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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
I primi abitanti della regione furono i berberi, tribù di cacciatori e allevatori di bestiame che dall’8000 al 2000 a.C. si stabilirono nell’Hoggar. Nel 1100 a.C. i fenici fondarono Cartagine ed entrarono in conflitto con i romani. Durante le guerre puniche, combattute tra Roma e Cartagine nel III e II secolo a.C., Massinissa, capotribù dei berberi che regnò dal 202 al 148 a.C., si alleò con Roma e fondò il primo regno berbero, la Numidia, che fu conquistata da Giugurta nel 106 a.C. Ben governata da Roma, la Numidia divenne una provincia ricca, le sue città furono fortificate e la prosperità della sua produzione agricola le valse l’appellativo di “granaio di Roma”. Il declino dell’impero romano cambiò la situazione delle province d’Africa e, nel III secolo d.C., permise l’affermarsi dell’indipendenza regionale e la crescita del movimento dei donatisti, setta cristiana del Nord Africa già avversata dalle autorità di Roma. Nel V secolo i vandali invasero la regione, dando vita a un regno sulle coste nordafricane; nel 534 l’imperatore bizantino Giustiniano sconfisse i vandali e riconquistò la Numidia.
Successivamente, nel VII secolo, il Nord Africa fu invaso dagli arabi che, dopo aver combattuto la strenua resistenza delle tribù berbere, islamizzarono la regione. La lunga fase del dominio arabo fu turbata dalla lotta interna tra dinastie rivali fino all’affermazione, nell’XI secolo, del dominio della dinastia degli Almoravidi e in seguito degli Almohadi. Durante il regno degli Almohadi, Tlemcen, capitale del regno, fu abbellita con ricche moschee e divenne il principale centro artistico e culturale islamico.
La fine del regno degli Almohadi nel 1269 coincise con l’acuirsi della competitività commerciale tra le città portuali del Mediterraneo; per ottenere la supremazia, Algeri assoldò i corsari, pirati che si impadronivano delle navi mercantili e sequestravano gli equipaggi e i carichi per ottenerne il riscatto. Nel XVI secolo gli spagnoli conquistarono alcuni porti del territorio nordafricano, tra cui Algeri, e imposero ai musulmani il pagamento di tributi. Ad accorrere in aiuto degli algerini fu Selim I, sultano dell’impero ottomano. La sua flotta, comandata dai corsari Baba’Arug e Khayr al-Din, detti Barbarossa, sconfisse gli spagnoli; nel 1518 Khayr al-Din fu nominato beylerbey, rappresentante del sultano in Algeria. Algeri godette di ampia autonomia e accrebbe il suo predominio sul Mediterraneo, teatro di una fiorentissima attività piratesca. Nel 1671 il potere passò ai locali giannizzeri. Alla fine del XVIII secolo ebbe inizio la decadenza di Algeri, soprattutto a causa dell’offensiva militare delle potenze europee, che mirava a porre fine alla pirateria, dichiarata fuori legge da un accordo internazionale. Nel 1815 furono inviate forze navali contro Algeri, l’anno seguente la flotta anglo-olandese distrusse le difese del porto e nel 1830 la città cadde in mano alle armate francesi.
Nel 1834 l’Algeria divenne un possedimento coloniale francese. Il nuovo regime incontrò l’opposizione degli algerini: l’emiro Abd al-Qadir guidò la resistenza berbera contro i francesi, arrendendosi solo nel 1847. Dopo questa data la Francia iniziò la colonizzazione di tutta la regione e incoraggiò nuovi insediamenti nelle terre confiscate alle popolazioni locali. L’Algeria divenne un dipartimento francese d’oltremare, controllato da una folta colonia di europei che costituivano la classe dirigente del paese; con un grande apporto di capitali dalla madrepatria i coloni modernizzarono l’economia, crearono industrie, banche, scuole, attività commerciali e promossero un’agricoltura strettamente legata alle loro esigenze, privilegiando viti e agrumi destinati all’esportazione verso la Francia. La popolazione, già privata della propria terra, rimase sostanzialmente svantaggiata rispetto alla classe dominante, anche a causa delle restrizioni imposte dalla dominazione coloniale: gli algerini non potevano riunirsi in pubbliche assemblee, portare armi e nemmeno lasciare le loro case o i villaggi senza speciali permessi. Solo una piccola minoranza della popolazione autoctona, che nel 1930 contava cinque milioni di persone, frequentò le scuole francesi e adottò la cultura europea, ma non fu mai considerata al pari dei colonizzatori. Proprio in seno a questo gruppo, a partire dagli anni Trenta, crebbero e si diffusero sentimenti nazionalisti.
