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Struttura articolo
Introduzione; I principi dell’architettura d’interni; L’architettura d’interni nell’antichità; L’architettura d’interni in Oriente; L’architettura e la decorazione d’interni in Occidente
Nei primi decenni del Settecento in Inghilterra il gusto barocco lasciò luogo nell’architettura allo stile georgiano, caratterizzato dal ritorno a stilemi classici. Nell’ambito della decorazione d’interni si imposero le personalità degli architetti scozzesi James e Robert Adam, che si rifecero ai principi dell’architettura greca e romana: il loro stile influenzò i principali fabbricanti di mobili dell’epoca, tra cui Thomas Chippendale.
Per i coloni americani del XVII secolo l’estetica e il comfort delle dimore non erano valori considerati primari. Le case costruite agli inizi del Seicento nel New England hanno soffitti bassi, finestre strette, ampi caminetti e pochissimi mobili. Maggiore attenzione alla decorazione degli interni si impose sul finire del secolo, quando le pareti si coprirono di pannelli lignei e apparvero i primi soffitti travati. In seguito alla diffusione di libri sull’architettura e sull’arredamento importati dall’Inghilterra, si sviluppò lo stile coloniale, una variante del gusto georgiano. Gli interni americani del Settecento si arricchirono di pilastri, cornicioni, mensole intagliate e pavimenti di legno. Grande diffusione conobbero anche le carte da parati, che affiancarono i tendaggi di damasco e di raso per abbellire le pareti e nascondere le porte.
Nei primi anni dell’Ottocento l’architettura d’interni europea e statunitense fu improntata allo stile impero, sviluppatosi in Francia durante l’epoca napoleonica e ispirato all’arte classica ed egizia. Caratteristiche salienti del nuovo gusto furono linee curve e allungate e inserzioni di elementi in avorio, ottone e bronzo dorato. Le medesime predilezioni stilistiche ricorrono anche nella variante americana, che prese il nome di stile federale e il cui maggior interprete fu Duncan Phyfe. Nella seconda metà del secolo si impose invece in Inghilterra e in America lo stile vittoriano, così detto dal nome della regina inglese Vittoria: le stanze si riempirono di mobili e ninnoli, e ogni superficie fu coperta da tessuti frangiati. La produzione industriale diede inoltre il via all’imitazione e alla diffusione su larga scala degli stili artistici, favorendo l’affermarsi di uno smodato eclettismo che perdurò fino all’inizio del Novecento. Gli ultimi decenni del XIX secolo videro imporsi tra gli obiettivi principali dell’architettura d’interni la praticità e la semplicità: il movimento Arts and Crafts, fondato da William Morris, individuò nella lavorazione artigianale la via migliore per perseguirli. Poco più tardi l’architetto scozzese Charles Rennie Mackintosh volle coniugare la solidità dei mobili Arts and Crafts all’eleganza e al gusto per la linea dell’Art Nouveau; grandi esponenti del nuovo stile decorativo furono a Bruxelles Victor Horta e a Parigi Hector Guimard.
