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Il fondamento veniva identificato nella certezza che l’io ha di sé e della sua esistenza in quanto pensante. Cartesio constatò, infatti, di poter dubitare di tutto, tranne che della propria esistenza: poiché all’atto stesso del pensare occorreva un soggetto pensante, egli stesso doveva esistere per poter pensare. Questa certezza fondamentale è fissata nella celebre formulazione: “Cogito, ergo sum” (“Io penso, dunque esisto”). Partendo dal principio che il pensiero possiede in se stesso la garanzia della propria esistenza, Cartesio concluse che attributo essenziale dell’io o del soggetto che pensa è il pensiero stesso: “Io non sono, dunque, per parlar con precisione, se non una cosa che pensa, e cioè uno spirito, un intelletto o una ragione”. Tale conclusione fu ampiamente criticata, nel corso del Seicento, dai maggiori esponenti dell’empirismo, in particolare da Thomas Hobbes e Pierre Gassendi.
Cartesio distinse poi tutte le idee che contraddistinguono l’attività pensante in tre gruppi: le “idee innate” (quelle che sembrano connaturate alla mente: ad esempio, le evidenze a priori della matematica), le “idee avventizie” (quelle che sembrano venute dal di fuori, vale a dire le idee delle cose sensibili), le “idee fattizie” (quelle formate dal soggetto pensante, come le idee di esseri immaginari). Ponendo l’idea di Dio nel primo gruppo (come idea di una sostanza infinita, onnisciente e onnipotente), Cartesio elaborò una triplice dimostrazione della sua esistenza, riconducendola al fatto che ciascun uomo è privo delle perfezioni che quell’idea rappresenta; alla constatazione che l’uomo non è autore del proprio essere; e infine all’argomento ontologico, o a priori, che risaliva a sant’Anselmo.
Cartesio proseguì nella sua riflessione sostenendo che Dio aveva creato due ordini di sostanze: la sostanza pensante (res cogitans) e la sostanza estesa (res extensa). Quest’ultima si identifica con la materia, la cui caratteristica essenziale è quella di occupare una determinata estensione spaziale; pertanto, se la sostanza pensante si conforma alle leggi del pensiero, la sostanza estesa si conforma alle leggi meccaniche della fisica. Ne nasceva il problema di conciliare l’anima, in quanto spirituale e inestesa, con il corpo, in quanto realtà materiale ed estesa. La bipartizione della realtà nelle due sostanze, quella fisica e quella mentale, è nota come dualismo cartesiano e ha influenzato straordinariamente la filosofia moderna.
Nell’ambito della filosofia cartesiana, le questioni di etica non sono svolte con la stessa ampiezza delle questioni della scienza e della metafisica. Nel Discorso sul metodo, tuttavia, Cartesio enunciò tre massime di una “morale provvisoria”, relative al comportamento pratico da mantenere nella fase dell’esercizio del dubbio metodico. Da un lato egli esprimeva l’intento di “serbar fede alla religione nella quale Dio mi ha fatto la grazia di essere educato sin dall’infanzia”, dall’altro riprendeva altre due massime improntate allo stoicismo. In seguito, si misurò nuovamente con il problema etico nel trattato Le passioni dell’anima (1649).
In ambito prettamente scientifico Cartesio elaborò complessi modelli meccanicistici per la spiegazione dei fenomeni fisici, che ebbero il pregio di sostituire le astratte speculazioni della tarda scolastica. Sebbene avesse accolto la teoria di Copernico che concepiva un sistema di pianeti in movimento attorno al Sole, quando essa fu condannata dalla Chiesa, in occasione del processo a Galileo, Cartesio decise di non pubblicare il proprio trattato di cosmologia, Il Mondo: in esso era avanzata una teoria dei “vortici”, secondo la quale lo spazio è completamente riempito di materia turbinante attorno al Sole. Nel campo della fisiologia Cartesio postulò che parte del sangue fosse un fluido sottile composto da “spiriti animali”. Questi, egli credeva, entravano in contatto con la sostanza pensante in un luogo del cervello (la “ghiandola pineale”) e fluivano lungo i canali nervosi per muovere i muscoli e le altre parti del corpo. Gli studi di ottica lo condussero alla scoperta che l’angolo d’incidenza è uguale all’angolo di riflessione. È la legge fondamentale della riflessione, di cui il suo saggio sull’ottica costituì la prima formulazione mai pubblicata. Cartesio, inoltre, considerava la luce come una sorta di pressione in un mezzo solido e prefigurò così la teoria ondulatoria della luce. Determinante, infine, fu il suo contributo alla matematica. Egli elaborò le basi concettuali della geometria analitica, classificando le curve secondo il tipo di equazione a esse associato. Introdusse l’uso delle ultime lettere dell’alfabeto per designare le incognite e delle prime lettere dell’alfabeto per designare i termini noti; inventò il metodo degli indici (come x²) per esprimere le potenze dei numeri; e formulò la regola, nota come “regola cartesiana dei segni”, per trovare il numero delle radici positive e negative di qualsiasi equazione algebrica.
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