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Inflazione e deflazione Termini economici utilizzati per designare, rispettivamente, la diminuzione o l'aumento del valore della moneta, in rapporto ai beni e servizi che essa può acquistare. Le cause dell'inflazione possono essere diverse; la più comune consiste in un aumento della moneta in circolazione, che determina a sua volta un aumento della domanda dei beni, la cui quantità resta immutata. L'inflazione si manifesta con un aumento costante del livello dei prezzi, che provoca una caduta del potere d'acquisto del denaro, creando incertezza e gravi distorsioni economiche. Storicamente, i continui aumenti dei prezzi sono stati legati alle guerre, agli scarsi raccolti agricoli e alle turbolenze politiche. La deflazione è una prolungata diminuzione del livello dei prezzi e generalmente è associata a una prolungata riduzione dell'attività economica e a un'elevata disoccupazione, due fenomeni che caratterizzarono, ad esempio, la Grande Depressione degli anni Trenta. Poiché drastiche e diffuse riduzioni dei prezzi sono diventate alquanto rare, l'inflazione costituisce oggi la principale variabile macroeconomica e influenza la pianificazione economica sia privata sia pubblica.
Esempi di inflazione e deflazione si sono verificati nel corso della storia, ma non si dispone di dati che consentano di misurarne l'andamento prima del Medioevo. Gli storici hanno identificato tra il XVI e il XVII secolo in Europa, un lungo periodo d'inflazione dai valori compresi tra l'1 e il 2%, quindi abbastanza modesti se comparati a quelli della nostra epoca. Fenomeni inflattivi più significativi si manifestarono durante la guerra di indipendenza americana, quando i prezzi negli Stati Uniti aumentarono mediamente dell'8,5% al mese, e durante la Rivoluzione francese, quando aumentarono del 10% al mese. Queste impennate relativamente brevi erano seguite dall'alternarsi di lunghi periodi di inflazione e deflazione, diffuse a livello internazionale e legate a precisi eventi politici ed economici. In confronto ad altri periodi storici, gli anni successivi alla seconda guerra mondiale si caratterizzarono, in molti paesi, per i livelli di inflazione relativamente elevati e verso la metà degli anni Sessanta si manifestò una tendenza all'inflazione cronica in molti paesi industrializzate. Dal 1965 al 1978, ad esempio, i prezzi al consumo statunitensi aumentarono mediamente del 5,7% all'anno, con una punta del 12,2% nel 1974. In Gran Bretagna l'inflazione toccò un picco del 25% nel 1974, in seguito alla crisi del petrolio del 1973. Altre nazioni industrializzate registrarono un'analoga accelerazione nell'aumento dei prezzi, ma alcuni paesi, come la Germania Occidentale, evitarono l'inflazione cronica. Considerando l'integrazione di molti paesi nell'economia mondiale, questa diversità di risultati rifletteva la relativa efficacia delle politiche economiche nazionali. La tendenza inflazionistica si invertì tuttavia nella maggior parte dei paesi industrializzati verso la metà degli anni Ottanta. Politiche fiscali e monetarie statali d'austerità iniziate nella prima parte del decennio, sommate a rapidi declini dei prezzi mondiali del petrolio e delle materie prime, riportarono il tasso di inflazione al 4% circa. In Italia, invece, la spirale inflazionistica che aveva toccato punte del 20% circa, costringendo la lira a uscire dallo SME nel 1992, fu bloccata soltanto alla metà degli anni Novanta.
L’inflazione “strisciante” si verifica quando la tendenza al rialzo dei prezzi è graduale e irregolare, ossia è contenuta mediamente entro pochi punti percentuali all'anno. Essa non viene considerata una seria minaccia e può addirittura stimolare l'attività economica: l'illusione della crescita del reddito personale può infatti incoraggiare il consumo; l'investimento edilizio può aumentare in previsione di una futura rivalutazione dei prezzi; l'investimento in impianti e attrezzature può accelerare, giacché i prezzi salgono più rapidamente dei costi e i debitori (privati, imprese, enti pubblici) prevedono che i prestiti saranno ripagati con denaro che avrà un potere d'acquisto potenzialmente minore. Un problema maggiore è rappresentato dall'inflazione “cronica”, caratterizzato da un aumento dei prezzi molto maggiore, con tassi annuali che vanno dal 10 al 30%, ma possono anche raggiungere e superare il 100%. L'inflazione cronica si avvia a diventare permanente e tende sempre più a salire con l'accumularsi della distorsione economica e delle previsioni negative; altera inoltre il normale svolgimento delle attività economiche: i consumatori acquistano beni e servizi per evitare prezzi più alti in futuro; la speculazione edilizia aumenta; le aziende si limitano agli investimenti a breve termine; gli incentivi a risparmiare, a stipulare assicurazioni, a costituirsi pensioni e ad acquistare obbligazioni a lungo termine si riducono in quanto l'inflazione diminuisce il loro futuro potere d'acquisto; i governi espandono rapidamente le spese in previsione di entrate inflazionate, mentre i paesi importatori, svantaggiati sul terreno della concorrenza, sono costretti a ricorrere al protezionismo e al controllo dei cambi. Una forma di inflazione storicamente importante nel periodo del bimetallismo o del regime monetario aureo fu lo “svilimento”, che consisteva nel ridurre la quantità di metallo prezioso nelle monete metalliche in corso. Questa pratica, se da una parte assicurava guadagni allo stato, dall’altra provocava un aumento dei prezzi.
Nella forma più estrema, l'aumento cronico dei prezzi diventa 'iperinflazione' e causa la crisi dell'intero sistema economico. L'iperinflazione verificatasi in Germania in seguito alla prima guerra mondiale, ad esempio, fece sì che il volume della moneta circolante si espandesse di oltre 7 miliardi di volte e i prezzi aumentassero 10 miliardi di volte durante i 16 mesi che precedettero il novembre del 1923. Altri fenomeni di iperinflazione colpirono Unione Sovietica e Australia dopo la prima guerra mondiale; Ungheria, Cina e Grecia nel secondo dopoguerra; diversi tra i paesi cosiddetti in via di sviluppo nel corso degli anni Ottanta. In regime di iperinflazione la crescita della quantità di moneta e del credito risulta esplosiva, distrugge ogni legame con i valori reali e obbliga la popolazione a ricorrere a complicate forme di baratto. I governi tentano di coprire le spese in continuo aumento espandendo rapidamente l'offerta di moneta, ma questo modo di finanziare i disavanzi (o deficit) di bilancio aggrava la spirale dell'inflazione e compromette la stabilità economica, sociale e politica.
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