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Introduzione; Le origini: Pascal, Kierkegaard, Nietzsche; Una filosofia della crisi; Il problema della scelta; Esistenzialismo e teologia; Esistenzialismo e letteratura
Esistenzialismo Tendenza filosofica e letteraria, nata in Germania e in Francia intorno agli anni Trenta del Novecento, che si pone come compito l’analisi dell’esistenza umana. L’esistenzialismo comprende posizioni eterogenee, difficili da definire univocamente; si possono tuttavia individuare alcuni motivi ricorrenti, quali il tema centrale dell’esistenza come modo d’essere proprio dell’uomo, l’accentuazione della finitezza e della singolarità irriducibile dell’individuo, delle possibilità alternative cui egli si riferisce, e pertanto della responsabilità individuale e della libertà.
Non sono mancate nella storia del pensiero filosofie che hanno toccato alcuni dei problemi che sono al centro dell’esistenzialismo novecentesco. Blaise Pascal nel Seicento polemizzò con lo “spirito geometrico” tipico del razionalismo di Cartesio, perché incapace di render conto dei problemi che riguardano l’uomo di fronte alla vita e alla morte. Tuttavia, il filosofo cui i pensatori esistenzialisti contemporanei più spesso si sono richiamati è il danese Søren Kierkegaard, vissuto nella prima metà del XIX secolo, il cui pensiero conobbe una vera e propria rinascita in Germania fra le due guerre mondiali. Egli, opponendosi all’idealismo di Hegel, sottolineò il valore assoluto dell’esistenza del singolo e il suo carattere di unicità. L’esistenza, infatti, non è mai risolvibile in concetti astratti come essenza, spirito, ragione, che pretendono di spiegarla esaurientemente, ma corrisponde sempre a ciò che possiamo intendere come singolo, ossia possibilità, scelte, decisioni. In particolare Kierkegaard sottolineò il sentimento fondamentale dell’angoscia, che nasce poiché l’uomo si trova sempre di fronte a diverse possibilità, la scelta di una delle quali comporta l’esclusione delle altre. Egli sostenne un “salto della fede” nell’esistenza cristiana che, sebbene immotivata e rischiosa, è l’unica forma di impegno capace di salvare l’individuo dalla disperazione. Un altro pensatore che esercitò un profondo influsso sui filosofi esistenzialisti del Novecento fu Friedrich Nietzsche. Egli criticò radicalmente le tradizioni metafisiche e morali dell’Occidente opponendovi il pessimismo tragico e la volontà affermatrice di vita, ostile al conformismo morale della maggioranza. A differenza di Kierkegaard, il cui attacco alla moralità convenzionale giunse a una forma di cristianesimo individualista, Nietzsche proclamò la “morte di Dio”, respingendo tutta la tradizione morale giudaico-cristiana a favore di un ideale eroico pagano.
Sulla scia di Kierkegaard, gli esistenzialisti sottolineano l’importanza della decisione individuale sui temi della moralità e della verità, evidenziando l’unicità dell’esperienza, il coinvolgimento personale nell’azione e il primato della prospettiva dell’individuo agente su quella dell’osservatore distaccato e obiettivo. Da qui la diffidenza degli esistenzialisti verso l’argomentazione sistematica: già Pascal, Kierkegaard e Nietzsche erano ricorsi a modalità espressive asistematiche, quali aforismi, dialoghi, parabole e altre forme letterarie. Occorre specificare che pochi filosofi del Novecento definiti esistenzialisti hanno accettato questa qualifica, e in particolare la rifiutarono sia Martin Heidegger sia Karl Jaspers. Se si accoglie però il termine esistenzialismo in una prospettiva molto ampia, esso si può definire una “filosofia della crisi”, legata alla caduta, nella cultura del Novecento, dei tradizionali punti di riferimento metafisici, morali e teologici. Entro questo orizzonte, si possono poi distinguere articolazioni diverse dell’esistenzialismo, che talora si sovrappongono, come la distinzione fra un esistenzialismo ateo (Sartre) e uno religioso (Gabriel Marcel), un esistenzialismo più vicino alla matrice kierkegaardiana (Jaspers), un orientamento verso una ripresa dell’ontologia o filosofia dell’essere (Heidegger), un esistenzialismo positivo (Nicola Abbagnano).
L’esistenzialismo degli anni Trenta del Novecento deve largamente le sue origini a una lettura e a un fraintendimento di Essere e tempo di Martin Heidegger. Tale opera del 1927, che si proponeva in verità di riportare in auge il problema dell’essere sulla base di un’originale ripresa del metodo fenomenologico di Husserl, si apriva con una “analitica esistenziale”, che metteva al centro i temi dell’alternativa fra “autenticità” e “inautenticità” dell’esistenza umana, dell’“essere gettato” dell’uomo nel mondo, dell’angoscia, dell’“essere per la morte”. Dalla filosofia di Heidegger Jean-Paul Sartre mutuò la concezione secondo cui l’esistenza precede l’essenza. Il tema più importante della sua prospettiva esistenzialista è quello della “scelta” come libertà fondamentale dell’uomo, il quale non possiede una natura o un’essenza prestabilita. La scelta è quindi centrale e inevitabile per l’esistenza umana: persino il rifiuto di scegliere è una scelta. La libertà di scelta comporta un impegno, poiché la libertà individuale di creare il proprio percorso implica l’accettazione del rischio e delle responsabilità che ne derivano. Sartre diede per primo il nome “esistenzialismo” alla propria filosofia, divenendo in Francia la figura di spicco del movimento, che si affermò a livello internazionale dopo la seconda guerra mondiale. La filosofia di Sartre è esplicitamente atea e pessimista: gli esseri umani aspirano a fondare la vita su una base razionale, benché ne siano incapaci; ne fanno così una “futile passione”. Sartre, tuttavia, concepì il proprio esistenzialismo come una forma di umanesimo che dava rilievo alla libertà dell’uomo, alla possibilità di scelta e alla responsabilità, e cercava inoltre di conciliare le sue tesi con l’analisi marxista della società e della storia. Di diverso orientamento è l’esistenzialismo del filosofo e scrittore francese Gabriel Marcel (1889-1973), nel quale il tema dell’alternativa umana fra “essere” e “avere” si apre a un riconoscimento del sacro e di Dio. In Italia i maggiori pensatori esistenzialisti sono stati Nicola Abbagnano, Enzo Paci e Luigi Pareyson, impegnati a contrastare l’egemonia del neoidealismo di Croce e Gentile nella cultura italiana del primo Novecento.
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