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Italia

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Italia: bandiera e innoItalia: bandiera e inno
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11.31

La “strategia della tensione”

A scuotere la convivenza civile intervenne quella che è passata alla cronaca e alla storia italiana come “strategia della tensione”, una lunga sequenza di attentati terroristici che causarono centinaia di morti. Il primo atto terroristico avvenne a Milano nel 1969 (bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura); seguirono poi gli attentati di Brescia (1974), durante una manifestazione sindacale, e della stazione di Bologna (1980), con 85 vittime, la bomba sul treno Milano-Napoli (1984), solo per ricordare gli attentati di maggiore violenza. Sebbene la responsabilità penale di molti degli atti terroristici che sconvolsero l’Italia in quegli anni non sia mai stata completamente accertata, è da tempo chiaro che fu voluta e perseguita da gruppi di potere politico, militare ed economico per impedire o quantomeno ostacolare l’affermazione dei partiti di sinistra, in un quadro internazionale ancora molto condizionato dallo scontro tra il Blocco occidentale e quello comunista (vedi Guerra Fredda). Secondo quanto le indagini riuscirono ad accertare e secondo alcune sentenze definitive, in molti casi gli attentati furono opera materiale di militanti di gruppi di estrema destra, e vi fu implicato quel complesso sistema di potere occulto con ramificazioni in settori dei servizi di sicurezza, in associazioni segrete (logge massoniche, come la P2), nelle istituzioni, con l’obiettivo di destabilizzare il paese e di innescare una svolta autoritaria.

Dalla metà degli anni Settanta il terrorismo praticato in Italia non fu solo quello di destra; si formarono gruppi clandestini terroristi di sinistra (le Brigate Rosse e altre formazioni analoghe), che inizialmente effettuarono sequestri di persona e ben presto passarono ad attentati veri e propri, con ferimenti e omicidi di magistrati, uomini politici, poliziotti, giornalisti, professori universitari e sindacalisti. Loro scopo era di mettere in crisi lo stato democratico per provocare una rivoluzione anticapitalista. Vedi Terrorismo: Il fenomeno terroristico in Italia.

11.32

La solidarietà nazionale

Il rallentamento dello sviluppo economico, l’emergere di oscure trame reazionarie e soprattutto l’avanzata, nelle elezioni politiche del 1976, del maggiore partito di opposizione, il PCI, determinarono la crisi del centrosinistra. Anche per l’incalzare del fenomeno terroristico, si aprì allora una nuova fase nella storia dell’Italia repubblicana, caratterizzata dalla ricerca, da parte della Democrazia Cristiana e del Partito comunista, due forze che avevano un retroterra ideologico contrapposto, di un terreno d’intesa per garantire, in quel delicato momento, stabilità di governo e coesione nazionale. Sul piano concreto, l’intesa si tradusse in un accordo parlamentare tra la maggioranza e l’opposizione per la formazione di due governi a guida democristiana (presidente del Consiglio fu Giulio Andreotti), definiti di solidarietà nazionale, che si ressero il primo, nel 1976, sull’astensione dei comunisti e dei socialisti, il secondo, nel 1978 sull’appoggio esterno (senza ministri) del PCI e di altri partiti. Il democristiano Aldo Moro fu il sostenitore di questa svolta, voluta altresì dal segretario comunista Enrico Berlinguer.

Nel 1978 le Brigate Rosse organizzarono il rapimento e l’assassinio di Moro. L’episodio segnò il culmine dell’attacco contro lo stato, ma anche l’inizio della crisi del terrorismo, colpito da una più efficace azione repressiva svolta da polizia e carabinieri che, ricorrendo anche alle confessioni di terroristi pentiti, riuscirono a smantellare le organizzazioni clandestine armate. Ma la vicenda del sequestro di Moro segnò anche la fine della solidarietà nazionale: ritornò al governo una coalizione di centrosinistra che, dopo il 1981, si allargò anche al PLI. Il centrosinistra, nella nuova versione di pentapartito, rimase al potere per oltre un decennio, ma propose allo stesso tempo un’ipotesi di superamento dell’egemonia democristiana. Per la prima volta nella storia della repubblica la presidenza del governo fu assunta da esponenti politici non appartenenti alla DC. Capo del governo diventò, nel 1981, il repubblicano Giovanni Spadolini; seguirono, tra il 1983 e il 1987, due governi diretti da Bettino Craxi, segretario del Partito socialista, nel corso dei quali si registrò una breve ripresa economica dopo un decennio di difficoltà.

11.33

Crisi del sistema politico

Nel quadro politico degli anni Ottanta, una delle novità più importanti fu l’affermazione nelle consultazioni elettorali di nuovi gruppi estranei ai partiti tradizionali: il Partito radicale, gli ambientalisti (i Verdi) e le leghe regionali, attive in Lombardia e in altre regioni del Nord. Nella coscienza degli italiani crebbe intanto il rifiuto per la degenerazione della vita politica italiana che coinvolgeva i partiti tradizionali e che si manifestava in modi diversi: dalla concessione di privilegi di varia natura in cambio di voti (clientelismo) all’intreccio politica-affari, che aveva assunto nel tempo proporzioni sempre più ampie, al dilagare dell’illegalità e della criminalità organizzata.

