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Struttura articolo
Introduzione; Da Aristotele a Tommaso; L’età moderna; Kant: i limiti della conoscenza; La metafisica dopo Kant
La riflessione con cui Kant cercò di fissare i limiti della conoscenza umana entro i confini dell’esperienza e di dimostrare l’incapacità della mente umana a procedere, mediante la sola ragione, oltre l’esperienza verso il regno dell’assoluto rappresenta il tratto saliente della sua filosofia, esposta nella Critica della ragion pura, nella Critica della ragion pratica e nella Critica del giudizio. Nel sistema di pensiero illustrato in queste opere Kant tentò anche di ricomporre scienza e religione in un mondo a due livelli, comprendente le cose in sé, o “noúmeni”, cioè gli oggetti appresi tramite la ragione benché non percepiti tramite i sensi, e i “fenomeni”, gli oggetti quali appaiono ai sensi e che costituiscono il campo d’indagine della scienza. Pertanto, dal momento che Dio, la libertà e l’immortalità dell’anima umana sono realtà noumeniche, è l’etica più che la conoscenza scientifica a comprendere questi concetti.
I filosofi tedeschi che raccolsero l’eredità kantiana, in particolare Johann Gottlieb Fichte, Friedrich Schelling e Georg Wilhelm Friedrich Hegel, rifiutarono la tesi della inconoscibilità della cosa in sé, sviluppando un idealismo assoluto in contrapposizione alla filosofia trascendentale kantiana. In seguito, la metafisica si ramificò ulteriormente, malgrado il tentativo kantiano di fissare i limiti della speculazione filosofica. Fra queste teorie metafisiche si ricordano il pragmatismo statunitense, nato con Charles Sanders Peirce e sviluppato da William James e da John Dewey; l’evoluzione dinamica o “evoluzione creatrice” teorizzata da Henri Bergson; la filosofia organicistica elaborata da Alfred North Whitehead; l’attualismo di Giovanni Gentile; lo storicismo di Benedetto Croce.
Nel XX secolo la validità del pensiero metafisico è stata posta in discussione dai positivisti logici e dai marxisti. Il principio fondamentale affermato dai positivisti logici è la teoria della verificabilità del significato. Secondo questa teoria, una proposizione ha significato solamente se è riconducibile ad “asserzioni-base” che esprimono osservazioni verificabili empiricamente, escludendo così automaticamente l’ambito della metafisica. I marxisti sostennero invece che la mente riflette la realtà dei rapporti di produzione e che non può esistere “metafisica” o “spirito” che non sia riconducibile alla struttura materiale nei tratti che essa assume in un’epoca storica o in un luogo determinato. A queste critiche i metafisici replicarono negando l’adeguatezza della teoria di verificazione del significato e della struttura materiale quale base della realtà. Sia il neopositivismo sia il materialismo dialettico dei marxisti si fonderebbero su alcuni assunti metafisici occulti secondo i quali, ad esempio, tutto ciò che esiste è osservabile o almeno connesso a qualcosa di osservabile e la mente non ha vita autonoma.
Nella prima metà del XX secolo Edmund Husserl fondò la fenomenologia, allo scopo di azzerare le istanze e i presupposti vincolanti offerti dalle metafisiche e dalle discipline positive, formulando nel contempo una radicale e rigorosa “filosofia prima”, che auspicava un “ritorno alle cose stesse” mediante la descrizione delle strutture originarie e irriducibili, “precategoriali”, della conoscenza e della vita: le strutture della soggettività trascendentale.
Partendo da posizioni fenomenologiche, Martin Heidegger elaborò una delle costruzioni metafisiche più complesse e affascinanti del Novecento: da un’analisi dell’“esistenza” dell’uomo, inteso come “essere nel mondo”, egli approdò a una “ontologia fondamentale” che affida alla poesia il compito di cogliere il significato originario delle cose. Pertanto, il pensiero di Heidegger si orientò verso il superamento del linguaggio della metafisica in un’ermeneutica che privilegia accostamenti al linguaggio poetico e alla filosofia greca.
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