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Introduzione; Territorio; Popolazione; Economia; Ordinamento dello stato; Presidente; Potere legislativo; Potere esecutivo; Potere giudiziario; Corte Costituzionale; Storia
Italia (nome ufficiale Repubblica Italiana), stato dell’Europa meridionale, nato nel 1861 e dal 1946 politicamente istituito in repubblica parlamentare. Nei confini politici sono inclusi, a formare delle enclave, due piccoli stati indipendenti: lo stato della Città del Vaticano e la Repubblica di San Marino; Campione d’Italia è un’enclave italiana in territorio svizzero, amministrativamente in provincia di Como. La capitale è Roma.
Il territorio italiano consta di due sezioni morfologicamente ben differenziate: una parte continentale a nord, che confina con la Francia, la Svizzera, l’Austria e la Slovenia (i confini corrispondono in massima parte alla linea spartiacque delle Alpi), e una parte peninsulare, protesa nel mare Mediterraneo, sin quasi alle coste dell’Africa che, nel punto più vicino, distano appena 150 km. La sezione peninsulare, che è interamente percorsa dalla catena degli Appennini, si affaccia a ovest sul mar Ligure e sul mar Tirreno, a est sul mare Adriatico, a sud e sud-est sul mar Ionio. Complessivamente i confini terrestri si sviluppano per 1.800 km, quelli costieri per circa 7.500 km: ciò dà la misura della marittimità dell’Italia. Nel territorio nazionale rientra anche una vasta parte insulare, che comprende la Sicilia e la Sardegna, oltre che isole e arcipelaghi minori come l’Elba, le isole Partenopee, le Egadi, le Eolie, le Tremiti e le Pelagie. Il paese ha uno sviluppo in lunghezza di 1.300 km, dal punto più settentrionale, la Testa Gemella Occidentale nelle Alpi Aurine (47°5' di latitudine nord), a quello più meridionale, la punta Pesce Spada nell’isola di Lampedusa, nell’arcipelago delle Pelagie (35°29'); la larghezza massima è di circa 600 km, nella sezione continentale, mentre in quella peninsulare varia mediamente dai 140 ai 240 km. I punti estremi da ovest a est sono rispettivamente il monte Chardonnet (6°37' di longitudine est), al confine con la Francia, e il capo d’Otranto (18°31'). La superficie complessiva è di 301.323 km². La consapevolezza di una precisa identità geografica della penisola italiana è molto antica; essa risale ai greci che la chiamarono Espería, ovvero “Terra dell’Occidente”, per la sua posizione rispetto alla Grecia. Col tempo a questo nome si sovrappose quello attuale di “Italia” (forse dal latino vitulus, cioè “vitello”), termine che in origine riguardava peraltro solo la Calabria (o, al massimo, le regioni meridionali, quelle meglio conosciute dai greci), e indicava una “terra che ha dei vitelli” o, più probabilmente, una “terra in cui si adorano i vitelli”. Con l’espansione di Roma il nome si estese a tutto il territorio italiano.
