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Una delle figure di maggiore rilievo fu quella di François de Malherbe, che, pur non eccellendo come poeta, stabilì i criteri letterari del secolo: razionalità, equilibrio e perfezione formale. Alla diffusione e accettazione di questi modelli contribuirono il salon della marchesa di Rambouillet e l’Académie Française. Le maggiori figure letterarie del tempo frequentarono assiduamente il salotto letterario della marchesa di Rambouillet, grande sostenitrice della necessità di ricercatezza linguistica, formale e intellettuale. Esibendo un’estrema e a tratti esagerata affettazione, oggetto della satira di Molière in Le preziose ridicole (1659), la marchesa esasperò l’importanza della raffinatezza linguistica, personale e sociale, riflessa anche in quella diatriba tra contenuto e forma che fu oggetto della più controversa questione letteraria del periodo. Altre donne, in particolare la marchesa di Maintenon, influenzarono le tendenze letterarie di quegli anni. L’Académie Française, che era in origine un’associazione privata di studiosi, divenne nel 1635 un’istituzione statale per volontà di Richelieu. Degli obiettivi che si proponeva il progetto, che prevedeva la redazione di un dizionario, di una grammatica e di un’opera di retorica, solo il primo fu effettivamente terminato e pubblicato. Gran parte della compilazione fu realizzata da Claude Favre Vaugelas, la cui opera Remarques sur la langue française (1647) contribuì a stabilire le norme linguistiche cui riferirsi. Tra gli altri membri dell’Académie si distinsero Valentin Conrart, primo segretario, e poeti come Jean Chapelain, François Maynard, il marchese di Racan e Vincent Voiture. Antoine Furetière, che ne divenne membro nel 1662, fu espulso nel 1685 per aver redatto per proprio conto un Dizionario universale di cui pubblicò un saggio nel 1684. L’opera, edita solo nel 1690, appare oggi impostata su criteri più organici rispetto a quelli adottati dall’Académie. Nicolas Boileau-Despréaux fu il critico e teorico letterario più importante del periodo classico. Famoso in tutta Europa, influenzò le opere di autori inglesi come John Dryden e Alexander Pope. Deciso sostenitore della ragione, delle leggi naturali e della precisione lessicale, cercò di stabilire delle norme che rendessero la letteratura una disciplina esatta quanto la scienza. Le sue maggiori opere in versi sono le Satire (iniziate nel 1660), le Epistole (iniziate nel 1669) e l’Arte poetica (1674). Anche Jacques-Bénigne Bossuet, il più celebre predicatore dell’età di Luigi XIV, esercitò una considerevole influenza sulla letteratura di quegli anni. Fu tutore del delfino di corte e rivestì una serie di alti uffici ecclesiastici, diventando il portavoce principale della Chiesa di Francia. I suoi sermoni e le sue Orazioni funebri (1689) sono grandi esempi di retorica classica. Pierre Corneille fu il primo dei grandi drammaturghi francesi, autore della famosissima tragedia Il Cid (1636 o 1637). Corneille seguì le unità aristoteliche di luogo, tempo e azione, ma la tensione drammatica delle sue tragedie è tutta psicologica e dipende dalle aspirazioni frustrate dei personaggi, che vorrebbero realizzarsi attraverso l’esercizio supremo della volontà. Jean Racine è forse ancora più famoso. Meno retoriche e formali, le sue opere mostrano maggiore naturalezza: le ultime, in particolare, furono vivacizzate da passi lirici, dall’uso di cori e ambientazioni spettacolari e dal passaggio da tematiche classiche (Berenice, 1670; Fedra, 1677) a soggetti biblici (Esther, 1689; Atalia, 1691). In tutte le sue opere teatrali le donne sono protagoniste e la tensione drammatica dipende, soprattutto, da vicissitudini amorose. Molière è il maggiore autore francese di commedie. Le sue raffinate capacità teatrali, che rendono le sue opere ancora attuali, possono essere attribuite, almeno in parte, al fatto che fu anche attore e regista. Alcune delle sue commedie più note sono: Le preziose ridicole (1659), Tartufo (1664), Il misantropo (1666) e Il borghese gentiluomo (1670). Oggetto della sua satira furono le mode contemporanee, l’affettazione dei salotti letterari e i vizi diffusi, come l’ipocrisia, l’ingenuità, l’avarizia e l’ipocondria. Alcuni dei più originali scrittori e pensatori francesi del periodo furono seguaci del giansenismo, movimento cattolico ispirato a rigidi principi, che si opponeva ai gesuiti. Tra loro figurano i polemisti Antoine Arnauld e Pierre Nicole e, soprattutto, Blaise Pascal, filosofo, fisico, matematico e mistico. Nei Pensieri (1670), egli arrivò alla conclusione che certe realtà spirituali sfuggono alle possibilità di comprensione della ragione umana. Tra gli altri importanti scrittori del periodo vanno menzionati i due moralisti François de la Rochefoucauld e Jean de la Bruyère. La Rochefoucauld, considerato uno dei maggiori scrittori di epigrammi del tempo, fu autore delle Massime (1665), in cui combinò la capacità di introspezione psicologica con una concisione che conferisce eleganza ed equilibrio a ogni singolo epigramma. Il giudizio morale che La Bruyère diede della sua epoca fu decisamente più severo. Il suo capolavoro, I caratteri (1688), è una raccolta di epigrammi disseminata di riflessioni sui diversi caratteri e una satira contro coloro che incarnano vizi e debolezze del tempo. Il maggiore autore di romanzi del periodo fu la contessa Marie-Madeleine de la Fayette, autrice di La Principessa di Clèves (1678), considerato il primo romanzo psicologico moderno. Jean de la Fontaine, poeta vicino a Racine e ai grandi moralisti, è uno dei massimi autori del periodo. Per le sue Favole (1668-1694) trasse materia e struttura dalle favole di Esopo e Fedro, conferendo loro la scorrevolezza e il coinvolgimento narrativo tipici del racconto. La scelta di usare animali come protagonisti gli consentì di dare libero sfogo all’arguzia, alla fantasia, all’umorismo e alla sua capacità di cogliere le debolezze umane.
