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I romani definirono con il termine Latium il territorio abitato dai latini, compreso tra il Tevere, il Circeo e i monti Prenestini, ma, con l’avanzare delle loro conquiste, estesero il toponimo ad altre aree a est e a sud di quel nucleo originario, includendovi altri popoli italici, quali gli ernici, gli equi, gli aurunci, i volsci. Questa originaria identità geografica ha un valore storico in quanto documenta il fiorire di civiltà preromane, attestate dagli archeologi soprattutto dopo il I millennio a.C., tra la fine della preistoria e la protostoria. Nei primi secoli dell’età storica la cultura preminente è stata quella delle genti etrusche, le quali hanno fissato duraturi elementi di civiltà materiale (l’uso dell’arco nell’edilizia, la tipologia delle case, i sistemi difensivi). Le testimonianze etrusche sono più fitte nel Lazio settentrionale, mentre nel Lazio meridionale le prime strutture di città murate risalgono ai volsci e agli ernici: questi e altri popoli italici dell’epoca preromana costituirono rapporti commerciali a lungo raggio, in particolare con i centri della cultura micenea. L’espansionismo etrusco inglobò anche l’intera zona laziale e dette così l’impronta unificante all’odierna regione, fatta eccezione per l’esistenza di colonie greche sulla costa. L’ascesa di Roma, che data dal V secolo a.C., fece tutt’uno con l’estendersi del suo dominio nel territorio circonvicino, conosciuto come Latium vetus, assoggettato in forme differenti, ciascuna delle quali indicava una maggiore o minore capacità di resistenza dei popoli latini al dominio dell’Urbe. Comunque l’espansione romana nel territorio laziale si trascinò a lungo nel tempo, se si tiene a mente che Veio, la città-stato più prossima a Roma, fu presa agli albori del IV secolo a.C., mentre la caduta di Vulci, una delle ultime roccheforti etrusche, avvenne nel 265 a.C. Con la riforma amministrativa di Augusto, il Lazio fu aggregato alla Campania, nella Regio I, nucleo centrale dell’impero romano, di cui condivise più di altre regioni tutte le vicende e da cui trassero vantaggio sia il sistema economico, favorito dagli insediamenti agricoli e dai lavori di riqualificazione delle zone paludose, sia la rete delle comunicazioni, imperniata sulle tante e grandiose opere pubbliche costruite dai romani. La crisi di quelle strutture non si ebbe immediatamente dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, ma piuttosto nel VI secolo, con le invasioni dei goti, che distrussero le attrezzature dell’irrigazione, cancellarono la rete viaria, decimarono la popolazione, costringendo quella rimasta ad abbandonare la campagna per trovare rifugio nelle vecchie acropoli murate. Le successive dominazioni longobarda e bizantina dovettero misurarsi con il potere del vescovo di Roma, da cui promanava tanto un’autorità morale sulle popolazioni quanto una reale sovranità sul territorio, che si materializzava in un vasto patrimonio di terre e città. Fu questo il nucleo originario dello Stato Pontificio, la cui fisionomia giuridica prese evidenza alla fine del regno longobardo (donazione di Sutri del 728) e ancora di più sotto il regno dei franchi. A questi ultimi si fa risalire l’origine di quella galassia di famiglie aristocratiche (Colonna, Annibaldi, Orsini, Caetani, Savelli ecc.) che divennero detentrici di grandi proprietà terriere e che vennero coinvolte nel Basso Medioevo in lunghi conflitti con il vescovo di Roma e con i liberi comuni (Viterbo, Rieti, Tivoli, Terracina ecc.), che si conclusero alla fine del XV secolo. Anche Roma, con l’avventura di Cola di Rienzo, tese a presentarsi come antagonista del potere pontificio, indebolito peraltro dall’esilio avignonese. Il Lazio risentì della diversa collocazione dell’autorità papale nel quadro dei mutati equilibri europei, sempre più condizionati dalle grandi potenze, e visse gli echi della crisi religiosa del primo Cinquecento, sfociata nella Riforma protestante. Quanto si fosse appannata l’immagine dell’inviolabilità sacra della sua capitale, lo si vide nel 1527, allorché Roma fu oltraggiata da un lungo saccheggio perpetrato dai lanzichenecchi, truppe tedesche luterane al servizio dell’imperatore cattolico Carlo V. Mai come in quell’anno il potere politico del pontefice e il suo carisma subirono un tracollo, dal quale poterono riprendersi attraverso il sostegno delle potenze cattoliche, Spagna e Francia, e l’opera di ristabilimento del cattolicesimo sancita dalla Controriforma. A quel punto la storia del Lazio si integrò stabilmente con quella dello Stato della Chiesa, nel quale formava le due province del Patrimonio di San Pietro (con un governatore residente a Viterbo), e di Marittima e Campagna (con governatore a Frosinone). Ciò che non si ristabilì pienamente fu l’economia del contado, che mantenne quell’aspetto di desolante abbandono, tipico di una plaga malarica e paludosa, terra di briganti e di povertà, che avrebbe conservato fino al Novecento, seppure qualche cenno di rinascita produttiva si potesse cogliere nell’opera di riforma tentata alla fine del Settecento da papa Pio VI e poi proseguita durante la dominazione napoleonica. Solo dopo l’unità d’Italia (tutto il Lazio insieme con Roma entrarono a fare parte del regno nel 1870; vedi Risorgimento) la regione fu interessata da un’efficace opera di bonifica delle paludi che, rilanciata durante il fascismo, portò alla piena valorizzazione del territorio agricolo e a diffusi insediamenti colonici, alcuni dei quali, come Latina, di nuova fondazione. Intanto, la regione era già meta di turismo culturale sin dalla fine del Settecento, quando, venute di moda le passeggiate archeologiche, le tappe del Grand Tour dell’aristocrazia europea suggerivano frequenti soste nel territorio laziale. Il rilievo mondiale di Roma, che dopo l’unità esercitò il duplice richiamo di capitale sia di uno stato nazionale sia di una religione internazionale, fece assumere una fisionomia particolare alla regione, il cui capoluogo assunse un peso economico e demografico decisamente preponderante.
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