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Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
Il Regno Unito, come si è detto, è diviso nelle regioni dell’Inghilterra, del Galles, della Scozia (che costituiscono la Gran Bretagna) e dell’Irlanda del Nord, a loro volta suddivise in contee, regioni e distretti. L’Inghilterra è divisa in 148 unità amministrative (78 distretti e 70 contee); tra le contee storiche si ricordano: Bedfordshire, Buckinghamshire, Cambridgeshire, Cheshire, Cornwall, Cumbria, Derbyshire, Devon, Dorset, Durham, East Sussex (vedi Sussex), Essex, Gloucestershire, Greater London, Greater Manchester, Hampshire, Hertfordshire, Kent, Lancashire, Leicestershire, Lincolnshire, Merseyside, Norfolk, North Yorkshire (vedi Yorkshire), Northamptonshire, Northumberland, Nottinghamshire, Oxfordshire, Shropshire, Somerset, South Yorkshire, Staffordshire, Suffolk, Surrey, Tyne and Wear, Warwickshire, West Midlands, West Sussex, West Yorkshire, Wiltshire, Worcestershire. Il Galles è suddiviso in 22 distretti unitari, ripartizioni delle precedenti otto contee: Clwyd, Dyfed, Gwent, Gwynedd, Mid Glamorgan (vedi Glamorgan), Powys, South Glamorgan, West Glamorgan. La Scozia è divisa in 32 distretti unitari, ripartizioni delle precedenti dodici regioni: Borders, Central, Dumfries and Galloway, Fife, Grampian, Highland, Lothian, Orkney Islands (Orcadi), Shetland Islands, Strathclyde, Tayside, Western Isles. L’Irlanda del Nord è divisa in 26 distretti: Antrim, Ards, Armagh, Ballymena, Ballymoney, Banbridge, Belfast, Carrickfergus, Castlereagh, Coleraine, Cookstown, Craigavon, Down, Dungannon, Fermanagh, Larne, Limavady, Lisburn, Londonderry, Magherafelt, Moyle, Newry and Mourne, Newtownabbey, North Down (vedi Down), Omagh, Strabane. Le principali città del Regno Unito sono Londra, Liverpool, Manchester, Birmingham, Edimburgo, Glasgow, Cardiff, Belfast e Newcastle-upon-Tyne.
Il Regno Unito è tra i paesi più industrializzati del mondo. In termini di prodotto nazionale lordo (PNL) è il quarto paese – seguito da Francia e Italia – dopo Stati Uniti, Giappone e Germania. Nel 2005 il prodotto interno lordo del paese fu di 2.198.789 milioni di dollari USA, pari a un PIL pro capite di 36.508,70 dollari. A partire dal secondo dopoguerra il paese ha dovuto affrontare numerosi problemi economici quali la pressione valutaria, il deficit della bilancia totale dei pagamenti, l’inflazione e, fino a poco tempo fa, una scarsa capacità produttiva. Durante la recessione verificatasi nel 1974, la situazione si fece ancor più critica: il numero di disoccupati superò il milione, vi fu un declino della produttività, i salari aumentarono e la moneta toccò minimi storici. Nel luglio 1975 il governo adottò severe misure anti-inflazione, con l’appoggio del mondo economico e dei sindacati, in modo da contenere gli aumenti salariali e l’inflazione. Verso la fine degli anni Settanta del Novecento la scoperta di giacimenti di petrolio nel Mare del Nord consentì un’importante riduzione del deficit nella bilancia dei pagamenti. A partire dal 1979 la politica economica del paese ha promosso una maggior delega al settore privato, mettendo un freno alla spesa pubblica e ai servizi statali. Obiettivo prioritario rimaneva il contenimento dell’inflazione, a costo però di un tasso di disoccupazione storicamente elevato. Intorno alla metà degli anni Ottanta vi erano nel paese oltre 3 milioni di lavoratori senza impiego e dieci anni dopo ne rimanevano ancora circa 2,6 milioni. Il deficit di bilancio annuo all’inizio degli anni Novanta era pari a circa l’1,1% del prodotto interno lordo. Nel gennaio del 1973 il Regno Unito aderì alla Comunità Europea (ora Unione Europea). La struttura del lavoro è oggi significativamente cambiata. Nel 2005 la forza lavoro ammontava complessivamente a 30.644.965 lavoratori. Nel settore dei servizi è attualmente impiegato il 76% dei lavoratori, mentre nel 1955 lo era solo un terzo della forza lavoro. L’industria, che rappresentava un tempo il settore principale in termini di occupazione (42% della forza lavoro nel 1955), assorbe oggi solo il 22% della popolazione attiva. Il problema della disoccupazione è oggi meno grave che in passato: il tasso di disoccupazione del paese ha raggiunto infatti il 4,6% (2004).
Nonostante il 23,9% del territorio britannico sia coltivato, il settore riveste una modesta importanza in termini di occupazione e di partecipazione al PIL, come riflesso della precoce industrializzazione conosciuta dal paese. Nel 2005 l’agricoltura impiegava appena l’1% della popolazione attiva e partecipava alla formazione del PIL per l’1%. Il settore raggiunge tuttavia alti livelli di efficienza e produttività. In vaste zone del paese, soprattutto in Scozia e in Galles, i terreni possono essere sfruttati soltanto per il pascolo; oltre la metà delle aziende agricole è impegnata nell’allevamento di bovini e ovini e nella produzione lattiero-casearia. Dalla metà degli anni Novanta del XX secolo il settore della zootecnia si è trovato ad affrontare, come altri paesi europei, il problema della crescente diffusione di casi di encefalopatia spongiforme dei bovini, che ha avuto gravi conseguenze sull’esportazione di carne bovina. L’allevamento dei bovini rimane comunque molto consistente (10,4 milioni di capi nel 2005). L’arativo è concentrato perlopiù nell’Inghilterra orientale e centromeridionale e nella Scozia orientale. Le colture principali sono frumento (oltre 14,9 milioni di tonnellate prodotti nel 2005), barbabietola da zucchero (circa 8 milioni di tonnellate), orzo (oltre 6 milioni di tonnellate), patate e avena. L’alta produttività del settore è stata raggiunta grazie all’estensione dei campi, attraverso opere di diboscamento (vedi Deforestazione), la meccanizzazione e l’impiego intensivo di fertilizzanti e pesticidi.