L’aspetto più evidente della morfologia d’Italia è il fatto che più di tre quarti della superficie territoriale sono occupati da montagne (35,2%) e da colline (41,6%); l’Italia è quindi povera di pianure, che perlopiù sono di limitata estensione, se si esclude la Pianura Padana. Dal punto di vista geologico, l’Italia è un paese “giovane”: i due citati sistemi montuosi che ne formano l’ossatura, cioè le Alpi e gli Appennini, si sono originati infatti nell’era terziaria, o cenozoica, e solo di recente, nel Quaternario, si sono avuti molti degli episodi che hanno determinato le attuali forme del territorio. Manifestazioni vulcaniche ancora attive (a cominciare dall’Etna, in Sicilia) e frequenti, spesso disastrosi, terremoti sono tutte prove di un’attività geologica che continua tuttora in modi relativamente intensi. Le Alpi circondano interamente a nord l’Italia; al nostro paese appartiene il versante meridionale, interno e più ripido, del sistema montuoso, che convenzionalmente inizia a ovest al colle di Cadibona (435 m), in Liguria, e termina al colle di Vrata (879 m), al confine con la Slovenia. Nelle Alpi centroccidentali, che in Italia interessano il Piemonte, la Valle d’Aosta e in parte la Lombardia, sono situate le montagne più alte d’Europa, con una decina di vette che superano i 4.000 metri e che culminano nei 4.810 m del Monte Bianco. Una serie di rilievi meno imponenti, diversi anche per composizione delle rocce, prevalentemente di origine sedimentaria, si sviluppa quasi parallela alla parte più interna ed elevata della catena, formata in prevalenza di rocce cristalline: sono le Prealpi, che si antepongono nelle sezioni centrale e orientale delle Alpi, dalla Lombardia sino al Friuli-Venezia Giulia e che sono assenti invece nel Piemonte. In generale, l’area alpina è quindi aspra ed elevata nel suo arco occidentale, dove, per la mancanza della fascia delle Prealpi, la linea di spartiacque è più vicina alla Pianura Padana, mentre diviene man mano più ampia e distesa nella parte orientale. Dal colle di Cadibona, dove si saldano con le Alpi, hanno inizio gli Appennini, che formano l’“ossatura” della penisola, sino all’estrema punta della Calabria; sono considerati una prosecuzione degli Appennini anche i rilievi che orlano la Sicilia settentrionale (monti Peloritani, Nebrodi, Madonie), al di là del braccio di mare dello stretto di Messina. Meno elevati delle Alpi, gli Appennini non toccano in alcun punto i 3.000 metri, culminando nei 2.912 m del Gran Sasso d’Italia, in Abruzzo. Solo in Sicilia, e precisamente con l’Etna, si ritrova una montagna che supera nuovamente i 3.000 metri (3.323 m). Ai due lati degli Appennini, ma con maggior evidenza e imponenza sul versante rivolto al mar Tirreno, dalla Toscana alla Campania, si hanno due orlature montuose, che nel loro insieme, molto vario e frammentato, formano l’Antiappennino. Sono infine estranei a tali sistemi montuosi sia i rilievi della Sicilia centrale e meridionale (monti Erei, monti Iblei) sia quelli della Sardegna, dove si susseguono altipiani e massicci di origine antichissima, risalenti a circa 300 milioni di anni fa, resti di una orografia scomparsa, tra cui i rilievi dell’Iglesiente e, soprattutto, il massiccio del Gennargentu, dove si tocca la massima elevazione dell’isola (1.834 m). Come tutti i territori geologicamente giovani, anche quello italiano è soggetto a processi di assestamento le cui principali manifestazioni sono rappresentate da movimenti della crosta terrestre (terremoti o sismi) e, in minore misura, dal vulcanismo. Particolarmente interessate dall’attività sismica sono sia l’Italia nordorientale (si ricorda il disastroso terremoto del 1976 che colpì il Friuli) sia l’Italia centrale e meridionale, dalle Marche alla Campania (terremoto dell’Irpinia del 1980; dell’Umbria nel 1997; del Molise nel 2002), alla Basilicata, alla Calabria e alla Sicilia (terremoto della valle del Belice del 1968 e, risalendo al 1908, il più disastroso terremoto di Messina, che causò 60.000 morti). Quanto all’attività vulcanica, la sua manifestazione più imponente è rappresentata dall’Etna, che è il maggior vulcano attivo d’Europa; altri vulcani attivi si trovano in due isole delle Eolie, e