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Struttura articolo
Introduzione; Sieropositività e AIDS conclamata; Vie di trasmissione; Infezione e ciclo vitale di HIV; Decorso della malattia; Diagnosi; Terapia; Controllo delle malattie correlate; Cenni storici
Il contatto con il sangue di un sieropositivo può verificarsi mediante lo scambio di siringhe, pratica comune tra i tossicodipendenti che fanno uso di droghe iniettabili come l’eroina. Piccole quantità di sangue depositatesi sull’ago, o aspirate al momento dell’estrazione della siringa, possono essere sufficienti a infettare un altro individuo. Anche le trasfusioni possono costituire una via di contagio, se il sangue infetto o suoi derivati vengono introdotti erroneamente in un paziente sano. Un individuo che non sia a conoscenza della propria sieropositività, infatti, potrebbe donare il proprio sangue, diffondendo il virus in modo inconsapevole. Casi di questo tipo si verificarono effettivamente nei primi anni dopo la scoperta dell’HIV; come conseguenza, dal 1985 furono imposti nuovi protocolli per la selezione dei donatori, l’esecuzione dei test di routine nelle emoteche e la conservazione degli emoderivati, per cui questa via di trasmissione è oggi praticamente scomparsa.
Una donna sieropositiva può trasmettere il virus HIV al proprio figlio nel corso della gravidanza , al momento del parto o durante l’allattamento, con una frequenza del 20% circa. I test eseguiti sui neonati possono però risultare “falsi positivi”, cioè indicare una condizione di sieropositività anche in bambini sani: questo fenomeno è dovuto al fatto che gli anticorpi della madre durante la gravidanza vengono trasmessi al nascituro, e permangono nel sangue di questo anche fino ai 18 mesi di vita. Un monitoraggio costante fino ai due anni di vita consente di individuare i neonati effettivamente portatori del virus.
Non vi è prova che l’HIV possa essere trasmesso attraverso l’aria, le punture di insetti, il sudore, la saliva, o tramite semplice contatto con persone infette: dunque, il virus non si diffonde con una stretta di mano, con l’uso degli attrezzi da lavoro o degli abiti di un sieropositivo. Ciò è dovuto al fatto che l’HIV non sopravvive a lungo se esposto all’ambiente. Invece, la condivisione di oggetti come rasoi, spazzolini da denti e bende non è immune dal rischio di contagio.
Il virus HIV attacca specificamente alcuni tipi di cellule umane: i macrofagi; un sottogruppo di linfociti T-helper caratterizzati dalla presenza, sulla superficie esterna della membrana plasmatica, di recettori proteici indicati con le sigle CD4 e CCR5. Questi linfociti vengono perciò chiamati linfociti T-CD4+. Dal rivestimento esterno del virus sporgono due tipi di glicoproteine, le gp120 e le gp41. La gp120 viene riconosciuta e legata dai recettori CD4; questo fenomeno induce una modificazione della struttura della gp120, che si lega anche al recettore CCR5. La formazione di tale complesso a sua volta determina uno scatto della glicoproteina gp41 verso la membrana plasmatica della cellula ospite e, dunque, l’avvio dell’infezione da parte del virus. L’HIV inietta il suo patrimonio genetico, ovvero i due filamenti di acido ribonucleico (RNA), e i suoi enzimi (trascrittasi inversa, proteasi e integrasi), nel citoplasma della cellula ospite. La trascrittasi inversa dà inizio alla sintesi di un filamento di acido desossiribonucleico (DNA) complementare a ciascun filamento di RNA; si forma dunque un doppio filamento ibrido di DNA e RNA. Infine, l’enzima degrada la porzione di RNA e completa la sintesi di una molecola di DNA a doppio filamento. L’enzima integrasi determina l’integrazione del DNA virale entro il DNA della cellula ospite (formazione del cosiddetto provirus); questo patrimonio genetico ibrido, sfruttando gli organuli della cellula ospite, dirige la sintesi di nuove proteine e componenti virali. Le proteine virali neosintetizzate si trovano in una forma inattiva; per azione dell’enzima proteasi, vengono tagliate in modo da convertirsi nella forma attiva. Quando i virus neoformati fuoriescono dalla cellula ospite, rimangono avviluppati da una porzione della membrana plasmatica, che costituisce il rivestimento esterno al capside proteico, tipico di questi retrovirus. La cellula ospite, ormai degradata, muore.
La progressione dell’AIDS non è graduale, ma avviene secondo fasi di durata differente. Il decorso può essere monitorato mediante il rilievo della viremia e attraverso la conta dei linfociti T-CD4+, valori entrambi ricavabili da analisi del sangue.
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