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Architettura d’interni

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Affresco della Villa dei Misteri, PompeiAffresco della Villa dei Misteri, Pompei
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Introduzione

Architettura d’interni Studio e progettazione dell’architettura, dell’arredamento e della decorazione di interni, sia domestici sia lavorativi, basati su considerazioni sia pratiche sia estetiche. L’architetto d’interni si qualifica in età moderna il più delle volte anche come designer, in quanto dispone l’utilizzo di pezzi prodotti o da produrre in serie (vedi Industrial Design) e concepisce la loro sistemazione secondo originali criteri stilistici.

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I principi dell’architettura d’interni

L’architettura d’interni si occupa della progettazione sia di ambienti di uso privato, quali case e appartamenti, sia di spazi pubblici, quali sale da concerti, banche, uffici, teatri, ristoranti e luoghi di culto.

Sebbene a volte la figura dell’architetto che progetta l’edificio coincida con quella dell’architetto d’interni, è più frequente che i due professionisti collaborino al medesimo progetto per creare un tutto omogeneo. L’architetto d’interni lavora poi anche in maniera autonoma, basandosi su strutture già esistenti e ideando uno schema decorativo che ne completi l’architettura.

Quando non interviene nella progettazione della costruzione, l’architetto d’interni studia innanzitutto il disegno in scala della pianta, sapendo che non potrà apportare modifiche agli ambienti se non di minima entità, quali la disposizione di porte, pareti, prese di corrente e impianti di illuminazione. Suo compito è quello di creare effetti decorativi servendosi di una vasta gamma di componenti che deve sistemare e coordinare tra loro in modo coerente e perseguendo un effetto piacevole. Tra questi componenti vi sono l’illuminazione, i colori, i tessuti, le rifiniture di pavimenti e pareti, gli elementi decorativi e i mobili. Un ruolo molto importante svolgono senza dubbio anche i gusti e la disponibilità economica del cliente, nonché lo scopo cui è destinato lo spazio in questione.

L’illuminazione, che può essere naturale, artificiale o una combinazione dei due tipi, contribuisce notevolmente alla percezione dell’ambiente e viene studiata in base alla gamma di colori scelta. Si possono usare tonalità fredde (blu, verde e grigio), calde (rosso, giallo, arancione e marrone), forti (rosso, marrone, porpora e nero) o tenui (beige e rosa). Mentre alcune tinte (tra cui il bianco e i colori freddi e chiari) danno l’illusione di uno spazio più grande, altre (il nero e i colori caldi e scuri) producono l’effetto contrario. Variando il tono e l’intensità è inoltre possibile mettere in particolare evidenza le strutture così dipinte o confonderle con altre. Si può infine dare risalto a oggetti di piccole dimensioni se il loro colore è in contrasto con le tinte di sfondo.

Il materiale degli arredi è un altro elemento che determina l’impressione che si può ricevere dall’ambiente. L’ardesia, i mattoni, il vetro, il gesso, il legno, il linoleum, le piastrelle, il chintz, il lino, la seta e la lana presentano infatti caratteristiche diverse e diverso è l’effetto che possono creare.

Il design d’interni in genere si conforma a determinate regole: le dimensioni di ciascun mobile devono commisurarsi alle dimensioni della stanza e degli altri mobili. Occorre collocare lampade e lampadari nei luoghi riservati alla lettura e aumentarne o diminuirne il numero a seconda che venga richiesta un’illuminazione diffusa o particolarmente intensa in alcuni punti. Le decorazioni delle pareti devono trovarsi nel campo visivo dell’osservatore, e non possono essere irrelate tra loro né con gli altri elementi dell’arredo. Un’ulteriore regola riguarda la disposizione di mobili e complementi, che non deve fare sembrare l’ambiente più pieno in certi punti e meno in altri, pur rispondendo a criteri di funzionalità e praticità.

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L’architettura d’interni nell’antichità

Nell’antico Egitto le case più povere, costruite con il fango, erano arredate in modo essenziale: la loro unica decorazione era costituita dalla mano di calce sulle pareti, una consuetudine che sopravvive ancora oggi. Le abitazioni dei ceti più benestanti si distinguevano invece per la ricchezza dei colori e delle decorazioni dipinte sui muri. Case ancora più sontuose erano quelle destinate alle classi aristocratiche: di solito articolate attorno a un cortile, le stanze erano ornate da pannelli raffiguranti motivi tipici dell’Egitto, come palme e papiri. Le pareti erano spesso coperte da stuoie di canne intrecciate e i mobili erano caratterizzati da notevole raffinatezza, grazie a intarsi di avorio, gemme, oro e argento. Le pitture murali ritraevano perlopiù i membri della famiglia, a testimonianza del valore attribuito alla vita domestica. La tinta preferita per i pavimenti era il blu, che creava l’illusione di una tranquilla distesa d’acqua.

