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Italia

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Italia: bandiera e innoItalia: bandiera e inno
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11.36

Ingresso nell’euro e insuccesso della riforma istituzionale

Nel suo primo anno di attività la coalizione guidata da Prodi concentrò gli sforzi sulle misure da adottare per soddisfare le condizioni richieste dal trattato di Maastricht e consentire al paese l’ingresso nell’Unione monetaria europea. L’imponente manovra finanziaria messa a punto dal governo, che impose un drastico taglio della spesa pubblica e un eccezionale prelievo fiscale, riuscì nell’intento e il 1° maggio del 1998 l’Italia fu ammessa all’UME con il “gruppo di testa”. Nel frattempo il Parlamento italiano formulò, attraverso una Commissione bicamerale, un radicale progetto di riforma della Costituzione per definire l’impianto istituzionale della “seconda repubblica”. Tuttavia, l’articolata proposta prodotta dalla Commissione bicamerale e approvata nel giugno 1998 non fu in seguito discussa dal Parlamento per la rottura dell’accordo tra le forze politiche.

Dopo l’estate del 1998 il ritiro del sostegno di Rifondazione Comunista al governo Prodi ne provocò la caduta. Nella convulsa situazione politica creatasi, con il centrosinistra privo di una maggioranza nel Parlamento e con il centrodestra che chiedeva di anticipare le elezioni, il mandato di costituire un nuovo governo fu affidato a Massimo D’Alema, leader del maggior partito della coalizione dell’Ulivo. Primo politico ex comunista ad assumere la guida di un governo occidentale, D’Alema poté contare sui voti di due nuove formazioni, il Partito dei comunisti italiani (PDCI), nato da una scissione interna a Rifondazione Comunista, e l’Unione democratica per la repubblica (UDR), un raggruppamento creatosi intorno all’ex presidente della repubblica Francesco Cossiga e nel quale erano confluiti parlamentari eletti in entrambe le coalizioni (nei primi due anni di legislatura la vita politica italiana fu infatti caratterizzata da un anomalo fenomeno di mobilità, che vide lo spostamento da un gruppo all’altro o da una coalizione all’altra di circa 150 tra deputati e senatori).

Nonostante gli accesi contrasti tra governo e opposizione, il 13 maggio del 1999 il Parlamento elesse alla prima votazione e con ampia maggioranza Carlo Azeglio Ciampi alla presidenza della Repubblica. Pochi giorni dopo, il 20 maggio, in un clima reso incandescente dalla partecipazione italiana all’offensiva della NATO in Serbia e Kosovo, un importante collaboratore del ministero del Lavoro, Massimo D’Antona, fu ucciso in un attentato terroristico rivendicato dalle Brigate Rosse.

11.37

Verso la “seconda repubblica”

Il tentativo di chiudere l’esperienza della “prima repubblica” e di costruire un assetto politico-istituzionale più corrispondente alle esigenze di sviluppo del paese (introduzione del federalismo, riorganizzazione dell’assetto dei partiti in senso bipolare, rafforzamento del ruolo del presidente del consiglio e del governo, generale riassetto della macchina burocratica dello stato), si arrestò tra il 1999 e il 2000, senza che si fosse tuttavia superata la crisi del sistema politico. Dopo il fallimento della Commissione bicamerale, anche il progetto di sopprimere la quota proporzionale nelle elezioni legislative non ebbe infatti esito; rivolto, secondo i suoi ispiratori, a pervenire quantomeno a un rafforzamento del sistema maggioritario, il referendum del maggio 2000 non raggiunse il quorum e fu quindi invalidato, sebbene fosse formalmente sostenuto dalla gran parte dei partiti.

Alle soglie del nuovo secolo il paese si presentava tuttavia profondamente cambiato. Il quadro politico, innanzitutto, con la costituzione e il consolidamento delle due coalizioni dell’Ulivo e del Polo delle libertà era decisamente avviato sulla strada del bipolarismo. I partiti che formavano le due coalizioni, sebbene nati in gran parte dalle tradizionali formazioni politiche, erano sensibilmente diversi per struttura e organizzazione. Infine, per quanto non fosse stata introdotta una definitiva riforma dello stato in senso federalista, importanti poteri precedentemente riservati all’amministrazione centrale erano stati attribuiti alle amministrazioni locali che, con l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle regioni, avevano acquisito un rilevante ruolo anche a livello nazionale, diventando importanti interlocutori del governo centrale.

