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Burocrazia Termine entrato in uso nel XVIII secolo per indicare il corpo dei funzionari preposto all'amministrazione pubblica. Nella formazione degli stati moderni la burocrazia svolse una funzione di primaria importanza; la creazione di un ordine di professionisti permise infatti agli stati nazionali di stabilire un controllo diretto sull'amministrazione fiscale e della giustizia, sottraendo all'aristocrazia una parte consistente del suo potere e subordinando al controllo centrale gli affari della periferia. Nell'Ottocento, con lo sviluppo ulteriore delle funzioni dello stato, la burocrazia allargò di molto le sue competenze. Oggi il termine viene spesso usato in senso più lato, per indicare in modo generico l'insieme della struttura amministrativa e del personale di ogni organizzazione complessa, sia pubblica sia privata. Negli ultimi decenni esso ha acquisito anche un'accezione negativa, che si riferisce, spesso qualunquisticamente, alla lentezza, agli sprechi e alla corruzione dell'amministrazione pubblica e che riprende la sfumatura polemica e ironica che il termine aveva all'atto della sua comparsa; infatti fu usato probabilmente per la prima volta dall'economista Vincent de Gournay verso la metà del XVIII secolo per criticare il potere crescente dei funzionari dello stato francese.
Un primo approfondito studio del fenomeno si deve al sociologo tedesco Max Weber. Nella sua analisi la burocrazia si configura come una forma di organizzazione razionale basata sul principio di competenza e diversificazione dei ruoli, che nasce in risposta ai crescenti bisogni delle moderne società industriali ed è destinata a una graduale ma inevitabile espansione nei vari settori dell'amministrazione statale, all'interno dei partiti politici e nelle aziende pubbliche e private (vedi Apparato burocratico). Molti contributi successivi a quello di Weber hanno però denunciato i pericoli legati alla eccessiva burocratizzazione, che può ostacolare il funzionamento democratico della società e dello stato. L'esperienza sovietica permise ad alcuni sociologi di cogliere lo stretto legame tra il totalitarismo e la gestione burocratica del potere, che sottraeva al controllo democratico i processi decisionali degli apparati statali. L'italiano Bruno Rizzi e l'americano James Burnham interpretarono in questo modo il sistema sociale sovietico, rispettivamente in Il collettivismo burocratico (1939) e in La rivoluzione dei tecnici (1940), sostenendo però che la tendenza ad aumentare il potere dello stato e dei suoi apparati burocratici era rintracciabile anche nei paesi occidentali.
Nel secondo dopoguerra la critica alla funzione antidemocratica della burocrazia ha privilegiato gli aspetti collegati alla gestione diretta del potere e si è quindi trasformata nella polemica contro i 'tecnoburocrati', ovvero contro la fascia dirigenziale delle agenzie pubbliche e private che si serve di saperi e competenze altamente specifici e specializzati per sottrarre il suo operato all'esame non solo dei cittadini, ma anche degli organi parlamentari addetti al controllo. Secondo alcuni filosofi e sociologi, tra cui Ralf Dahrendorf e Herbert Marcuse, la tecnoburocrazia costituisce uno dei pericoli maggiori per le libertà democratiche ed è necessario liberarsene anche a costo di mettere in discussione le stesse conquiste tecnologiche. Altri, come ad esempio il sociologo francese Alain Touraine nel suo La società postindustriale (1969), hanno adottato una visione più pessimista, ritenendo che le modalità di trasmissione e di gestione dei saperi nell'era tardoindustriale siano collegate strutturalmente alla tecnoburocrazia e che i rischi a questa collegati non siano quindi evitabili.
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