Nell’antica Grecia l’architettura si ispirava ai principi della simmetria, dell’unità e della semplicità, lasciando poco spazio agli eventuali miglioramenti apportati dalla progettazione d’interni. I palazzi di Creta e Micene presentano tuttavia ricche decorazioni (soprattutto affreschi dai colori vivaci) e conservano numerosi pezzi artistici d’avorio, di ceramica e di metallo.

Il gusto greco-romano è ben illustrato dalle rovine di Pompei e di Ercolano. Molto diffuso era il ricorso ai mosaici murali e pavimentali e alla pittura parietale con effetto trompe-l’oeil. Grande importanza era inoltre attribuita al comfort, come dimostra la tipica sala da pranzo (triclinium), arredata con divani dotati di cuscini su cui i commensali stavano semisdraiati durante il pasto. Fino al IV secolo d.C. l’architettura d’interni romana fu improntata al gusto per il lusso e lo sfarzo. Le abitazioni si riempirono di mobili pregiati e di raffinate tappezzerie in lino, seta e lana. Particolare attenzione era riservata alla progettazione di decorazioni e oggetti per gli usi domestici, perlopiù realizzati in bronzo, vetro, oro, argento e ceramica.

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L’architettura d’interni in Oriente

A partire dal VII secolo d.C., in molti paesi del Medio Oriente posti sotto l’influenza politica e religiosa degli arabi, prese forma e si diffuse l’arte islamica, che trovò larga espressione anche nel campo della decorazione e dell’arredamento. Pur traendo spunto da culture varie e radicandosi in paesi diversi, lo stile islamico presenta peculiarità proprie, ben riconoscibili. Poiché il Corano vieta la riproduzione di figure umane e animali, si affermarono nella decorazione musiva elaborati motivi geometrici e calligrafici. Tessuti, tappeti e ceramiche furono impreziositi con raffigurazioni di giardini reali o immaginari, splendidi arabeschi, intrecci geometrici e composizioni floreali e vegetali. I tessuti preferiti per le rifiniture dei mobili e per le tappezzerie erano la seta e il velluto.

L’influsso dello stile islamico è ravvisabile anche in alcuni edifici della Spagna meridionale, e in particolare nel palazzo dell’Alhambra a Granada. Le stanze, disposte tutt’attorno a cortili, sono abbellite da piastrelle, stucchi e pannelli filigranati, ai quali in origine si affiancavano tappeti e tappezzerie di grande splendore.

Lo stile islamico si diffuse anche in India, dove raggiunse i risultati più notevoli tra la metà del XVI e la metà del XVII secolo. Il marmo fu tra i materiali più apprezzati per le costruzioni monumentali (quali ad esempio il Taj Mahal); molto spiccato fu il gusto per giardini e fontane elaborate. Nella tecnica musiva, procedimenti d’origine locale si combinarono con metodi importati, dando luogo a meravigliosi mosaici realizzati con lapislazzuli, specchi e vetri colorati.

Attorno al I secolo d.C. si sviluppò la tecnica dell’intaglio del legno e della pittura ad affresco: i motivi decorativi più popolari furono il loto, la ninfea e lo stramonio, simboli della vita, della creazione e della morte. Anche i tappeti, i tessuti e le ceramiche furono ornati facendo ricorso a questi soggetti tradizionali, che caratterizzano tuttora gli arredi indiani e provano l’abilità degli artigiani nella lavorazione del legno e dei metalli.

La semplicità e la misura sono i cardini attorno a cui ruota la progettazione d’interni in Cina. Lo spazio dei complessi architettonici era un tempo suddiviso da graticci ricoperti con carta traslucida: tali materiali, in uso sin dall’antichità, conobbero lunga fortuna, in quanto sono molto pratici, danno un’impressione di leggerezza, proteggono l’intimità degli abitanti della casa e possono essere spostati a piacere. Secondo il ceto sociale del proprietario i pavimenti erano in terra battuta, in pietra o in marmo; le travi a vista erano riccamente intagliate con dragoni o tigri. A partire dal III-II secolo a.C. si diffusero i mobili in legno scuro; cassettoni e stipi rappresentarono le tipologie preferite per riporre gli oggetti domestici. Dopo il X secolo l’arredamento si fece più elaborato, con abbondante presenza di intagli in avorio, madreperla, giada, argento e oro. La seta, spesso di vari colori, fu largamente impiegata per tappezzerie e ricami.

Anche l’arredamento e la decorazione d’interni giapponesi sono orientati a canoni di sobrietà; se tra il VI e il IX secolo l’influenza cinese determinò un discreto successo delle tinte vivaci, dopo questo periodo prevalsero le tonalità naturali. Gli ambienti della casa tipica giapponese sono separati per mezzo di paraventi ricoperti di carta, talvolta decorati con paesaggi e scene pastorali. Il nucleo dell’abitazione ospita alcove, mensole e pochi oggetti; i pavimenti sono coperti da stuoie di paglia di riso dette tatami. Il mobilio è ridotto al minimo ed è composto perlopiù da cuscini e paraventi scorrevoli. Come le popolazioni islamiche, i giapponesi hanno sempre avuto particolare cura dei giardini, abbelliti da fontane e laghetti artificiali.

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