precisamente a Stromboli e a Vulcano. Infine il Vesuvio, alle spalle di Napoli, oggi è in fase di quiescenza dopo l’ultima eruzione del 1944, ma è l’unico vulcano attivo dell’Europa continentale. Rischi ancora più gravi per il territorio derivano però dalla natura delle sue formazioni rocciose, spesso intaccate dalle frane e dagli smottamenti, facilmente soggette cioè ai dissesti idrogeologici, che si hanno allorquando le acque di precipitazione disgregano i suoli, attivando movimenti franosi sui pendii con la formazione di incisioni e calanchi, elemento caratteristico della morfologia peninsulare. Nelle rocce calcaree, molto diffuse nei rilievi prealpini e appenninici, l’acqua provoca invece, per alterazione chimica dei loro minerali, l’erosione carsica. Le catastrofi naturali inoltre sono spesso state aggravate, e continuano a esserlo, dagli interventi antropici: sul territorio italiano “pesa” infatti un’elevata densità di popolazione e un forte carico di attività umane. Ciò si esprime, ad esempio, nella riduzione eccessiva delle superfici coperte da boschi, grave soprattutto sui versanti montani e collinari, nella manomissione delle pendici franose, o comunque fragili, per costruirvi abitazioni o strade, nella eccessiva cementificazione del territorio, che impedisce alle acque piovane la naturale infiltrazione nel sottosuolo, facilitando all’epoca delle piogge gli ingrossamenti improvvisi e le conseguenti alluvioni dei fiumi, con esiti spesso disastrosi in un paese così densamente abitato. Le pianure si estendono complessivamente per circa 66.000 km²; di questi ben 46.000 spettano alla Pianura Padana, una vasta area triangolare affacciata al mare Adriatico e racchiusa tra le Alpi e gli Appennini, essenzialmente formata dai materiali detritici trasportati a valle da numerosi corsi d’acqua. La Pianura Padana è solcata dal Po (da cui appunto trae nome), tributario del mare Adriatico, e dai suoi affluenti, ma anche da altri importanti corsi d’acqua che sfociano direttamente in mare, tra cui l’Adige, il Piave e il Reno. In alcune vallate degli Appennini e soprattutto lungo le coste, in corrispondenza delle foci fluviali, si hanno altre pianure, ma sono frammentate e di superficie assai modesta. Sono quasi tutte di origine alluvionale, come la Pianura Padana; ma molte di esse in origine erano acquitrinose e malariche e hanno dovuto essere bonificate. Tra le pianure della sezione peninsulare si ricordano in Toscana il Valdarno, cioè la pianura formata dal fiume Arno nel suo tratto inferiore, e la Maremma (una pianura costiera che si estende in parte anche nel contiguo Lazio); nel Lazio l’Agro Pontino (che non a caso, sino al suo risanamento, veniva denominato Paludi Pontine); in Basilicata la Piana di Metaponto; in Calabria la Piana di Gioia; in Sicilia la pianura attorno a Catania e in Sardegna il Campidano. La più vasta pianura italiana dopo la Pianura Padana, cioè il Tavoliere, è situata in Puglia, si estende per 3.000 km² e deriva da un progressivo sollevamento dei fondali marini, successivamente ricoperti da strati alluvionali. Infine si hanno pianure di origine vulcanica, formatesi per accumulo di ceneri e altro materiale eruttivo: sono terreni molto fertili, dei quali l’esempio più rilevante è la pianura attorno a Napoli.
Le coste del territorio italiano alternano tratti alti e rocciosi a tratti sabbiosi e pianeggianti, ma sono presenti tutti i generi di morfologie costiere, dalle lagune alle insenature profonde e dirupate, dalle alte falesie alle dune, dalle spiagge sabbiose a quelle ghiaiose ecc. Un dato generale che riguarda la maggior parte dei litorali d’Italia è il progressivo innalzamento del livello marino; fanno eccezione il delta del Po, che anzi avanza nel mare di circa 10 m all’anno, e in linea di massima tutta la costa adriatica che orla la Pianura Padana. Le coste rocciose e frastagliate sono tipiche delle zone in cui i rilievi giungono in prossimità del mare, con dorsali perpendicolari alla linea di costa; non mancano in tal caso le insenature e i porti naturali, mentre piccole e ghiaiose sono le spiagge interposte. Questo genere di coste è proprio della Riviera ligure, della Sicilia nordorientale, innervata