Il movimento nazionalista algerino fu costituito dopo la prima guerra mondiale da gruppi musulmani di formazione culturale europea che inizialmente si limitarono a chiedere la totale eguaglianza di diritti tra algerini ed europei. Guidato da Ferhat Abbas e Ahmed Messali Hadj, il movimento indusse il governo francese a emanare nel 1936 un provvedimento che equiparava i veterani algerini ai professionisti dell’esercito della madrepatria. L’opposizione, da parte dei deputati delle colonie all’Assemblea nazionale francese, a qualsiasi riforma, rafforzò il movimento nazionalista che durante la seconda guerra mondiale creò il Partito militante antifrancese. Dopo la guerra, l’Algeria venne equiparata al territorio francese e fu istituita la prima Assemblea parlamentare con ugual numero di deputati algerini ed europei (1947). Il provvedimento, che non soddisfece né gli algerini né i coloni, spinse molti militanti nazionalisti alla lotta armata. Nel marzo 1954 Ahmed Ben Bella, ex sergente dell’esercito francese, costituì, con altri otto cittadini algerini in esilio in Egitto, il primo comitato rivoluzionario del Fronte di liberazione nazionale (FLN). Il 1° novembre dello stesso anno il Fronte diede inizio alla guerra di liberazione contro la Francia con una serie di attacchi contro edifici pubblici, caserme di polizia ed esercito, e installazioni per le telecomunicazioni. La rivolta sfociò in azioni di guerriglia, che per due anni insanguinarono il paese e costrinsero la Francia a inviarvi più di 400.000 soldati. La tattica della guerriglia riuscì in un primo periodo a disorientare le forze francesi, numericamente superiori. In seguito la repressione della Francia, condotta anche attraverso nuclei terroristici di coloni oltranzisti, fu durissima e ricorse a brutali incursioni nei villaggi e massacri di popolazione civile. Nel 1956 la guerra raggiunse le città e l’anno seguente culminò nel prolungato scontro di Algeri (la cosiddetta “battaglia di Algeri”), dove le forze della resistenza furono sconfitte tramite una spietata repressione e un ferreo controllo dei quartieri arabi. Gruppi di civili furono deportati in campi di prigionia, furono uccisi tutti coloro che erano sospettati di aver aiutato i guerriglieri e furono chiuse con recinzioni elettrificate le frontiere con Tunisia e Marocco al fine di isolare le forze dell’FLN. Condannata anche dalla NATO per l’intervento armato in Algeria, la Francia non fu in grado di trovare una soluzione politica alla guerra. Intanto i rapporti tra coloni e madrepatria si andavano deteriorando e una sedizione dei militari e dei coloni di Algeri portò nel maggio 1958 al ritorno del generale Charles De Gaulle, leader della Francia libera durante la seconda guerra mondiale; una volta al potere, De Gaulle annunciò (1959) la sua intenzione di concedere all’Algeria la possibilità di scegliere tra l’integrazione con la Francia e l’indipendenza. I coloni estremisti si ribellarono apertamente a De Gaulle nel 1960 e l’anno seguente un gruppo di generali, che aveva creato l’Organizzazione armata segreta (OAS), tentò, senza successo, di rovesciare le autorità governative francesi di Algeri. Nel marzo 1962 fu finalmente firmato a Evian, in Francia, l’armistizio tra il governo francese e i rappresentanti del Fronte di liberazione nazionale. Nel giugno dello stesso anno fu indetto il referendum che portò l’Algeria a conseguire l’indipendenza; i coloni lasciarono in massa il paese.
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