Sullo sfondo delle trasformazioni politiche e dei tentativi di riforma istituzionale, l’Italia aveva vissuto anche un radicale cambiamento nella fisionomia economica e sociale. Il settore terziario, che aveva superato per numero di addetti quello dell’industria già dalla fine degli anni Ottanta, rappresentava ormai la quota più alta del reddito nazionale. Anche la geografia dell’industria e del benessere si era modificata: un tessuto produttivo capace di generare sviluppo a livelli elevati si era costituito in aree un tempo marginali, come il Nord-Est e alcune province del Centro; un insieme di piccole e medie aziende ne caratterizzava l’insediamento, dando vita a sistemi produttivi molto elastici e quindi capaci di competere sui mercati internazionali, inaugurando un nuovo tipo di capitalismo, lontano dai modelli consolidati rappresentati dalle grandi imprese. Negli anni Novanta nacquero decine di migliaia di nuove imprese (188.000 nel periodo 1996-2000 fra terziario e industria, di cui 63.000 nel Meridione), con un ruolo di assoluta rilevanza per il buon andamento delle esportazioni. Questo cambiamento investì anche il mercato del lavoro, in cui furono introdotti, accanto a quelli tradizionali, nuovi strumenti contrattuali: lavoro interinale e parasubordinato, formazione lavoro, part-time ecc.

A fornire un grande contributo al cambiamento della vita economica del paese fu peraltro l’avvio di un processo di privatizzazione di industrie, banche, società di servizi, passate dalla proprietà pubblica alle forme private della gestione capitalistica. Questo processo trasformò profondamente il settore delle telecomunicazioni (con la privatizzazione della Telecom e l’assegnazione delle licenze per la telefonia mobile a cinque diversi gestori); ma anche quelli dell’energia (gas e luce), dei trasporti, quello sanitario e persino quello scolastico si aprirono all’intervento dell’impresa privata, con esiti alterni.

La crescita economica italiana fu tuttavia inferiore a quella degli altri paesi europei e, soprattutto, si concentrò nelle regioni del Nord e del Centro. Il Meridione godé infatti solo in parte degli effetti della ripresa economica, anche se il suo comparto agricolo registrò un significativo aumento delle esportazioni; di 1.200.000 nuovi posti di lavoro creati nel corso di tutta la legislatura, solo 1/4 (circa 334.000) riguardò il Sud. Nel 2001 il tasso di disoccupazione del paese scese tuttavia dal 12 al 9,9%.

11.38

La vittoria del centrodestra

L’ultimo anno della XIII legislatura trascorse sotto il segno di un acceso conflitto politico. Già all’indomani delle elezioni europee il governo dell’Ulivo fu sottoposto all’offensiva del Polo delle libertà, determinato a ripetere il successo del 1994 e a riconquistare la guida del paese. Mentre il Polo, saldamente guidato dal leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, riuscì, riaccogliendo la Lega Nord all’interno della coalizione, a mostrarsi unito di fronte all’elettorato e a creare un vasto consenso intorno a una forte, per quanto generica, idea di cambiamento, la coalizione avversaria dell’Ulivo rimase a lungo immobilizzata da una grave crisi politica e d’identità. Dopo aver perso le elezioni europee, l’Ulivo registrò un’ulteriore sconfitta alle amministrative del 2000, in seguito alla quale il presidente del consiglio Massimo D’Alema rassegnò le dimissioni e venne sostituito alla guida del governo da Giuliano Amato. Ne seguì un lungo conflitto per la leadership e solo verso la fine dell’anno l’Ulivo si ricompattò intorno alla candidatura di Francesco Rutelli, sindaco uscente di Roma e portavoce di un nuovo raggruppamento nato per iniziativa delle forze moderate della coalizione: La Margherita.