Lo sfruttamento delle risorse forestali non è una voce rilevante dell’economia britannica; la produzione di legname fu, nel 2005, di 8.589.000 m³. La pesca praticata in alto mare ha conosciuto un certo declino a partire dagli anni Sessanta del Novecento, in parte a causa della legislazione restrittiva adottata dall’UE per la tutela delle specie; rimane un’attività economicamente importante in Scozia e in alcune zone dell’Inghilterra sudoccidentale, e rappresenta la principale fonte di occupazione in alcune città portuali. Nel 2004 la produzione totale di pesca marina ammontava a 522.063 tonnellate. Le specie maggiormente pescate sono lo sgombro, il merluzzo, la sogliola, l’aringa e i crostacei. Importanti porti di pesca sono Hull, Grimsby, Fleetwood, North Shields, Lowestoft, Plymouth, Brixham e Newlyn in Inghilterra; Aberdeen, Peterhead, Lerwick, Ullapool e Fraserburgh in Scozia; Kilkeel, Ardglass e Portavogie in Irlanda del Nord. Dotato di una consistente flotta di pescherecci, il Regno Unito è stato particolarmente colpito dalle misure imposte dall’Unione Europea. Per tutelare la fauna ittica e consentirne la riproduzione, le navi devono rimanere forzatamente inattive per numerosi giorni all’anno, e il governo ha dovuto adottare piani di finanziamento per incoraggiare l’abbandono di questa attività. All’inizio del 1996 alcune aree, tradizionalmente riservate alla pesca britannica e irlandese, sono state aperte ai pescherecci spagnoli in base a un accordo del dicembre 1994. Ratificato da un’esigua maggioranza del Parlamento, questo accordo ha provocato nel corso dell’anno considerevoli tensioni e incidenti; il malcontento si è ulteriormente diffuso dopo la riduzione delle quote di pescato britannico indicata dai programmi europei.
Il Regno Unito è un paese ricco di risorse minerarie, soprattutto carbone e minerali di ferro, sfruttate sin dai tempi più antichi. L’estrazione del sale, specialmente nel Cheshire, risale all’epoca preistorica, mentre mercanti fenici visitarono l’odierna Inghilterra per acquistare lo stagno di cui era ricca la Cornovaglia. Oggi questi giacimenti di stagno sono completamente esauriti, così come quelli di minerali di ferro nell’Inghilterra settentrionale. Oggi si estraggono zinco, piombo e oro. Le riserve d’oro, situate soprattutto in Galles, e d’argento, come quelle di petrolio e gas naturale, sono proprietà della Corona e ai produttori possono solo essere concesse licenze di sfruttamento. La produzione di minerali comprende inoltre calcare e dolomite, sabbia e ghiaia, arenaria, argilla, sale e caolino. Di rilievo è l’estrazione del carbone, le cui riserve sono sfruttate fin dall’epoca romana. Le tasse sul commercio di carbone contribuirono a finanziare la ricostruzione di Londra dopo il Grande Incendio del 1666 ed esso rappresentò una risorsa energetica di grande importanza nel corso della rivoluzione industriale. Il vertice della produzione fu raggiunto nel 1913 (292 milioni di tonnellate), ma da allora essa ha subito un graduale declino. Il numero degli occupati in questa industria è sceso da circa 200.000 persone nel 1985 a circa 11.000 nel decennio successivo, con pesanti conseguenze per l’economia delle comunità di minatori quali lo Yorkshire, il Nottinghamshire e il Derbyshire. Quasi i tre quarti del carbone britannico provengono da giacimenti profondi, il resto da miniere all’aperto e, nonostante i problemi che il settore ha dovuto affrontare in epoca recente, esso provvede tuttora a circa il 25% dell’energia del Regno Unito. Nel 2003 il paese ha prodotto 30,6 milioni di tonnellate di carbone. Il petrolio fu scoperto nel 1969 nel Mare del Nord, al largo della costa della Scozia nordorientale; la produzione iniziò nel 1975. Nel 1980 vi erano 15 giacimenti, che producevano 1,6 milioni di barili al giorno, tanto da soddisfare il fabbisogno interno e rappresentare una nuova voce nel mercato delle esportazioni. Nuovi giacimenti di petrolio e gas naturale sono stati scoperti a partire dal 1980, in particolare nel Dorset, nell’Inghilterra meridionale. Nel 2004 il Regno Unito era tra i maggiori produttori mondiali di petrolio, con 2,09 milioni di barili al giorno. Il Regno Unito è stato tra i primi paesi a sviluppare impianti per la produzione di energia nucleare che oggi provvede nella misura del 18% al fabbisogno energetico del paese. La prima centrale nucleare per la produzione di energia su scala commerciale entrò in funzione nel 1956 a Calder Hall, in Cumbria, nell’Inghilterra nordoccidentale. Nei primi anni Novanta le centrali nucleari producevano circa il 18% dell’elettricità britannica.
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