Agli inizi degli anni Novanta il quadro politico italiano, rimasto pressoché immutato per quasi cinquant’anni, subì una serie di profondi sconvolgimenti che parvero segnare il tramonto della prima repubblica. La crisi del comunismo sovietico alla fine degli anni Ottanta e il conseguente crollo dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est ebbero una ripercussione immediata in Italia. Il PCI, che già da qualche tempo aveva avviato un processo di revisione ideologica, diede vita a una nuova formazione politica di orientamento riformista, mutando il nome in Partito democratico della sinistra (PDS), ma subendo la scissione di una cospicua minoranza, il Partito della rifondazione comunista.

11.34

Trasformazioni nel quadro politico

Quasi contemporaneamente agli sconvolgimenti internazionali si aprì l’inchiesta sulla cosiddetta “Tangentopoli”. L’operazione, battezzata “Mani pulite”, partita nel febbraio del 1992 per iniziativa della magistratura di Milano e poi via via estesa ai distretti giudiziari di molte regioni italiane, mise a nudo l’intreccio politica-affari che aveva consentito per anni ai partiti di realizzare un sistema di finanziamento illegale e a molti imprenditori di godere di favori nell’assegnazione degli appalti. Le inchieste di Mani pulite nel volgere di due anni travolsero il mondo politico, provocando il crollo della vecchia classe dirigente e la disgregazione dei partiti tradizionali. I due principali partiti di governo, il Partito socialista e la Democrazia Cristiana, persero più di altri la fiducia dei loro elettori, indignati per gli scandali. La Democrazia Cristiana decise di rinnovarsi sostituendo i vecchi dirigenti e cambiando il nome in quello di Partito popolare italiano, ma non riuscì a mantenere la precedente forza elettorale, che era stata sempre al di sopra del 30% dei voti, e di lì a poco si scisse in tre formazioni minori. Analoga sorte toccò al Partito socialista, frantumatosi in diversi piccoli partiti e praticamente scomparso dalla scena politica italiana.

A rivoluzionare il quadro politico contribuì l’affermazione del movimento leghista. Dalla fusione della Lega lombarda con analoghe formazioni regionaliste nacque nel 1991 la Lega Nord, che nelle elezioni politiche del 1992 si affermò come la quarta forza politica nazionale e nelle elezioni amministrative del 1992 e del 1993 insediò i suoi sindaci in molte città del Nord, fra le quali Milano, Varese, Como e Monza. La Lega era espressione della protesta delle regioni più ricche contro il malgoverno del paese, lo spreco di denaro pubblico, l’allargarsi del deficit dello Stato, ma anche dell’affermazione di una più individualistica visione del mondo. Anche l’adozione di un nuovo sistema elettorale introdusse elementi di dinamismo nel panorama politico, sollecitando partiti e movimenti a ridefinire la loro collocazione e le loro strategie e favorendo una semplificazione del quadro politico.

11.35

Nascita dei “poli”

La riforma elettorale fu applicata nelle elezioni del marzo 1994, alle quali si presentarono tre coalizioni. Una era costituita dalla Lega Nord e dalla Casa delle libertà, formata a sua volta da Alleanza Nazionale (il partito nato dal Movimento sociale italiano), da un gruppo di ex democristiani e da una nuova formazione politica, Forza Italia, che, nata per iniziativa di Silvio Berlusconi, per il suo carattere fortemente liberista in tema di economia rispondeva all’attesa di larghi settori moderati.

Nello schieramento opposto, i “Progressisti”, si collocarono il Partito democratico della sinistra, Rifondazione comunista, i Verdi, settori socialisti e altri movimenti di recente fondazione. Vi era infine un terzo gruppo, con posizioni di centro, denominato Patto per l’Italia, costituito dal Partito popolare e da alcune componenti cattoliche minori, provenienti dall’area della sinistra democristiana.

Dopo la vittoria elettorale della coalizione moderata guidata da Berlusconi, il capo dello stato, Oscar Luigi Scalfaro, affidò a questi l’incarico di formare il governo. Dopo quasi cinquant’anni di governi a egemonia democristiana, per la prima volta nel sistema politico italiano parve realizzarsi l’alternanza dei partiti e il ricambio della classe dirigente; ma il nuovo governo non ebbe vita lunga, indebolito dai contrasti interni. A seguito di una mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni insieme con la Lega (che nella maggioranza governativa rappresentava l’elemento di maggiore conflittualità), il governo Berlusconi si dimise nel dicembre del 1994.

In attesa di un nuovo confronto elettorale venne nominato un governo di tecnici guidato da un economista, Lamberto Dini. Intanto tra le forze progressiste sconfitte nelle elezioni del marzo 1994 si costituì un’alleanza politica denominata l’Ulivo, cui aderirono il PDS e altri gruppi politici di matrice cattolica, laico-liberale, socialista e ambientalista. Dei due schieramenti, uno moderato guidato da Berlusconi, uno riformista con a capo Romano Prodi, docente universitario di economia ed ex manager dell’industria pubblica, fu quest’ultimo a vincere le elezioni tenutesi il 21 aprile 1996. A queste la Lega Nord si presentò autonomamente, portando avanti il suo progetto separatista. Dopo le elezioni fu costituito un governo di centrosinistra, presieduto da Prodi, votato dai parlamentari dell’Ulivo e con l’appoggio esterno di Rifondazione comunista.

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