L’Ulivo non riuscì però a raggiungere né un accordo programmatico, né un patto elettorale con altre formazioni contigue al centrosinistra, tra cui Rifondazione Comunista e il movimento Italia dei Valori fondato da Antonio Di Pietro (il popolare magistrato dell’inchiesta “Mani pulite”), compromettendo così l’efficacia della sua iniziativa. Nelle elezioni del 13 maggio 2001 il consenso conquistato da queste due liste risultò determinante per la vittoria del Polo delle libertà, che nel conteggio dei voti superò di misura la coalizione avversaria, ma venne abbondantemente premiato nella distribuzione dei seggi dal sistema maggioritario. Con il 45,4% dei voti il Polo conquistò infatti una solida maggioranza sia alla Camera dei deputati (368 su 630 seggi) sia al Senato (177 su 315 seggi), soprattutto grazie allo straordinario successo di Forza Italia, il partito di Berlusconi, che si affermò, con il 29,4% dei voti, al primo posto tra i partiti italiani. L’Ulivo ottenne il 43,7% dei voti (242 seggi alla Camera dei deputati e 125 al Senato).

L’11 giugno Berlusconi varò il nuovo governo, nel quale entrarono a far parte, oltre ai leader dei partiti della coalizione (tra cui Gianfranco Fini, il presidente di AN, quale vicepresidente del Consiglio e Umberto Bossi, leader della Lega Nord, alla guida del ministero per le Riforme istituzionali e la devoluzione) anche diversi “tecnici”, tra cui, agli Esteri, Renato Ruggiero, ex direttore dell’Organizzazione mondiale per il commercio.

11.39

Il secondo governo Berlusconi

L’esordio del governo Berlusconi avvenne in un clima teso, dovuto all’imminente vertice del G8, atteso per il 19-21 luglio 2001 a Genova. In concomitanza con il vertice, nel capoluogo ligure giunsero decine di migliaia di persone dall’Italia e dall’estero per il “controvertice” organizzato dal Genova Social Forum (GSF) in rappresentanza di centinaia di sigle dell’associazionismo di base, sindacali e politiche, laiche e religiose. Nonostante le imponenti misure di sicurezza, il 20 luglio nel capoluogo ligure scoppiarono violenti disordini durante i quali trovò la morte un giovane manifestante, ucciso da un colpo di pistola esploso da un carabiniere. Il vertice si concluse il giorno seguente tra nuove violenze e aspre critiche per il comportamento delle forze di polizia, che suscitò proteste in tutta Europa. In seguito alcuni funzionari di polizia furono costretti alle dimissioni e la magistratura genovese aprì diverse inchieste che coinvolsero decine di persone tra poliziotti, carabinieri e agenti di custodia, ma anche medici e infermieri. Anche il Parlamento istituì una commissione d’indagine che raccolse centinaia di documenti e di testimonianze; il comitato concluse i lavori a settembre, con una relazione sostanzialmente assolutoria nei confronti delle forze dell’ordine, che venne respinta dalle opposizioni.

Il clima politico non migliorò in seguito, quando le proposte di riforma allo studio del governo in merito a temi quali giustizia, scuola, lavoro, pensioni ecc. suscitarono altre accese polemiche. Particolarmente aspro fu lo scontro sulla giustizia, che alla fine del 2001 provocò le dimissioni dell’intera giunta dell’Associazione nazionale magistrati (in seguito rientrate) e nel gennaio 2002 una clamorosa protesta dei magistrati, che all’apertura dell’anno giudiziario si presentarono esibendo la Costituzione italiana.

Non meno aspro fu lo scontro sociale, che vide contrapposti sulla riforma delle pensioni e sull’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori il governo e la Confindustria da una parte e le organizzazioni sindacali dall’altra. Particolarmente contraria ai disegni del governo fu la CGIL, che il 23 marzo del 2002 promosse da sola una manifestazione nazionale a Roma cui presero parte più di due milioni di persone. La manifestazione si svolse in un clima politico tesissimo per la morte dell’economista Marco Biagi – consulente del ministro del Lavoro e ispiratore della revisione dello Statuto dei lavoratori – avvenuta solo pochi giorni prima a Bologna in un attentato rivendicato dalle Brigate Rosse. Nei giorni seguenti anche CISL e UIL abbandonarono il tavolo delle trattative, dando vita il 16 aprile a uno sciopero generale contro il governo, il primo dopo vent’anni.