nell’Appennino siculo, e di gran parte della Calabria. Si hanno invece coste alte ma rettilinee nelle Marche, nell’Abruzzo e in alcuni tratti della Sardegna: in questi casi i litorali costituiscono l’orlatura di altipiani che strapiombano sul mare. Un tipo particolare di costa rocciosa della Sardegna, detta costa a rías, si ha invece in Gallura: il litorale è intagliato da strette e profonde insenature, che erano in origine valli fluviali in seguito sommerse dal mare. Coste basse e sabbiose si hanno sull’Adriatico in parte dell’Emilia-Romagna e in Puglia, sul Tirreno in Toscana e nel Lazio. Le coste toscane e laziali presentano inoltre per lunghi tratti estesi cordoni sabbiosi, che spesso racchiudono al loro interno paludi, acquitrini, laghi costieri, oggi quasi interamente prosciugati. A volte i detriti trascinati a valle dai fiumi hanno finito, nel corso dei millenni, col saldare alla terraferma alcune isole vicine, che oggi formano promontori: tale ad esempio è l’origine del promontorio dell’Argentario e di quello del Circeo. Dell’Adriatico nordoccidentale sono tipiche, infine, le coste basse e lagunose; la più estesa e nota è la laguna di Venezia, ma un’altra, meno vasta, la laguna di Marano, è situata nel golfo di Trieste. Un tempo tutto il litorale dell’alto Adriatico, da Trieste sino a Ravenna, era costellato da lagune, paludi e acquitrini; anche Ravenna era una città lagunare. Molte di queste lagune si sono interrate naturalmente, per il continuo apporto detritico dei fiumi (la stessa laguna veneta è vissuta sotto questa minaccia); sono stati invece appositamente prosciugati, per renderli adatti alle colture, vasti tratti del delta del Po. L’ultima delle aree anfibie che si estendevano lungo l’Adriatico, ormai pressoché interamente prosciugate, è rappresentata dalle Valli di Comacchio, in Emilia-Romagna. Naturalmente la conformazione dei litorali e l’organizzazione territoriale dell’entroterra hanno una funzione determinante sulla localizzazione dei porti. La Liguria è la regione meglio dotata e quella che ha maggiormente potenziato i propri scali portuali; su di essi gravitano i traffici commerciali della Pianura Padana, l’area economicamente più ricca e dinamica del paese. Oltre a Genova, tradizionalmente primo porto d’Italia per tonnellaggio di merci imbarcate e sbarcate (tuttavia in declino rispetto al passato, quando contendeva al porto francese di Marsiglia il primato nel Mediterraneo), la Liguria può contare sui porti di Savona (con l’annesso scalo di Vado Ligure) e di La Spezia, uno dei migliori porti naturali d’Italia. Al contrario, le coste basse e sabbiose della Toscana e del Lazio, soggette inoltre a fenomeni di interramento, non sono mai state favorevoli agli insediamenti portuali; il porto di maggior movimento, quello di Livorno, fu creato artificialmente nel XVI secolo per sostituire quello di Pisa che, sino al Quattrocento, aveva rappresentato il principale sbocco marittimo della Toscana, successivamente interrato dalla progressiva avanzata del delta del fiume Arno. In effetti sul mar Tirreno l’unico porto naturale veramente favorito è quello di Napoli, situato in una profonda e ben riparata insenatura. Non ha mai avuto un ruolo di primo piano da un punto di vista commerciale per la mancanza di un entroterra economicamente ricco e industrializzato; grazie al fiorente turismo della regione è però nettamente il primo d’Italia per numero di passeggeri e di imbarcazioni di piccolo cabotaggio. In ottima posizione al centro del golfo omonimo, Trieste è stata in passato il maggior porto dell’Adriatico; più a sud, invece, le coste lagunose e basse del Veneto e dell’Emilia-Romagna impediscono le formazione di scali naturali: i due porti più attivi, quello di Venezia e di Ravenna, sono infatti artificiali. Uno dei migliori porti naturali d’Italia è quello di Taranto, situato in una rada molto profonda e protetta del mar Ionio, posizione che lo ha fatto scegliere come base della Marina militare. Quanto alle grandi isole, la Sicilia ha alcuni porti naturali, ma oggi i più importanti sono artificiali. Meglio dotata è la Sardegna, con le sue coste frequentemente alte e frastagliate.
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