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Risultati di Windows Live® Search Quevedo y Villegas, Francisco Gómez de (Madrid 1580 - Villanueva de los Enfantes 1645), scrittore spagnolo. Figlio di cortigiani (il padre fu segretario di due regine) visse a lungo alla corte di Spagna, a Madrid e a Valladolid, all'ombra dei potenti di cui cercò la protezione. Divenuto amico del conte di Osuna, quando questi fu nominato viceré di Sicilia (e, in seguito, di Napoli) lo accompagnò come consigliere in Italia nel 1611, svolgendo incarichi diplomatici in Sicilia e a Venezia. A seguito della caduta per intrighi politici dei suoi protettori, fu condannato al confino nei suoi possedimenti alla Torre di Juan Abad. Tornò a corte con altri protettori nel 1621, ma nel 1639 fu trovata una satira sotto il tovagliolo di re Filippo IV e Quevedo, ritenuto l'autore del testo, venne incarcerato a San Marcos. Dopo la morte del conte di Olivares poté tornare definitivamente nelle sue terre. Queste esperienze, che ne fanno uno dei rappresentanti più tipici dell'epoca in cui visse, si riflettono nella complessa fisionomia della sua opera letteraria, che alterna satire feroci e beffarde delle storture del mondo a tentativi di trovare riparo dal caos della vita nell'ascesi cristiana combinata con un amaro stoicismo, di cui è espressione anche il gusto del paradosso. Grande interprete del barocco spagnolo, ha lasciato numerosi testi di saggistica politica (Prima parte della vita di Marco Bruto, 1631-1644, di ispirazione plutarchiana ma di impianto filomonarchico) e teologico-filosofica (La culla e la tomba, 1634; Trattato della divina provvidenza, 1641). Ma il suo nome è legato agli scritti fantastici (secondo il modello di Luciano): innanzitutto i cinque Sogni (1627), viaggio satirico nell'inferno quotidiano e dunque quadro amaro e bizzarro della società dell'autore; e poi il romanzo picaresco, tramato di disinvolta ironia, Storia della vita del pitocco chiamato Pablos (noto anche come Il pitocco, 1626). Quevedo fu poeta audace anche nell'invenzione linguistica, caratterizzata da una concentrazione espressiva e da immagini ardue che vanno ben oltre le convenzioni del dominante concettismo. L'opera in versi è stata pubblicata postuma in due volumi: Il Parnaso spagnolo, monte suddiviso in due vette, con le nove muse castigliane (1648) e Le tre muse ultime castigliane, seconda cima del parnaso spagnolo (1670).
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