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Razionalismo (filosofia)

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Introduzione

Razionalismo (filosofia) In filosofia, un indirizzo di pensiero che privilegia il ruolo della ragione nel processo conoscitivo, in contrapposizione all’empirismo, che sottolinea l’importanza dell’esperienza sensibile. Mentre il razionalismo esalta il potere della ragione di sviluppare le conoscenze a partire da se stessa, l’empirismo afferma che la ragione è impotente se prescinde dai dati forniti dall’esperienza.

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Razionalismo e irrazionalismo

A rigore si può osservare che la fiducia nella capacità della ragione di interpretare il mondo e di fungere da criterio ordinatore dell’esperienza è condivisa sia dai filosofi in senso stretto razionalisti, che fondano l’intero sapere sulla ragione, sia dai pensatori empiristi, i quali spiegano la conoscenza a partire dall’esperienza sensibile. In questo senso l’empirista inglese John Locke non è meno “razionalista” del francese Cartesio. In un’accezione generalissima, dunque, il termine “razionalismo” si contrappone non tanto a “empirismo”, quanto a “irrazionalismo”, cioè a un atteggiamento di pensiero che contesta alla ragione la capacità di fornire una conoscenza vera del mondo e di penetrare la segreta essenza della realtà.

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Razionalismo ed empirismo

Si usa tuttavia dividere la filosofia moderna anteriore a Kant nelle due correnti del razionalismo e dell’empirismo, intesi come indirizzi divergenti che si sono confrontati sui problemi dell’epistemologia. I pensatori razionalisti, a partire da Cartesio, fanno derivare l’universalità e la necessità del sapere umano da quello che ritengono un patrimonio di idee innate, presenti nella mente di ciascun uomo e dotate del carattere dell’evidenza, cioè della chiarezza e della distinzione. A ciò si collega inoltre la concezione che il sapere consiste in una connessione deduttiva di conoscenze sviluppate a partire da alcuni principi a priori, secondo un modello che si rifà al rigore del ragionamento matematico.

Il manifesto del razionalismo moderno può essere individuato nel Discorso sul metodo di Cartesio, apparso nel 1637. L’ambizione del filosofo francese era di fondare l’intero sapere su un principio autoevidente (il famoso cogito ergo sum, “penso, dunque sono”) e su alcune regole metodiche (evidenza, analisi e sintesi, enumerazione) che si ispiravano ai criteri di semplicità e al tempo stesso di rigore dei procedimenti della matematica.

Gli sviluppi principali del razionalismo dopo Cartesio si possono ritrovare nei sistemi di pensiero di Spinoza e di Leibniz. L’Ethica di Baruch Spinoza è modellata, in larga misura, sul metodo della geometria di Euclide; il pensiero di Gottfried Wilhelm Leibniz rivela una straordinaria capacità di collegare fra loro la riflessione metafisica con la logica, la matematica con la fisica. La maggior parte dei pensatori razionalisti del Sei e Settecento, inoltre, condivide una concezione di tipo meccanicistico del mondo fisico.

Le opposte direzioni dell’empirismo e del razionalismo appaiono unificate nella riflessione di Immanuel Kant, il quale ribadisce, in accordo con i pensatori razionalisti, il carattere universale e necessario della conoscenza scientifica, mostrando tuttavia come essa possa riguardare solamente l’esperienza. Dopo Kant prevale però nella filosofia dell’idealismo tedesco un orientamento sistematico di carattere nettamente razionalistico, sebbene la ragione venga ora intesa soprattutto alla luce della dialettica, piuttosto che dei criteri di evidenza e di rigore matematico che contraddistinguevano i sistemi razionalistici precedenti.

Per Georg Wilhelm Friedrich Hegel (al quale si deve peraltro lo schema storiografico che divide la filosofia moderna nelle due correnti del razionalismo e dell’empirismo), la ragione non è un patrimonio soggettivo di idee o una facoltà conoscitiva umana, ma coincide con il fondamento dialettico di tutta la realtà, intesa come realtà spirituale e storica.

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