![]() |
Risultati di Windows Live® Search
Risultati di Windows Live® Search Struttura articolo
Mimo (dal latino mimus, derivato dal greco miméisthai, 'imitare'), tecnica di rappresentazione scenica, spesso accompagnata da musica, realizzata attraverso la combinazione di gesti, posture del corpo e mimica facciale.
In Asia il mimo si diffuse sin dall’antichità: uno degli stili di danza classica indiana più antichi, il Bharata Natyam, ebbe origine da questa forma di rappresentazione, così come il kathakali. Nel teatro orientale, in particolar modo in Cina e in Giappone, il mimo ricopre grande importanza all’interno delle principali forme teatrali, in cui prevalgono movimenti di carattere stilizzato e rituale.
Data la scarsità di testimonianze e documenti giunti sino a noi, non esistono vere e proprie certezze in merito all’avvento del mimo in Occidente. Secondo la ricostruzione storica più attendibile il mimo, inteso come spettacolo incentrato sulla gestualità, si affermò nella Grecia antica nel V sec. a.C. per opera di Sofrone di Siracusa. Si trattava di un genere destinato alle fasce meno abbienti del popolo e spesso caratterizzato da una comicità volgare. Dalla civiltà greca il mimo giunse a quella romana, evolvendosi e fiorendo nell'antica Roma soprattutto nella forma della pantomima. L'ostentata scurrilità e la natura buffonesca delle esibizioni resero i mimi molto popolari, ma anche sgraditi alle autorità: sotto Augusto, Pilade conobbe l'esilio e sotto Tiberio le case dei pantomimi furono interdette ai senatori. Sopravvissuto nel Medioevo come elemento costitutivo degli spettacoli dei giullari, il mimo tornò in auge nel XV secolo sotto forma di spettacolo musicale di argomento mitologico o cavalleresco presso le corti d'Italia e di Francia. Nel secolo successivo, la recitazione gestuale divenne uno degli elementi chiave della Commedia dell'Arte, specialmente durante gli spettacoli rappresentati dai comici italiani in Francia o in Inghilterra, davanti a un pubblico che ne ignorava la lingua. Le improvvisazioni tipiche della Commedia dell’Arte nel Settecento assunsero carattere autonomo, individuale e non verbale: si iniziò a usare la mimica e non solo la maschera, il gesto e non la parola, l’allusione invece dell’azione magniloquente, attraverso un processo di sottrazione e stilizzazione.
Nel corso del XVII e XVIII secolo, Francia e Inghilterra diedero i natali a mimi entrati ormai a far parte della storia del teatro (si ricordi, in particolare, Joseph Grimaldi), i quali fecero proprie alcune maschere del genere italiano. Così, lo Zanni diventò in Francia Pierrot che, nel XIX secolo, vide il suo più grande interprete nell'attore francese Jean-Baptiste-Gaspard Deburau, creatore della moderna forma di mimo. Nel Novecento, l’uso del corpo, il gesto e il movimento furono punti focali della pratica registica e delle teorizzazioni sul lavoro dell’attore di Stanislavskij, Mejerchol’d e Copeau. Il mimo inteso come autonoma forma di espressione teatrale tornò però alla ribalta solo negli anni Trenta grazie al lavoro di Etienne Decroux. Allievo di Copeau, Decroux rielaborò elevandoli ad arte (il cosiddetto “mimo corporeo”) quelli che in precedenza erano esercizi propedeutici alla recitazione. Seguirono i suoi insegnamenti artisti del calibro di Jean-Louis Barrault (che interpretò nel cinema uno straziante Pierrot in Amanti perduti, 1945, di Marcel Carné), Marcel Marceau, allievo di Charles Dullin che rinnovò la pantomima con il buffo e patetico personaggio di Bip in spettacoli ispirati alla vita quotidiana come Jardin public e Les matadors, Eugenio Ravo, estremo continuatore della maschera della Commedia dell’Arte in chiave partenopea, e Jacques Lecoq, che curò in maniera particolare la preparazione fisica e la pedagogia dell’attore, fondando nel 1977 il Laboratoire d’étude du mouvement e lavorando con Jean Dasté e Giorgio Strehler. Vedi anche Tecniche del corpo.
© 1993-2008 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati. |
© 2008 Microsoft
![]() ![]() |