Il primo anno di governo di centrodestra si chiuse con la notizia dell’annullamento, per mancanza di espositori, del Salone dell’auto di Torino (segno della crisi dell’industria automobilistica internazionale e di quella italiana in particolare), con una deludente prova della Casa delle libertà nelle amministrative di maggio-giugno e con le dimissioni, a luglio, del ministro dell’Interno Claudio Scajola. Con la votazione favorevole del Senato, nello stesso mese il Parlamento italiano approvò definitivamente la legge Bossi-Fini sull’immigrazione; contrastata fermamente dalle opposizioni, la legge fu criticata, per la severità dei provvedimenti previsti, anche da ampi settori della Chiesa.

11.40

L’Italia nel quadro internazionale

A una politica interna risolutamente proiettata ad attuare una radicale riforma del paese, il governo di centrodestra fece corrispondere una politica estera indirizzata a sua volta a riconsiderare le tradizionali alleanze internazionali italiane, stabilendo relazioni più dirette con gli Stati Uniti e la Russia.

Particolarmente conflittuale si rivelò il rapporto con i partner europei e in particolare con le istituzioni dell’Unione Europea, attaccate a più riprese da alcuni esponenti della maggioranza e in particolare dalla Lega Nord.

Dopo i rilievi mossi dal Parlamento europeo alla legge italiana sulla cooperazione giudiziaria internazionale, seguì un duro scontro sul “mandato di cattura”, parte del più generale progetto di Costituzione europea; respinto in un primo momento dal governo italiano, fu poi da questi sottoscritto, dopo forti pressioni, al vertice europeo di Laeken nel dicembre del 2001. La vicenda ebbe tuttavia un pesante strascico all’interno dell’esecutivo italiano, causando il rapido deterioramento del rapporto tra Berlusconi e il ministro degli Esteri Renato Ruggiero, che si dimise dal suo incarico agli inizi di gennaio 2002. Nuovi scontri si ebbero in seguito sull’euro – contro la cui introduzione in Italia il centrodestra si era del resto espresso negli anni precedenti – e contro l’allargamento della UE ai paesi ex comunisti dell’Est europeo.

Il nuovo corso diplomatico prese corpo soprattutto in seguito all’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Il presidente del consiglio offrì infatti pieno sostegno a Washington; il Parlamento italiano approvò a larga maggioranza un documento del governo a sostegno dell’offensiva militare Enduring Freedom (“Libertà duratura”) lanciata il 7 ottobre da Stati Uniti e Gran Bretagna contro i santuari del terrorismo islamico ospitati dal regime afghano dei taliban. L’alleanza con l’asse anglo-americano si rafforzò ulteriormente nel 2002, quando il governo italiano aderì, insieme alla Spagna, alla strategia della “guerra preventiva” lanciata da George W. Bush e Tony Blair contro l’Iraq di Saddam Hussein. Pur non partecipando, nella primavera del 2003, direttamente all’offensiva militare, l’Italia concesse agli Stati Uniti l’uso delle basi e dello spazio aereo. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein l’Italia inviò un contingente di circa tremila uomini sotto il comando delle forze di occupazione anglo-americane, ufficialmente in funzione di stabilizzazione.

La decisione del governo fu accolta con una protesta che accomunò ampi settori della società italiana. Singolare fu la fitta esposizione alle finestre e ai balconi delle case di bandiere arcobaleno, simboleggianti la pace, che caratterizzò per mesi il paesaggio urbano e rurale del paese. Nonostante alcuni tentennamenti, l’opposizione si schierò pressoché compatta contro la guerra e la presenza delle truppe italiane in Iraq. La questione irachena continuò per molti mesi ad alimentare polemiche, che si acuirono dopo l’attentato subito nel novembre 2003 dai carabinieri di stanza a Nassiriyah (che provocò 17 morti tra i militari italiani) e dopo i gravi attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid, che indussero il nuovo premier socialista José Luis Zapatero a ritirare le truppe spagnole. Molto risalto ebbero nel paese, tra la primavera e l’autunno del 2004, diversi sequestri attuati in Iraq ai danni di cittadini italiani, tre dei quali furono uccisi dai loro rapitori.

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