Risultati di Windows Live® Search
Risultati di Windows Live® Search Pagina 6 di 6
Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
La Cecoslovacchia uscì dal blocco comunista, immediatamente prima del suo definitivo crollo, tra l’estate del 1989 e la primavera del 1990, attraverso un rapido processo di democratizzazione sostenuto dai paesi occidentali e definito “Rivoluzione di velluto”. Nel dicembre 1989 vennero infatti nominati il dissidente Václav Havel alla presidenza della federazione e Marian Calfa alla guida di un governo di transizione. Nell’aprile 1990 l’Assemblea federale si dichiarò favorevole a mutare la denominazione del paese (Repubblica federale ceca e slovacca) per soddisfare le richieste slovacche di pariteticità tra le due repubbliche. Nei due anni seguenti, all’interno del governo federale crebbe il conflitto tra la leadership ceca, risoluta ad attuare una radicale riforma economica e politica dello stato, e quella slovacca, più favorevole a cambiamenti graduali, nel timore che l’introduzione di provvedimenti accentuatamente liberisti potesse provocare un deterioramento della situazione della Slovacchia, meno industrializzata e più dipendente dall’intervento dello stato. I tentativi dell’Assemblea federale di giungere a un compromesso tra istituzioni federali e quelle delle due repubbliche non ebbero alcun esito e le elezioni legislative svoltesi nel giugno 1992 sancirono la profonda spaccatura tra le parti occidentale e orientale della Cecoslovacchia, una schierata con il Partito democratico civico (ODS, nato dal Forum civico di Havel) di Václav Klaus, l’altra con il Movimento per una Slovacchia democratica di Vladimir Mečiar. In luglio, contrario alle riforme economiche sostenute dai cechi nel Parlamento federale, il Parlamento di Bratislava proclamò la sovranità della Repubblica Slovacca con la sola opposizione della minoranza ungherese. In novembre, senza ricorrere a una consultazione referendaria, il Parlamento federale fissò al successivo 31 dicembre la fine dello stato nato nel 1918. Il 1° gennaio 1993 la Repubblica Slovacca e la Repubblica Ceca divennero due stati indipendenti.
Il 15 febbraio 1993 il Parlamento slovacco elesse come primo presidente della nuova repubblica Michál Kováč. Membro del Movimento per la Slovacchia democratica (HZDS), Kovác non condivise la politica nazionalista di Mečiar, accrescendo la conflittualità all’interno della compagine governativa. Nel marzo del 1994 Mečiar, accusato di corruzione, fu sfiduciato dal Parlamento e rimosso dal suo incarico; in sua vece venne nominato primo ministro Jozef Moravčík, che indisse nuove elezioni per l’autunno 1994, ma alle consultazioni elettorali di settembre il raggruppamento di Mečiar ottenne un terzo dei voti e riuscì a formare un nuovo governo, sebbene minoritario. Il conflitto tra Mečiar e Kovác continuò ad acuirsi, e il 5 maggio 1995 la coalizione al governo tentò di far passare in Parlamento una mozione di sfiducia nei confronti del presidente della Repubblica; il tentativo fallì, ma in seguito i poteri del presidente vennero di molto limitati. Nel 1995 i governi di Slovacchia e Ungheria firmarono un accordo – ratificato nel 1996 – che da una parte riconosceva le frontiere del nuovo stato, dall’altra si impegnava a una maggiore tutela dei diritti della minoranza ungherese in Slovacchia. Nel 1997 si allontanò per la Slovacchia la possibilità di una rapida adesione al Patto Atlantico e all’Unione Europea. Quest’ultima in particolare rimproverava al governo slovacco un insufficiente rispetto dei diritti delle minoranze e di escludere le opposizioni da questioni importanti quali il controllo sui servizi segreti e sui media. La politica autocratica di Mečiar si rifletté sia sulla vita politica del paese, rendendola fortemente instabile, sia su quella economica, scoraggiando gli investimenti stranieri. Dal marzo 1998, allo scadere del mandato di Kovác, la carica di capo dello stato rimase vacante per l’impossibilità di raggiungere un accordo tra i deputati. Lo scontro tra opposizione e maggioranza e gli stessi dissensi interni al governo si acuirono quando Mečiar si arrogò una parte dei poteri del presidente. Nelle elezioni legislative del settembre 1998 il partito di Mečiar si confermò al primo posto – ottenendo un solo seggio in più della coalizione di opposizione – senza tuttavia riuscire a formare un governo. L’incarico venne allora affidato al capo dell’opposizione Mikulas Dzurinda, che costituì un governo di coalizione sostenuto da quattro partiti. Per superare gli ostacoli che impedivano l’attribuzione della carica presidenziale, il Parlamento slovacco approvò infine una modifica della Costituzione, introducendo l’elezione diretta del presidente. Le successive elezioni presidenziali del maggio 1999 videro la vittoria del candidato delle opposizioni Rudolf Schuster sullo stesso Mečiar.