Dopo la prima guerra mondiale si approfondì il contrasto tra gli architetti di gusto tradizionalista, che proponevano per l’arredamento mobili antichi o loro riproduzioni, e i sostenitori degli stili moderni, considerati più idonei alla realtà dei nuovi tempi. Tra gli anni Venti e Trenta si affermò l’Art Déco, che ricuperò elementi dell’arte greca ed egizia trasformandoli secondo le esigenze moderne: tipici della nuova tendenza furono linee pulite, forme simmetriche, materiali e tessuti raffinati. Un’altra importante scuola di design fu rappresentata dal gruppo olandese De Stijl, che predilesse i colori primari e gli schemi compositivi rettangolari, rifacendosi in parte allo stile cubista. Gli architetti tedeschi del Bauhaus si orientarono soprattutto verso la funzionalità e la praticità dell’arredamento, utilizzando materiali innovativi quali l’acciaio, l’alluminio e il compensato; i principali rappresentanti di questa scuola furono gli architetti Ludwig Mies van der Rohe, Marcel Breuer e Walter Gropius. Nei paesi scandinavi i designer predilessero modelli curvilinei e colori brillanti: merita di essere menzionato il finlandese Alvar Aalto, noto per la rigorosa semplicità dei suoi mobili in legno. Negli Stati Uniti la progettazione d’interni è divenuta nel Novecento una delle professioni più prestigiose; fra le maggiori personalità che si affermarono in questo campo si ricordano gli architetti Charles Eames ed Eero Saarinen e gli scultori Harry Bertoia e Isamu Noguchi. Nella seconda metà del secolo la Op-Art e la Pop Art hanno profondamente influenzato il design d’interni, determinando ad esempio il successo delle forme geometriche colorate. Altra importante realtà nel panorama dell’architettura in tempi più recenti è rappresentata dal cosiddetto stile High Tech (dall’inglese High Technology, “alta tecnologia”), che prevede l’uso di materiali e strutture prodotte con tecnologie avanzate.
In Italia il design industriale divenne una realtà solo dopo la seconda guerra mondiale, quando validi professionisti come Gio Ponti, Franco Albini, Ignazio Gardella e Carlo Mollino cominciarono a lavorare per varie aziende disegnando mobili e pezzi d’arredamento. Alla fine degli anni Cinquanta, quando la portata innovativa del design italiano rischiava di venire schiacciata dalle costrizioni economiche, si sviluppò la corrente del neoliberty, che portò alla ribalta i nomi di Vittorio Gregotti e Gae Aulenti, Lodovico Meneghetti e Aimaro Isola, Giotto Stoppino e Aldo Rossi. Al centro della ricerca di questi designer stava il confronto formale e tipologico con i modelli classici: esemplare da questo punto di vista è la poltrona a dondolo Locus solus (1965) realizzata da Gae Aulenti per Zanotta. Tutti i maggiori movimenti d’avanguardia guardarono con interesse alle possibilità espressive offerte dal design e dall’architettura d’interni; nacquero dall’Arte povera, ad esempio, pezzi come la poltrona Joe (1970), a forma di guanto di baseball, prodotta per Poltronova da Jonathan De Pas, Donato D’Urbino e Paolo Lomazzi. Nel 1972 a New York, in occasione della mostra “Italy, the New Domestic Landscape”, Ettore Sottsass si presentò al Museum of Modern Art con un progetto di “controdesign” prodotto dalla Kartell, azienda particolarmente propensa all’utilizzo di materie plastiche. Uno stretto rapporto tra progettazione e rielaborazione delle più varie suggestioni culturali, insieme al ricorso a materiali insoliti e alla predilezione per forme estreme diede vita agli arredi creati dai designer di Alchimia, tra cui vanno citati la lampada Spaziale (1980) di Michele De Lucchi e il tavolino Strutture che tremano di Ettore Sottsass (1979). Anche Gaetano Pesce, rappresentante del radical design, privilegiò la plastica, come nella poltroncina Dalila e nel tavolo Sansone per Cassina (1980). Orientato come Sottsass verso l’antifunzionalismo, Alessandro Mendini ha inventato un arredo d’ispirazione simbolica, che mira a instaurare un rapporto intimo tra l’oggetto e il suo fruitore: come nel divano Kandissi (1980), realizzato con lacche multicolori, radica, tartaruga e gobelin. Oggi l’architettura d’interni, che continua la sua ricerca tributando uguale attenzione ai gusti diffusi e alle nuove tecnologie, si articola in molte tendenze diverse, cercando di avvicinarsi alle esigenze di un numero sempre maggiore di persone. Prezzi accessibili e semplicità sono le caratteristiche più richieste per l’arredamento da parte di una larga fascia della popolazione mondiale: a questa domanda rispondono attualmente varie aziende in rapido sviluppo, che propongono prodotti in serie costruiti spesso con materiali naturali e colori atossici, coniugando praticità ed economicità con un design gradevole e originale.
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