli pagani, alcuni elementi delle loro mitologie vennero a costituire il substrato folclorico di varie culture europee. Inoltre creazioni letterarie moderne, pur sorte secondo modalità differenti rispetto all’anonima tradizione orale e popolare dei miti antichi, hanno rivelato una forte inclinazione a radicarsi all’interno della cultura occidentale e a riprodursi in varianti diverse e articolate. Si ebbero così i cicli di leggende medievali, come quelli che hanno per protagonisti i cavalieri della Tavola Rotonda e la ricerca del Sacro Graal, oppure le opere letterarie, artistiche o musicali aventi per protagonisti Faust o Don Giovanni, o infine, in tempi ancor più recenti, i miti politici sui quali si basarono culturalmente i regimi totalitari del XX secolo. Analoghe creazioni non possiedono il valore religioso e conoscitivo del mito tradizionale, eppure costituiscono un patrimonio comune a comunità specifiche, seppur individuate secondo criteri intellettuali e non storico-geografici, cui forniscono un codice di comunicazione e di interpretazione del reale.
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