Il nuovo governo si adoperò per far uscire il paese dall’isolamento diplomatico ed economico. Rinnovato il dialogo con l’Ungheria e la Repubblica Ceca, Dzurinda avviò le riforme necessarie per far entrare il paese nell’Unione Europea. Nel 2000 la Repubblica Slovacca aderì all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Le elezioni legislative del settembre 2002 non apportarono significativi cambiamenti nel quadro politico slovacco. Il Movimento per una Slovacchia democratica di Mečiar si confermò al primo posto con il 19,5% dei voti, ma non fu in grado di costituire il governo, alla cui guida fu confermato il premier uscente Dzurinda. Le elezioni registrarono l’affermazione del Partito comunista, che con il 6,3% dei suffragi conquistò 11 seggi e, per la prima volta dalla caduta del regime comunista, entrò nel Parlamento di Bratislava. Alla fine del 2002, in occasione del vertice di Praga, la Repubblica Slovacca fu invitata ad avviare i colloqui preparatori al suo ingresso nella NATO, mentre in dicembre fu inserita nella rosa dei dieci paesi designati dal Consiglio Europeo ad aderire all’Unione Europea. Nel maggio 2003, seppur con una scarsa affluenza (52,15% degli aventi diritto), un referendum popolare approvò con oltre il 92% dei consensi l’ingresso nella UE, avvenuto ufficialmente il 1° maggio 2004; poche settimane prima, il 29 marzo, la Repubblica Slovacca era entrata ufficialmente anche nella NATO. Grazie al consistente afflusso di investimenti stranieri, il paese registrò una forte crescita economica e un calo della disoccupazione e dell’inflazione. I drastici tagli apportati dal governo alla spesa sociale provocarono tuttavia malcontento e proteste, in particolare nell’est del paese, meno favorito dal processo di nuova industrializzazione avviatosi con l’arrivo di imprese straniere (tra cui la Volkswagen, la Peugeot e la Hyundai).
A partire dall’estate del 2003 la coalizione governativa è lacerata da un aspro conflitto interno, che culmina con le dimissioni del ministro degli Esteri e con il ritiro del sostegno di alcuni deputati (con la conseguente perdita della maggioranza in Parlamento). Il malcontento si riflette anche nelle elezioni presidenziali (in cui si afferma Ivan Gasparović, presidente del Parlamento dal 1992 al 1998, sul candidato governativo e su Mečiar) e in quelle europee, che si caratterizzano entrambe per lo scarsissimo afflusso di votanti. Nelle elezioni legislative di giugno 2006 si afferma al primo posto la Direzione-Socialdemocrazia (già Direzione-Terza via). Il suo leader Robert Fico diventa capo di un governo di coalizione che vede anche la partecipazione del Movimento per una Slovacchia democratica di Mečiar e del Partito nazionale slovacco.
© 1993-2008 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati. |
© 2008 Microsoft
![]() ![]() |