La cosiddetta Età dei Lumi (XVIII secolo) fu così definita perché la maggior parte degli sforzi intellettuali furono volti a dissipare la superstizione e l’oscurantismo della Chiesa e di altre dottrine istituzionalizzate. Ne furono precursori François de Salignac de la Mothe Fénelon, Bernard le Bovier de Fontenelle e Pierre Bayle. Nella sua Histoire des oracles (La storia degli oracoli, 1687), Fontenelle propose un’interpretazione in chiave razionale e psicologica dell’origine delle religioni, mentre Fénelon difese la libertà religiosa nelle Avventure di Telemaco (1699), scritto come guida per il suo allievo, il duca di Borgogna. Grande fu l’influenza culturale dei Pensieri sulla cometa (1682) e, in particolare, il Dizionario storico-critico (1695-1697) di Pierre Bayle, opere di grande erudizione, imbevute di un assoluto scetticismo religioso supportato da esempi e argomentazioni. Voltaire resta la figura più rappresentativa dell’illuminismo francese. Nelle sue Lettere filosofiche, condannò il modo in cui la Chiesa, a suo parere, approfittava delle debolezze umane; attaccò anche i sistemi teistici e l’ottimismo di filosofi, teologi e riformatori, in particolare quelli del filosofo tedesco Leibniz e del filantropo inglese Anthony Cooper, terzo conte di Shaftesbury. I contemporanei lo considerarono soprattutto un filosofo e le sue opere satiriche, come il romanzo Candido (1759), furono a lungo dimenticate. L’empirismo inglese di Francesco Bacone e John Locke ebbe seguaci anche in Francia, soprattutto in Etienne Bonnot de Condillac. I razionalisti francesi rifiutarono la filosofia scolastica e diffusero le nuove concezioni meccanicistiche esposte poi nell’Encyclopédie, un’opera destinata a dare un’interpretazione sistematica a tutto il sapere umano. Quest’impresa straordinaria fu diretta da Denis Diderot, la cui produzione più strettamente letteraria comprende diverse opere, tra cui Il nipote di Rameau (scritto nel 1761, ma pubblicato, dopo numerose vicissitudini, solamente nel 1890). Collaborarono all’Encyclopédie autorevoli naturalisti, etnologi, filosofi, economisti e statisti contemporanei di Voltaire. Il pensiero politico moderno fu considerevolmente influenzato da Lo spirito delle leggi (1748) di Montesquieu. Le opere narrative del XVIII secolo, quando non erano racconti filosofici come quelli di Voltaire, erano scritte sul modello della Principessa di Clèves. Proprio come questo romanzo, anche Manon Lescaut (1731) dell’abbé Prévost e La vita di Marianna (1731-1741) di Pierre de Marivaux erano incentrati esclusivamente su due personaggi e sulle crisi della loro storia d’amore. Molto più arguto e complesso fu invece lo scandaloso romanzo di intrigo sociale Le relazioni pericolose (1782) di Pierre-Ambroise Choderlos de Laclos. Il naturalista Georges-Louis Leclerc Buffon dedicò tutta la vita alla compilazione della monumentale Storia naturale (36 volumi, 1749-1788), che costituisce una parte di quella vasta impresa di riclassificazione della flora e della fauna di cui si interessarono i naturalisti del XVIII secolo. Jean-Jacques Rousseau, sebbene sia oggi ricordato soprattutto per le Confessioni (1782), influenzò in modo rivoluzionario il pensiero politico del tempo con l’opera Il contratto sociale (1762), in cui il rapporto tra individuo e società è visto come un contratto attraverso il quale l’individuo rinuncia ad alcuni diritti personali in cambio della parità di condizione sociale e della mutua assistenza. Rousseau rivoluzionò anche il pensiero educativo con il romanzo pedagogico Emilio (1762), mentre in campo narrativo anticipò tendenze romantiche nel romanzo epistolare Giulia o La nuova Eloisa (1761). Va ricordata, infine, l’opera di André Chenier, ghigliottinato all’età di 31 anni. Benché prima della morte avesse già scritto un considerevole numero di ottimi componimenti, le sue capacità poetiche erano appena agli inizi del loro periodo più maturo. Caratterizzata da una limpida bellezza, la sua poesia è considerata da critici autorevoli tra i maggiori esempi della letteratura francese settecentesca. Nel periodo successivo alla Rivoluzione francese i maggiori autori furono Joseph de Maistre, che si soffermò nostalgicamente sulle glorie dell’Ancien Régime, e François-René de Chateaubriand che, con il suo individualismo, la sua celebrazione della natura e la sua enfasi sui valori estetici della religione, anticipò l’avvento del romanticismo.
