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Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche

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3.5

L’assetto postbellico

Alla fine del secondo conflitto mondiale l’URSS entrò nel novero delle grandi potenze. Stalin partecipò insieme ai capi di stato americano e inglese alle conferenze di Jalta e di Potsdam per gettare le basi di una strategia politica comune in Europa. Decisivo fu anche il ruolo sovietico nelle conferenze internazionali preliminari, che condussero alla creazione delle Nazioni Unite nel 1945.

Berlino venne divisa in quattro settori e la parte orientale venne affidata ai sovietici, insieme con la parte settentrionale della Prussia orientale: vennero così poste le basi della Cortina di ferro, che dal 1947 avrebbe separato l’Europa orientale e parte dell’Europa centrale da quella occidentale.

3.6

La Guerra Fredda

Nei paesi in cui l’influenza sovietica era dominante (Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Albania, Iugoslavia e Germania Orientale) la struttura politico-economica venne gradualmente riorganizzata sul modello di quella sovietica.

Nello stabilire il proprio dominio politico in queste aree, l’URSS mirò dapprima alla cooperazione nei governi di coalizione, in cui i comunisti rappresentavano una minoranza, controllando però i ministeri, dirigendo le forze dell’ordine, l’esercito e l’economia. A partire dal 1947, poi, nei paesi a influenza sovietica si insediarono regimi guidati dai comunisti. Nel 1948 anche la Cecoslovacchia, paese che non rientrava direttamente nell’orbita sovietica, passò sotto il dominio comunista. L’unica a resistere alle pressioni sovietiche fu la Iugoslavia, che venne di conseguenza espulsa dal Cominform (vedi Internazionale): il suo presidente, Josip Broz detto Tito, sarebbe diventato l’esponente di spicco del non allineamento (vedi Paesi non allineati).

Questi sviluppi allarmarono i paesi occidentali e gli Stati Uniti e portarono alla creazione dell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) nel 1949. Nello stesso anno, per coordinare le attività economiche degli stati sotto il controllo sovietico, l’URSS costituì il Consiglio di mutua assistenza economica (Comecon), insieme con Albania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Romania e Germania Orientale.

3.7

La morte di Stalin e la lotta per il potere

Stalin mantenne il controllo assoluto sino alla sua morte, nel marzo del 1953, quando prese il potere un gruppo di alti dirigenti. Georgij Malenkov, segretario del partito, divenne primo ministro; Molotov fu ministro degli Esteri e a Lavrentij Berija spettò il ministero degli Interni; Kliment Voroilov venne nominato presidente del Presidium del Soviet Supremo. Nikita Kruscev successe a Malenkov in qualità di segretario del partito.

Gli equilibri tuttavia si ruppero rapidamente: Berija venne rimosso, accusato di svolgere “attività criminali e antipartitiche” e nel dicembre del 1953 venne riconosciuto colpevole di cospirazione e fucilato. Altri suoi collaboratori subirono la stessa sorte l’anno seguente. Nel 1955 Malenkov fu costretto alle dimissioni e il maresciallo Nikolaj Bulganin venne eletto capo del governo.

4

La destalinizzazione

Durante il XX congresso del partito, tenutosi a Mosca tra il 14 e il 25 febbraio del 1956, furono denunciati i crimini di Stalin. L’attacco più violento venne da Kruscev, che lo accusò di aver abbandonato il metodo di direzione collegiale proprio del marxismo per istituire il culto della sua persona, con conseguenze disastrose per l’URSS. Kruscev lo accusò inoltre di essere colpevole di “arresti di massa e deportazioni di migliaia di persone, di condanne capitali senza processo”; di non aver approntato una difesa adeguata contro l’invasione tedesca, causando in tal modo la morte di migliaia di soldati; di “progettare l’eliminazione dei vecchi membri del Politburo” e infine di essersi reso responsabile della rottura con la Iugoslavia e di aver messo in pericolo “i rapporti amichevoli con le altre nazioni”.

Questi attacchi sconvolsero profondamente non solo i sovietici, ma i comunisti di tutto il mondo. Durante la campagna di destalinizzazione furono rimossi i ritratti di Stalin da tutti i luoghi pubblici e le località che portavano il suo nome vennero ribattezzate, i testi scolastici riscritti.

4.1

La crisi in Polonia e in Ungheria

Durante il periodo della destalinizzazione il controllo sovietico sui paesi satellite venne seriamente minacciato da una serie di rivolte scoppiate nel 1956 in Polonia e in Ungheria (vedi Rivoluzione ungherese). Il malcontento popolare polacco sfociò nelle sommosse operaie di Poznan, che innescarono a loro volta numerose dimostrazioni. Minacciando dapprima un intervento militare, Mosca riuscì a risolvere la crisi imponendo un cambiamento forzato nel governo, e offrendo alla Polonia la cancellazione di parte dei debiti e la concessione di ulteriori crediti.

In Ungheria le rivolte si fecero via via più numerose, sino a quando le truppe sovietiche intervennero brutalmente per sedare il movimento indipendentista; successivamente venne costituito un governo fantoccio sotto la guida di János Kádár. La tragedia ungherese lacerò profondamente i partiti comunisti europei; alcuni, fra i quali quello italiano, cominciarono a mettere in discussione la validità del modello sovietico.

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