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Omero

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Omero: Ettore e AiaceOmero: Ettore e Aiace
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Lingua e stile

Il testo dei poemi ci è pervenuto attraverso le versioni medievali e rinascimentali, copiate a loro volta da antichi manoscritti andati perduti, anche se la papirologia ci ha offerto numerosi ancorché frammentari papiri omerici provenienti direttamente dall’antichità. Dal punto di vista metrico, i due poemi sono composti in esametri dattilici, e questo verso divenne da Omero in poi caratteristico di tutta l’epica classica greca e latina.

La lingua di Iliade e Odissea, i primi documenti pienamente letterari della lingua greca, può solo essere definita “omerica” data la sua natura composita, stratificata, decisamente artificiosa. La base linguistica è costituita infatti dal dialetto ionico, parlato in Asia Minore, arricchito però con elementi attici ed eolici. Gli eolismi si possono agevolmente spiegare come stratificazioni della tradizione aedica, cui non è forse del tutto esatto attribuire anche gli atticismi. Se è infatti possibile che vi fosse qualche elemento linguistico attico originario (ve ne sono alcuni anche in Esiodo), una più pesante patina linguistica attica dovettero dare nel VI secolo a.C. coloro che ad Atene, per incarico del tiranno Pisistrato, trascrissero il testo dei poemi omerici per fissarlo in modo pressoché canonico.

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Altre opere attribuite a Omero

A Omero sono stati attribuiti, anche se in modo assai controverso, i cosiddetti Inni omerici, 34 brevi composizioni a celebrazione degli dei (Demetra, Afrodite, Apollo, Ermes per citare gli inni più lunghi), stilisticamente affini ai due poemi ma più probabilmente composti in epoca successiva all’Iliade e all’Odissea (VII-VI secolo a.C.). Inoltre, a uno Pseudo-Omero si fanno risalire una parodia dell'epica, intitolata Batracomiomachia, cioè Battaglia delle rane e dei topi, e alcuni epigrammi: si tratta in realtà di opere che ci portano verso il VI-V secolo d.C., redatte da imitatori della produzione epica maggiore. L’uso della lingua “omerica” in questo periodo arcaico della letteratura greca non era però appannaggio esclusivo degli imitatori, poiché essa venne considerata naturale mezzo espressivo anche dalla maggior parte dei poeti lirici.

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La “questione omerica”

Quella che convenzionalmente si chiama “questione omerica” contiene soprattutto due problematiche, e cioè l’identità di Omero (personaggio reale o fittizio?) e l’attribuzione a lui dei due poemi, o almeno di uno di essi. Non è però possibile disgiungere le due questioni, spesso proposte insieme e non infrequentemente, soprattutto in passato, mescolate e confuse. Già nell’antichità i grammatici alessandrini Senone ed Ellanico avevano timidamente messo in dubbio che Omero fosse l'autore di entrambi i poemi, ma l’autorità dello studioso Aristarco di Samotracia, convinto assertore di un Omero autore di Iliade e Odissea, mise a tacere la questione.

In età moderna, tuttavia, alcuni studiosi, tra i quali Giambattista Vico, intesero l’Iliade e l’Odissea come il frutto collettivo di un'epoca e di una civiltà e, sottolineando le incongruenze interne dei due poemi, ne ricondussero le origini a raccolte di composizioni autonome di autori diversi; altri, invece, li considerarono ancora opera di un solo poeta, ponendo l'accento sulla loro sostanziale unità. Particolarmente vivace fu il dibattito tra Sette e Ottocento, soprattutto per merito di studiosi tedeschi. Tra essi si devono ricordare anzitutto Friedrich August Wolf e i suoi discepoli che, con diverse sfumature, sostennero la tesi della pluralità di autori coinvolti e, a fine Ottocento, il grande Ulrich von Wilamowitz, fautore di un’ipotesi “neounitaria”, che intende Omero come rielaboratore e selezionatore di materiale precedentemente trasmesso per via orale.

Di recente è stata avanzata – in seguito agli studi dell’americano Milman Parry – la suggestiva teoria della composizione formulare orale, secondo la quale i poemi sarebbero il risultato di una complessa organizzazione di formule poetiche tradizionali – cui già si è accennato prima – elaborata da generazioni di aedi. Essa contiene senz’altro spunti veri e importanti, anche se il suo punto debole consiste nell’incapacità di spiegare in modo convincente le fasi di redazione scritta dei due poemi. Non ci sono elementi decisivi a favore delle diverse tesi: se da una parte non si può negare che la tradizione abbia avuto un ruolo fondamentale nella nascita dei due poemi, dall'altra è anche vero che in essi si percepisce forse la personalità di un unico, grande poeta.

Bisogna inoltre aggiungere che le scoperte archeologiche, in particolare quelle di Heinrich Schliemann in Asia Minore, hanno dimostrato che molti aspetti della civiltà descritta da Omero non sono frutto di pura fantasia. Questo non è certo un elemento utile a dirimere la “questione omerica” come è stata tradizionalmente posta; è però molto importante sapere che il materiale epico, rielaborato collettivamente o unitariamente dalla tradizione, tragga le sue origini da eventi reali, storici: una grande vittoria di achei (progenitori dei greci) sui troiani (progenitori di quelli che saranno poi detti “barbari”, cioè “non greci”) non poteva non essersi impressa con forza nella memoria collettiva ellenica, e porsi quindi alla base della formazione dell’autocoscienza collettiva del popolo greco.

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L’eredità di Omero

Omero ebbe un'influenza diretta su tutta la cultura greca, sulla letteratura, la storiografia, il teatro, la filosofia; non minore fu l’influsso omerico sulla letteratura latina (si pensi a Livio Andronico, Ennio, Virgilio) e in seguito su tutta la produzione epica occidentale – ma, in realtà, anche su numerosi altri generi letterari – che riprese gli spunti eroici, tragici e comici e la tecnica narrativa dei due poemi, anche attraverso le rielaborazioni e le traduzioni latine. Basti pensare alla lunga tradizione della letteratura cavalleresca fino ad arrivare, nel Novecento, all'Ulisse (1922) di James Joyce, dove l'ispirazione omerica smette i toni eroici e spesso assume quelli della parodia. In particolare le riprese letterarie della figura omerica di Ulisse nella letteratura d’ogni tempo meriterebbero un discorso a parte, a cominciare da quella operata da Dante nel canto XXVI dell’Inferno.

Si può dire che ogni generazione abbia la sua traduzione dei poemi omerici: in Italia si ricordano quelle ottocentesche, in endecasillabi, di Vincenzo Monti (Iliade, 1810) e di Ippolito Pindemonte (Odissea, 1822), oltre ad alcuni splendidi ma incompleti tentativi di traduzione dell’Iliade di Ugo Foscolo; nei primi decenni del Novecento Ettore Romagnoli (1871-1938) tradusse l'Odissea in esametri, e Nicola Festa (1866-1940) l'Iliade in prosa. In tempi più recenti sono apparse le traduzioni di Rosa Calzecchi Onesti, che – tra le altre – hanno ottenuto notevoli successo e diffusione. Numerose sono anche le trasposizioni cinematografiche e televisive, come pure le riduzioni a fumetti e in forma di fiaba.

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