Nella Francia del XIX secolo emersero numerosi gruppi letterari: dapprima i romantici, poi i realisti, i parnassiani, i simbolisti e i naturalisti.
Nonostante le sue tendenze politiche radicali, Madame de Staël anticipò nei suoi romanzi interessi e forme romantiche; Corinna (1807) è considerato il suo capolavoro. I romantici intendevano infrangere le regole e superare le limitazioni imposte dall’estetica neoclassica per dare più spazio all’espressione dell’emotività. Il maggiore tra i primi romantici fu Alphonse de Lamartine e il più produttivo e deciso esponente del movimento fu Victor Hugo, che con Ernani (1830) usò il palcoscenico per diffondere le teorie romantiche. Condividevano le sue idee romanzieri come Alexandre Dumas padre, Théophile Gautier e poeti come Alfred de Vigny, Alfred de Musset e Charles Nodier. La letteratura romantica fu influenzata, e influenzò a sua volta, correnti analoghe in pittura e musica, che ebbero i loro maggiori esponenti nell’artista Eugène Delacroix e nel compositore Ambroise Thomas. Anche in letteratura trovò espressione il contrasto tra teorie rivoluzionarie e reazionarie che si sviluppò dopo la restaurazione della monarchia francese nel 1815. Accanto ai maggiori scrittori conservatori già citati, vanno ricordati, tra i radicali, il poeta Pierre-Jean de Béranger, George Sand, protofemminista e autrice di opere che anticipavano il romanzo sociale, lo storico Jules Michelet, che esaltò la Rivoluzione francese, e infine alcuni precursori del socialismo, tra i quali Saint-Simon, Charles Fourier, Pierre-Joseph Proudhon e Louis Blanc. Mantennero invece una posizione neutrale gli storici F.P.G. Guizot, Adolphe Thiers, Augustin Thierry e Benjamin Constant, il cui romanzo più famoso fu Adolphe (1816), storia del suo tempestoso rapporto con Madame de Staël.
Honoré de Balzac può essere considerato lo scrittore che collega il movimento romantico al realismo: la sua intensità, varietà e moderata libertà formale lo avvicinano ai romantici, mentre tipici del realismo sono l’osservazione accurata e l’interesse per i dettagli. La sua ambiziosa opera, La commedia umana ( 1829-1847), è una raccolta di romanzi e racconti collegati tra loro. I personaggi, che appartengono a diverse classi sociali ed esercitano diverse professioni, offrono un panorama quanto mai ampio della realtà sociale del XIX secolo in Francia. Altri grandi scrittori realisti furono Stendhal, Gustave Flaubert e Prosper Mérimée. Già Balzac riconobbe e lodò l’acuta capacità di analisi di Stendhal, anticipatore del moderno romanzo psicologico; le sue opere maggiori sono Il rosso e il nero (1830) e La Certosa di Parma (1839). L’accurato realismo di Flaubert, nella cui opera personaggi e situazioni si delineano attraverso la progressiva accumulazione di dettagli realistici, trovò la sua massima espressione in Madame Bovary (1857). Mérimée, nonostante alcune caratteristiche romantiche, è considerato un realista in virtù della verità psicologica delle sue caratterizzazioni. Le sue opere migliori sono rappresentate da lunghi racconti come Colomba (1840) e Carmen (1845). Il maggior critico francese, Charles-Augustin Sainte-Beuve, può essere considerato un realista, pur essendo stato inizialmente un seguace del romanticismo. Convinto che il compito principale del critico non fosse quello di giudicare bensì di capire, egli analizzò i fattori biografici e ambientali che condizionavano l’opera letteraria. I suoi saggi più noti, che figurano tra i primi e forse i migliori esempi di critica sociologica e psicologica, sono Ritratti femminili (1844), Ritratti contemporanei (1846) e Conversazioni del lunedì (15 volumi, 1851-1862).
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