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Saffo (Ereso, Lesbo 650? - 590? a.C.), poetessa greca, forse l’esponente di maggior rilievo della lirica monodica d’età arcaica. Di famiglia aristocratica, sposa del mercante Cercila di Andro, ebbe una figlia – Cleide – cui accenna affettuosamente nei suoi componimenti; appartengono invece a una tradizione poco credibile sia l’amore per Saffo del poeta Alceo, suo conterraneo, che pure la conobbe e la cantò quale donna “…divina, chioma di viola…”, sia il suicidio della stessa Saffo per l’amore non corrispostole dal giovane Faone, vicenda a cui si ispira la canzone L’ultimo canto di Saffo di Giacomo Leopardi. Rilevante fu il ruolo attivo di Saffo all’interno dei tiasi, comunità femminili associate al culto di Afrodite e dedicate alla formazione culturale delle abitanti dell’isola di Lesbo: il coinvolgimento della poetessa in esperienze amorose di tipo omosessuale con le ragazze del tiaso rientrava in una prospettiva del tutto normale per la morale greca del tempo e le sue implicazioni pedagogiche.
Delle numerose composizioni poetiche di Saffo, che vennero raggruppate in nove libri dai grammatici alessandrini in base alla loro struttura metrica, resta piuttosto poco: perlopiù citazioni da altri autori antichi o frammenti di papiri. Ciò è sufficiente tuttavia per identificare la sua lingua nella variante eolica (vedi Lingua greca) e il suo stile nel modello omerico; per capire i generi letterari che le furono più congeniali (tra gli altri: ode, epitalamio, inno), e i contenuti più frequentemente espressi nelle sue poesie. A questo proposito, spiccano l’amore in tutta la sua complessa fenomenologia (dall’innamoramento alla gelosia), gli affetti familiari (per il fratello e la figlia), l’amicizia, la bellezza della natura (celebri alcuni suoi “notturni”), le invocazioni alla divinità (prima fra tutte Afrodite, cui dedica il famoso frammento 1). In tutti i casi, però, ciò che caratterizza in senso innovativo Saffo rispetto alle precedenti esperienze della letteratura greca è la fortissima componente di soggettivismo e autobiografismo: la “cosa più bella” del mondo, come la stessa Saffo dice (frammento 16), non è infatti “né una schiera di fanti, né di cavalieri, né di navi” – cioè i valori “oggettivamente” guerrieri esaltati dalle generazioni precedenti – ma semplicemente “ciò che si ama”. Evidente è il debito verso Saffo della poesia lirica d’ogni tempo, soprattutto quella d’argomento amoroso; per la letteratura greca si possono ricordare Anacreonte, lirico di una generazione successiva, e tutta la poesia erotica d’età ellenistica; per la letteratura latina, Catullo, che si cimentò addirittura nella traduzione di un’ode saffica (frammento 31), ma anche Orazio e tutta la successiva esperienza dell’elegia romana. Dell’eco avuta su Leopardi già si è detto; la celebre strofa saffica, che sarebbe stata inventata proprio da Saffo, fu inoltre tra le più imitate dalla metrica barbara di Giosue Carducci.
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