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Introduzione; L’antichità; Il Medioevo; Il Rinascimento e il Seicento; L’età moderna; L’Ottocento; Il Novecento
Satira Componimento in versi o in prosa che mette in ridicolo vizi e debolezze di un singolo individuo o della società nel suo complesso. Nella sua accezione più ampia, oggi il termine viene utilizzato per connotare testi che esprimono con particolare ironia istanze critiche o intenti moralizzatori.
Fra gli autori della letteratura greca che scrissero versi di argomento satirico si ricordano Archiloco, Ipponatte, Aristofane, Menandro. Dal filosofo cinico Menippo (III secolo a.C.) prese nome la satira menippea, un insieme di prosa, poesia e parti dialogate a cui in seguito si ricollegarono gli scrittori latini Varrone, Seneca e Petronio. Come specifico genere letterario, la satira nacque in ambito latino grazie al poeta Lucilio (II secolo a.C.), il quale, oltre a codificarne la struttura metrica attraverso l’uso dell’esametro, ne estese il campo di osservazione ricorrendo spesso anche a riferimenti personali. Nella sua scia si colloccarono Orazio, che ai toni aggressivi e agli attacchi diretti preferiva toni più pacati e sorridenti e uno stile colloquiale ma sempre raffinato, e Persio, dalle espressioni aspre e concise che riflettono il suo scontroso moralismo. Tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C. operò Giovenale, l’ultimo grande rappresentante della satira latina, che nelle sue sedici Satire attaccò ferocemente l’ipocrisia e la corruzione morale; particolarmente famosa la sesta, in cui la sua aggressività prese di mira le donne, considerate viziose e immorali.
In epoca medievale, l’eredità della satira latina fu raccolta dalle letterature in volgare, nelle quali si ritrovano opere definite satiriche per il tono comico, ironico o sarcastico con cui vengono descritti persone, costumi e comportamenti del tempo. È questo il caso dei fabliaux, della poesia goliardica, delle favole, soprattutto quando i protagonisti sono animali, e di poemi allegorici come Pietro l’aratore di William Langland, in cui viene messa sotto accusa l’ipocrisia della Chiesa; intenti satirici animano anche le poesie di Cecco Angiolieri e il Decameron di Giovanni Boccaccio, al quale si ispirarono i Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer.
L’interesse per questo genere letterario continuò nell’età umanistica e rinascimentale. In ambito italiano fu ripresa la tradizione oraziana, che ebbe come rappresentante più illustre del periodo Ludovico Ariosto, autore di sette Satire in versi composte tra il 1517 e il 1525. Toni più accesi e contenuti politici caratterizzano le satire delle pasquinate. Fuori dell’Italia, tra le grandi opere che contengono elementi satirici figurano La nave dei folli (1494) di Sebastian Brant, l’Elogio della follia (1509) di Erasmo da Rotterdam, parti del Gargantua e Pantagruel (1532-1564) di François Rabelais. Nel Seicento, le commedie di Molière in Francia e quelle dell’elisabettiano Ben Jonson in Inghilterra incorporano elementi satirici. Quanto alla letteratura, accanto alle classicheggianti Satire del francese Nicolas Boileau-Despréaux, che egli rivolse contro scrittori a lui contemporanei, si ricordano i Sogni (1627) dello spagnolo Francisco de Quevedo. In Italia la tradizione oraziana venne continuata da Gabriello Chiabrera e da Salvatore Rosa.
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